El Pibe de la Mole

E’ l’estate del 1980. Gli Stati Uniti boicottano le Olimpiadi di Mosca, le Brigate Rosse fanno il bello e il cattivo tempo uccidendo Bachelet dentro l’Università di Roma e un DC9 della compagnia Itavia in volo da Bologna a Palermo scompare dai radar quaranta miglia a nord di Ustica. In tutto questo, lo scandalo scommesse si abbatte sul mondo del calcio italiano e di lì a poco, alle 10:25 del 2 agosto, un’esplosione alla stazione di Bologna cambia per sempre l’Italia. La tensione per le strade si taglia col coltello, e non è un caso se si ripercuote anche sulla più grande casa automobilistica italiana, la Fiat, con i sindacati interni costantemente sul piede di guerra.

Argentinos      L’estate del 1980 è però anche l’estate della riapertura delle frontiere del pallone agli stranieri. Dopo quindici anni di austerity, le squadre italiane potranno nuovamente abbracciare talenti provenienti da ogni parte del mondo, ma gradualmente: per le annate più prossime, in squadra potrà essere presente al massimo un giocatore straniero. Omar Sivori, all’epoca osservatore in Sud America per conto della Juventus, ha ben chiaro in mente chi dovrebbe occupare questo slot per I torinesi: Diego Armando Maradona. La Juventus cerca un cosiddetto regista di centrocampo, quello che noi oggi probabilmente chiameremmo trequartista (ruolo che nel calcio più lento di allora assumeva però un’accezione ben più ampia), ed il talento di Lanus che milita nelle file dell’Argentinos Juniors è il profilo giusto: tre volte capocannoniere del Campionato Metropolitano, due volte capocannoniere del Campionato Nacional, due volte Pallone d’Oro Sudamericano. E ha solamente vent’anni.

 

“Non possiamo lasciarcelo scappare, Avvocato”. Le parole di don Omar risuonano come un mantra nella mente di Gianni Agnelli, il quale ne parla col presidente, Giampiero Boniperti. “Se fosse veramente così forte, lo conoscerei”, gli risponde. La classica frase che, nel caso in cui l’affare non fosse andato in porto e Maradona fosse inevitabilmente esploso altrove, un uomo di calcio avrebbe voluto non aver mai pronunciato. Ma per fortuna di Boniperti non fu così. L’Avvocato, memore di quella volta che il presidente non riuscì a convincere Rombo di Tuono Gigi Riva a trasferirsi a Torino, punta i piedi e compra due biglietti di sola andata per l’Argentina: uno è per Sivori, l’altro proprio per Boniperti.

1980: Maradona decide che tre gol, di cui due su punizione, possono bastare per schiantare quella che sarà l’ultima squadra della sua carriera.

 

I due visionano il giocatore: il presidente non può non rimanere colpito, ma per sottili equilibri interni non può tornare del tutto sui propri passi. E poi diciamocelo, non gli va veramente giù che il futuro dieci della Juve lo abbia scovato Sivori. “Forte è forte eh, Omar, ma è bassetto il ragazzo. Anche un po’ tracagnotto, a dirla tutta.” Addirittura telefona all’Avvocato di nascosto: “Grondona non me lo vuole dare. Mi odia.” Grondona è il neo-eletto presidente della Federazione calcistica Argentina, uno degli uomini più potenti del paese sudamericano, dal passato fumoso. Agnelli non ne vuol sapere, “Portami Maradona, punto.”

 

 

Le trattative procedono, il ragazzo sarebbe entusiasta all’idea di poter giocare in italia. “Presidente, ci chiedono tantissimi soldi. Cosa diranno poi gli operai di Mirafiori?” Nulla da fare, Agnelli ha abbassato le corna. “A Mirafiori ci penseremo dopo che questo qui ci ha fatto vincere la Coppa dei Campioni”. Boniperti sbuffa, Sivori gongola. “Giampiero, vedrai cosa diranno in Italia quando arriviamo con questo qui”.


 

La Juve di capitan Furino, Gentile, Scirea, Cabrini, Causio, Tardelli e Bettega abbraccia il più grande talento che il calcio abbia mai visto sbocciare. “Mi rivedo negli operai di Mirafiori”, dice appena sbarcato a Torino, “Giocherò per loro”. L’Inter di Bersellini, che avrebbe voluto giocare il suo jolly con Platini prima e Falcao poi (quest’ultimo finisce alla Roma), deve virare sul geometra austriaco Prohaska. Il paragone è impietoso e l’armata Trapattoni spodesta i nerazzurri dal trono e conquista anche la Coppa Italia sconfiggendo in finale I cugini del Torino. Maradona è l’idolo della città, ed è solamente l’inizio di un’era straordinaria per il calcio italiano e per la Juventus in primis. In Italia le avversarie si chiamano Roma e Inter, sotto la guida di Falcao la prima e da Platini (arrivato nell’82) la seconda: se i lupacchiotti non riusciranno mai a trionfare in campionato in questi anni (sebbene vincano due Coppa Italia nel 1984 e nel 1986, l’Inter interrompe l’egemonia bianconera grazie al tre volte Pallone d’Oro Platini nel 1983 e nel 1985, arrivando persino a sfiorare l’impresa nella finale di Champions persa allo Stadio Olimpico nel 1984 contro il Liverpool.

 

 

Ma è la Juve di Maradona la stella più brillante del firmamento italiano: il “tracagnotto” di Lanus trascina le zebrette allo Scudetto anche nel 1982, 1984, 1986 e 1987. Cinque scudetti, compreso quello della seconda stella. conditi da due Coppa Italia (1983 e 1987) e, soprattutto, due Coppe dei Campioni (1983 e 1985). E’ proprio nella finale di Atene contro l’Amburgo che l’allora ventitreenne dipinge la sua tela più bella. I bianconeri vanno al riposo in svantaggio per opera del gol di Magath dopo soli otto minuti, ma nel secondo tempo Maradona sale in cattedra: assist per il capocannoniere del torneo Paolo Rossi, altro assist per Boniek e gol su punizione per 3-1 finale. La Juventus vince la prima Coppa dei Campioni della sua storia, la più bella. Maradona viene portato in trionfo in Piazza San Carlo, la sua foto sulla statua del cavallo fa il giro del mondo.

 

Alla lunga però il carattere fumantino di Diego comincia a venir fuori, il suo rapporto con i nuovi stranieri aggregatisi al gruppo non è dei migliori. Le stagioni 1987-1988 e 1988-1989 rappresentano il punto più basso della carriera del Pibe, che non riesce a portare la Juventus al di là di due quarti posti in campionato. Diego comincia a sostenere che la città non faccia per lui, che la gente sia troppo fredda nei suoi confronti, e forse è vero. Gli arrivi di Schillaci e Casiraghi nell’estate 1989 sembrano però dargli nuova linfa, e nonostante il peso degli infortuni cominci a farsi sentire, rimane l’uomo simbolo di un’annata che si concluderà con la vittoria della Coppa Italia e della Coppa Uefa.

 

E’ l’estate 1990. Quello che è successo il 3 luglio di quell’anno lo sa ormai tutto il mondo. La federazione italiana ha sapientemente fatto in modo che la semifinale tra Argentina ed Italia si giocasse nel neo-inaugurato Delle Alpi. Pensa, devono essersi dette le alte sfere, Maradona a Torino con un’altra maglia, qua si fa il botto. L’unica cosa ad esplodere invece fu il rapporto tra Maradona e gli italiani: fischi sull’inno argentino, “Hijos de puta”, il resto è storia.

Lo storico “Hijos de Puta” del Pibe de Oro in risposta ai fischi del suo stadio all’inno argentino, simpaticamente doppiato in dialetto.(vedi titolo)

 

 

Ma quella a Torino è ormai per tutti acqua passata. Una città è in fermento, dalla Fiorentina è in arrivo il nuovo talento del calcio italiano e mondiale intero, Roberto Baggio. Si vocifera che Baggio sia un pallino di Agnelli stesso, che abbia telefonato egli stesso al giocatore per convincerlo. E’ la goccia che fa traboccare il vaso sul davanzale di Diego, che chiede alla società di essere ceduto al Siviglia. Non capisce come Torino non lo idolatri, non capisce perché la città si limiti ad essergli eternamente grata. Avessi fatto queste cose al Boca, pensa, sarei già Capo di stato. Le avessi fatte al Sud Italia forse non avrei vinto Coppe dei Campioni, ma mi porterebbero in processione lungo le strade. Torino invece si limita ad amarlo, dopo dieci anni di vittorie e magie. Lo ama solo dell’amore più alto che un torinese può concedere ad un calciatore. Non ritireranno nemmeno la numero dieci, pensa Diego.

Chi lo sa, se Maradona avesse giocato per una squadra con una tifoseria più calda forse avremmo potuto assistere a scene come questa…

 

Qua finisce la vera carriera del giocatore di calcio più forte di sempre, Diego Armando Maradona, anche se qualche maligno dice che la sua carriera fosse finita già con l’estinguersi della rivalità tra lui e Platini, ritiratosi tre anni prima col grande rimpianto di non aver mai vinto una Coppa dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale. E pensare che qualcuno, venticinque anni dopo, osa ancora mettere in dubbio che Diego sia stato il più forte giocatore di sempre e che Michel stia sullo stesso podio. Chissà, per convincere la storia forse avrebbero dovuto vivere una vita ancora più romantica, più pasionaria. Magari Diego avrebbe dovuto diventare l’eroe della Bombonera, oppure andare al Siviglia da giovane e portarla sul tetto di Spagna, oppure prendere una squadra del Sud Italia sulle spalle, farla vincere e finire come statuina nei presepi al posto del Bambin Gesù. Più vittoriosa forse Michel, perché tre Palloni d’Oro in bacheca meriterebbero almeno un’Intercontinentale a fargli compagnia. A ripensarci, forse così sarebbe stato tutto ancora più bello.

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