Raùl – Il Galactico fuori tempo

“Raùl Gonzàlez Blanco (…) è un ex calciatore spagnolo”. Sì lo ammetto, prima di buttare giù questo pezzo ho fatto un breve ripasso su Wikipedia, straordinario contenitore di nozioni continuamente consultato e parallelamente snobbato da tutti. In fondo, pensavo, il concetto è esattamente l’opposto rispetto al tema che volevo evidenziare in queste righe: il grande Raùl, sempre osannato dai più ma, allo stesso tempo, “scusaci, con tutto il rispetto, abbiamo preferito altre scelte tecniche”.

 

Wikipedia, dicevamo, ma che c’entra? Beh, basta leggere il primo rigo per subire quell’effetto strano, nostalgico, malinconico. Non gioca più e, pensandoci, è giusto così. Non solo per questioni anagrafiche. La letteratura sul “Del Piero spagnolo”, o “Buddha bianco”, bandiera incontrastata del Real Madrid (proprio lui, che giovanissimo aveva iniziato tra le fila dell’Athletìco), è sterminata, come i successi e la gloria della sua lunga carriera. Perché allora si pensa a lui con malinconia? Perché, tra quelle stelle, tra i Galacticos, il suo nome, ben visibile sopra il numero 7, vera e propria mitologia dietro lo sponsor teka, non trovava più un posto?

Attaccante puro, tra i più completi che si ricordino nel calcio recente: sinistro, destro, stacco di testa, senso della posizione, altruismo, cinismo sotto porta, fantasia, potenza, attaccamento alla maglia. Cosa lo ha reso colui che ha chiuso un’epoca? L’attore principe che, alla fine dello spettacolo, si inchina al pubblico e, accennando un sorriso, chiude il sipario e scompare, prima che la platea si lasci andare a un applauso scrosciante.

Ci ho riflettuto tanto e mi sono dato una risposta guardando i video con i suoi migliori gol. No, non si troverà nulla di equiparabile allo spettacolo che può dare un Messi, un Neymar, un Cristiano Ronaldo, o consimili. Le sue realizzazioni sono quelle di un fenomeno del suo tempo, ma il suo tempo non c’è più. Il calcio è un’altra cosa. Raùl, pur saturo di vittorie, individuali e collettive, si è trovato nello spartiacque di un gioco che si stava trasformando. E quella trasformazione iniziava proprio a casa sua.

 

Il primo Real galactico, con Figo, Zidane, Beckham, Ronaldo, Roberto Carlos, ruotava ancora attorno al suo figlio prediletto. Era già iniziata l’epopea di Florentino Perez, l’uomo che acquistava i palloni d’oro. La filosofia del denaro che può comprare tutto e tutti, puntualmente surclassata dal Barcellona e dalle sue cantere. Quello di Ronaldinho, Iniesta, Xavi e Samuel Eto’o, che durante le celebrazioni per la Liga del 2005 decideva, microfono in mano, di umiliare chi non aveva creduto in lui cantando Madrid, cabròn, saluda el campeon!. Raùl esulava però da quella celebrazione del denaro. Era la bandiera, il ragazzo cresciuto in quella culla che era diventato grande e aveva riportato le merengues ai livelli di Butragueno o Di Stefano.

 

Ma era un’eccezione. E se una mosca bianca può resistere una volta, è difficile che si confermi una seconda. Così, dopo gli anni “proletari” di Schuster e Pellegrini, il signor José Mourinho pretendeva di nuovo la squadra più forte che si sia mai vista. Claro, José: ti bastano Cristiano Ronaldo e Kakà?”. No, a Raùl quei panni iniziavano a stare stretti.

Siamo nel 2009 e il simbolo del calcio spagnolo era stato escluso da Euro 2008. Le furie rosse, eterne belle incompiute del calcio mondiale, avevano scardinato il sistema di gioco presentando il tiki taka, l’ossessivo reticolato di passaggi di prima e movimenti senza palla che segnerà il calcio degli anni successivi, portando due squadre, la nazionale spagnola e il Barcellona, a vincere praticamente qualsiasi cosa. Perché il Signor Perez, anche questa volta, aveva creato una squadra perfetta: peccato solo non si trattasse della sua.

       Raùl era rimasto fuori. La Spagna dominava il mondo e il suo giocatore più rappresentativo a casa. Per lo meno, il suo omologo italiano, quello con la numero 10 della Juve, un mondiale lo aveva vinto. No, bisognava decisamente cambiare aria. Decise quindi di rimettersi in gioco, in Germania: un altro campionato, un altro tifo, altre aspettative.

 

Far innamorare il freddo pubblico dello Schalke 04 non era facile, ma con 40 gol in 90 partite il Buddha bianco ci riuscì senza alcun problema, vivendo una seconda giovinezza in una realtà, in perenne crescita, che aveva bisogno dell’estro e dell’esperienza di giocatori come lui. Quando decise di lasciare la Germania, dopo soli due anni, lo Schalke decise di ritirare la maglia numero 7.

      L’ovazione e le lacrime con cui lo salutarono i tifosi di uno stracolmo Veltins Arena, nel giorno del suo addio, mentre un maxi schermo trasmetteva la piccola ma intensa storia di Raul in versione teutonica, sintetizzano l’omaggio di un pubblico appassionato a una carriera straordinaria di un calciatore sempre osannato ma mai protagonista nei momenti che rimarranno nei libri di storia di questo sport. Al netto della letteratura nostalgica.

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