Corrado Grabbi – Perdersi tra Moggi e Shearer su un aereo per Cosenza

È l’11 dicembre del 1994. La prima Juve dell’era Lippi sta tornando, galoppante, a dominare il campionato più bello del mondo dopo nove anni di digiuni, delusioni, Maifredi. Quella sera il giovane Alessandro Del Piero darà la spallata definitiva a Roberto Baggio, il divin codino, pallone d’oro in carica, che a fine anno farà le valige.

 

 

Lazio – Juventus finisce 3 a 4. Pinturicchio ne fa due e poi completa il capolavoro con un gol da cineteca. “Ah che squadra la Juve. Per quest’anno non ce n’è per nessuno. Solo ilParma può fermarla, ma non credo ce la farà con un Del Piero così”. “Già, ma chi l’ha fatto il quarto?”. “Mah, un certo Grabbi, uno della primavera”.

 

Quella di Corrado “Ciccio” Grabbi sembrava una storia già segnata, di un predestinato. Se ti chiami Figo, puoi non diventare il più grande talento del tuo Paese, vincere il pallone d’oro, indossare la 10 del Real Madrid e, last but not least, sposare Helen Svedin, la donna più bella dalla seconda glaciazione a oggi? Ecco, dopo che il lettore avrà cercato su Google qualche foto della Svedin, potrebbe anche soffermarsi su Giuseppe Grabbi, mediano della Juve degli anni 20. Corrado era il nipote, viveva a Torino, juventino fin da bambino, era praticamente cresciuto con la maglia bianconera addosso, superando tutta la prestigiosa trafila delle giovanili. Quell’11 dicembre era il giorno di un battesimo annunciato praticamente prima che nascesse.

 

Già me lo vedevo insidiare il posto appena conquistato da Del Piero. Sto ragazzino che arriva, corre per venti metri, ignora Ravanelli al suo fianco e la butta dentro. “Questo ne segnerà a caterve in Serie A. Ne sono certo”.

 

Sarà la sua unica realizzazione nella massima serie. Sono passati più di vent’anni e, oltre ad accettare di non essere mai stato propenso alla chiaroveggenza, mi sono sempre chiesto: “Ma perché?”.

Nessuno può fotografare con esattezza i motivi per i quali un’esistenza si è svolta in un modo e non in un altro.  Basta prendere uno dei vecchi album Panini, dove i calciatori di Serie B si dividevano lo spazio di una sola figurina e riflettere su quelle storie. Uno ce l’ha fatta, ha indovinato un mondiale, è diventato l’idolo di una nazione e il suo nome è finito pure in un film cult (L’è ‘l grand visir dei terùn). L’altro è finito nell’oblio. Ora sfido: chi diavolo si ricorda di Marco De Simone? Magari era anche più bravo, più promettente, più volenteroso del Totò nazionale, ma qualcosa o qualcuno ha fatto in modo che la storia sia andata diversamente.

 

 

Per Corrado Grabbi si trattò di qualcosa e di qualcuno. E quel qualcuno si chiamava Luciano Moggi. Siamo nel  ’95 e il dg della Juventus aveva appena messo le radici in un terreno che avrebbe inquinato e dominato nel giro di pochi anni. Non a caso la società di procuratori che decise di fondare si chiamava Gea, come la terra, e in poco tempo raccolse gran parte dei giovani più promettenti del campionato. Naturalmente, se per un calciatore di qualsiasi squadra risultava più conveniente far parte di quella famiglia, per uno della Juve era praticamente un obbligo. A Corrado venne chiesto più volte di passare sotto l’ala protettiva di Alessandro Moggi, ma il ragazzo resisteva. Così Alessandro fece quello che tutti i piccoli bulli fanno prontamente quando si trovano in difficoltà: chiamò papà.

Dagli atti dell’inchiesta del processo Calciopoli risulta che Luciano Moggi inventò di sana pianta il coinvolgimento di Grabbi in una rissa in discoteca. Dopo qualche giorno la notizia andò su tutti i giornali e Corrado venne messo fuori rosa. A fine anno fu girato in B alla Lucchese. Nel frattempo, quella Juve sua per dinastia macinava trionfi e goleade. Ma niente Gea, niente posto. Così un anno dopo gli venne offerto il Cosenza, ma Corrado non voleva stare troppo lontano dal padre malato. “Anche lì hanno gli aeroporti”, gli rispose Moggi.

Grabbi non si limitò a rifiutare Cosenza. Quando si oppose all’opzione Prato, Lucianone gli rispose che allora l’unico prato in cui avrebbe potuto giocare era quello di casa sua. Finì in Serie C, al Modena, e poi alla Ternana, in B. Furono stagioni tutto sommato positive. Corrado era cresciuto nella Juve e aveva visto, seppur per poco, palcoscenici più prestigiosi: nelle serie minori la differenza si nota.

 

Ma a Terni intervenne il qualcosa. Un altro fantasma che ha impedito a Grabbi di essere il Totò Schillaci di quelle figurine. Una rara malattia al piede iniziò, pian piano, a causargli una serie interminabile di infortuni che ne minerà l’intera carriera. Quando Corrado stava bene giocava e segnava, tanto. Di testa, di destro, in corsa, di punizione, ottimo rigorista. In altri casi era sotto i ferri. Le buone prestazioni però convinsero gli inglesi del Blackburn Rovers ad acquistarlo. Per Corrado era arrivata l’altra grande occasione. Il Blackburn di allora era tra i club più rinomati d’oltremanica. Grabbi sarebbe stato l’erede di Alan Shearer, trascinatore nella storica vittoria della Premier del ’95. Ma qui subentra l’ultimo degli antagonisti di quella carriera, con i fantasmi di Moggi e degli infortuni che non smetteranno mai di perseguitarlo.

 

“Hanno  cercato di distruggermi, in Italia, altrimenti non si spiegherebbe perché stavo in retrovia nel Modena in serie C e il Blackburn ha investito su di me 22 miliardi di vecchie lire”.

 

Ecco il terzo fantasma: il vittimismo innato e la fiducia esasperata in se stesso. Se resistere ai ricatti dei Moggi fu un indubbio sinonimo di coraggio, è pur vero che “farsi le ossa” in club più piccoli è un passaggio necessario per un giovane calciatore. L’esperienza inglese fu un disastro: un gol in 14 partite e un posto di diritto nella classifica dei cinquanta peggiori stranieri della premier stilata dal Sun. Certo, vi fanno parte anche Sheva, Asprilla e Mutu: almeno la compagnia è buona. Colpa del flop? Ovviamente il clima britannico e i compagni che non erano “gentili con lui” (qualcuno ha detto Ciro Immobile?). Ma Corrado era l’uomo del no e malgrado tutto facesse presagire a un ritorno a casa si ostinò a rimanere in Inghilterra. Invano.

 

 

La parentesi a Messina gli servì a ritrovare se stesso, a suon di gol naturalmente, ma l’ambizione era tanta, troppa. Tornò a Blackburn per due anni trascorsi quasi interamente nel limbo. Il giovane predestinato si stava pian piano perdendo nella sua ostinazione. Avrei voluto postare un video con qualche suo bel gol in Inghilterra, ma il documento più significativo che ho trovato credo sia questo file in cui viene scandita la corretta pronuncia del suo nome, come a ricordare ai tifosi come si chiama quel tizio che la società ha pagato, inspiegabilmente, una cifra spropositata.  Sono pochi secondi, ma di intensa tristezza.

La compilation di “No grazie” che caratterizzò la sua carriera riprese in Italia, quando rifiutò un terzo approdo alla Ternana perché “se torni dove hai fatto bene rischi di rovinarti l’immagine”. Naturalmente l’anno dopo era a Terni, ma il fantasma degli infortuni non lo mollava proprio.

 

 

Dopo aver partecipato a quell’esperimento ludico-sociale che fu l’Ancona 2003-04, con risultati rivedibili, Corrado chiuse la sua carriera con 42 gol in Serie B, 2 in Premier e uno in Serie A, quello dell’Olimpico contro la Lazio. Oggi, quando allena i giovanissimi regionali della Juventus, ci piace pensare che ai suoi ragazzi consigli di scegliere sempre con coraggio, senza guardare in faccia nessuno, come fece lui, anche se  nessuno saprà dire mai quale dei tre fantasmi fu più incisivo per quella carriera che non volle decollare. Peccato, dicono che un giorno un aeroporto a Cosenza lo faranno per davvero.

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One thought on “Corrado Grabbi – Perdersi tra Moggi e Shearer su un aereo per Cosenza

  1. Bell’articolo, complimenti. Grabbi all’epoca, per non piegarsi (anche giustamente ai ricatti di Moggi) perse però una grande occasione: in quegli anni il Cosenza fu trampolino di lancio per parecchi attaccanti come Negri, Lucarelli, Zampagna.
    Per completezza, l’aeroporto di Lamezia è (ed era) a 40 minuti circa, non è (e non era) poi tanto…
    Un saluto

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