Dannata Italia, dannata Roma – Il cucchiaio visto da Van der Sar

 

1452181971 Mi chiamo Edwin Van der Sar, ho 45 anni e sono stato uno dei più grandi portieri della storia recente. Sarei stato anche il più grande se solo voi, sì proprio voi, non mi aveste rovinato la carriera. Dannata Italia, dannata Roma!

 

So benissimo che leggendo il mio nome state storcendo il naso o accennando un sorrisetto, con quel classico ghigno di chi ne sa di più, di quello più bravo, del classico saccente: “Van der Sar chi, lo spartiacque scarso tra l’era di Peruzzi e quella di Buffon, nella Juve più sfigata che si ricordi?”. Sì, so anche che collegate il mio nome a quello di Totti e Nakata, entrambi romanisti, entrambi numeri 10 estrosi, entrambi bravi nel ridicolizzarmi. Vabbe, si può sbagliare ogni tanto no? Chiedete ai tifosi del Manchester United cosa ne pensano di un certo Massimo Taibi, che in Italia ricordate ancora per quel gol che non lo sa neanche lui come l’ha buttata dentro. Chiedete chi è stato l’unico, all’Old Trafford, in grado di ripetere le gesta del grande Peter Schmeichel, tanto che mi stavo ritirando e sono venuti fino a casa per pregarmi di ritornare!

 

Ridete, ridete! So a quale momento pensate e sì, ci penso spesso anch’io, a quel dannato 29 giugno del 2000, a quell’Olanda-Italia, a quel diavolo di cucchiaio! Che poi, perché lo chiamate cucchiaio ? Quel colpo si chiama Panenka come il suo inventore, e tutti lo chiamano così in giro per il mondo! Voi e la vostra dannata mania di cambiare i nomi alle cose.

 

Quell’Europeo era nostro di diritto. Zenden, van Nistelrooij, Kluivert, Davids, Bergkamp, Cocu, de Boer. Si giocava a casa nostra e avevamo letteralmente passeggiato sugli avversari: 1-0 ai cechi, 3-0 ai danesi, 3-2 alla Francia, che poi vincerà il titolo (brucia ancora eh?), un tranquillo 6-1 alla Jugoslavia. La semifinale era all’Amsterdam Arena, la mia Amsterdam Arena, dove ero cresciuto vincendo praticamente ogni cosa a difesa della porta dell’Ajax. Sì, quella era la mia porta, dannata Italia.

Il mio dirimpettaio, quella sera, scese in campo, fece un segno della croce, guardò in alto, tirò due bestemmie in padovano stretto per auto-caricarsi e giocò la gara della vita. Francesco Toldo, non ti bastava parare due rigori in 90 minuti? Perché non neutralizzarne altri tre dopo i supplementari? Ma si può? E io di rigori me ne intendo, essendo rimasto imbattuto dagli 11 metri dal 26 aprile 2006 a Santo Stefano del 2008. Mannaggia a te! A te e quel biondino già idolo di Roma a 24 anni.

 

 

In azzurro però l’eredità di Baggio era di Alex Del Piero, mio compagno alla Juve. Ale non era così spocchioso, la 10 era sua per diritto e per stile. Totti doveva solo stare a guardare. E forse è per questo che decise di mettersi in mostra. Proprio contro di me.

image (2).jpgSono alto quasi due metri, ho la faccia da bravo ragazzo, a volte sembra l’abbiano impiantata in un corpo troppo grosso per quel viso innocente. Tuttavia, ero pur sempre grande quanto tutta la porta quando allargavo le braccia. Il rigorista si confondeva facilmente. E poi ero sotto la mia curva. Quei tifosi erano gli stessi dell’Ajax, che non mi avevano dimenticato. Molti li conoscevo per nome. Li sentivo uno per uno, accanto a me, a difendere quella porta, quell’Europeo, quella nazione. Ragazzi su che è nostro, non possono essere così fortunati sti azzurri. Dannata Italia, dannata Roma.

Erano in vantaggio. Se Totti l’avesse buttata dentro si sarebbe messa molto male. Era entrato da poco, il piccolo satanasso. Era più fresco dei miei che invece le stavano tirando tutte in bocca a Toldo. Sguardo determinato, andatura lenta, occhi bassi. Questo ha qualcosa in mente. E poi cos’avrà detto al compagno? Da laggiù non sentivo. Già il mio italiano non era un granché, poi scoprii che aveva sussurrato qualcosa in romanesco. Dannata Roma. “Mo’ je faccio er cucchiaio”. Scorsi solo lo sguardo preoccupato di Di Biagio, rivolto alla panchina. Ecco, pure questa. Quella figuraccia dovevo farla davanti al mio idolo, Dino Zoff. Pensai però che il ct avversario non avrebbe mai tollerato un gesto sconsiderato da parte di un suo giocatore. Niente colpi di genio: se sbaglia, il mister lo mette fuori rosa a vita. Cerco di intimidirlo, mi sembra troppo sicuro di sé, io sono il grande Van der Sar: chiedetelo ai 70mila dell’Amsterdam Arena!

Dovevo incitarli: mi giro, alzo le braccia, loro mi seguono. Li stavo caricando. In realtà stavo dando coraggio a me stesso. Il mio istinto mi diceva che quel burino stava escogitando qualcosa di diabolico per inibirmi, la mia razionalità invece mi suggeriva di scegliere un angolo e tuffarmi tranquillamente. Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. Mi guardò per una frazione di secondo.Dannazione è troppo sicuro. Che faccio? Questo me la combina. Ma se resto fermo e insacca all’angolino che figura ci faccio?

 

Avevo una nazione nelle mie mani. Troppe volte a un passo dalla gloria, mai ‘na gioia, come dicono a Roma, dannata Roma. Solo un europeo vinto nell’88 ma vabbè, lì c’erano i tre del Milan, lì c’erano gli alieni, lì c’erano i tiri al volo di Van Basten. Quello non vale. Due finali consecutive nei 70 e una che avremmo perso dieci anni dopo in Sudafrica (mezza casa nostra anche quella), ma stavolta no, siamo i più forti.

      Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. È partito, ha tirato, mi butto a destra: al 50 per cento gliela prendo. Non l’ho presa. Ma dov’è? Che caspita ha combinato? Ha lisciato? Che parabola ha fatto la palla? No, no, no! Mi ha fatto la Panenka, il cucchiaio. Mi ha umiliato. Ride, che cavolo ride? Abbiamo perso, non basta più neanche un miracolo. Tirerà Maldini, posso parargliela, ma non basterebbe comunque.

 

Così fu. Parai il rigore a Maldini ma in finale ci andò comunque l’Italia, la dannata Italia. L’assordante silenzio di quel pomeriggio d’estate, stranamente caldo per gli standard olandesi, non accompagnò soltanto i festeggiamenti azzurri. No, rimase nella mia testa per mesi, fino al giugno successivo, quando decisi di andar via dall’Italia, dannata Italia. Con la Juve avevamo lo scudetto in pugno ma subimmo un tracollo improvviso partito da un gol praticamente da centrocampo di Hidetoshi Nakata, nella gara con la Roma. Oh, ero coperto, ero distratto, non l’ho vista, dannazione. Dannata Roma.

 

Di voi italiani non volli sapere più nulla. Ci misi anni prima di ritornare ai miei livelli. Io ero il grande Van der Sar, il gigante buono erede di Schmeichel e in Inghilterra mi presi tutte le soddisfazioni che voi avevate provato a togliermi. Certo, qualche piccola delusione l’ho provata anche in quell’esperienza, anzi, un solo neo. Finale di Champions del 2009. Il Barcellona di Guardiola non aveva alcun timore di noi, che detenevamo il titolo. Prendere un gol da Messi poteva anche starci, ma, diamine, non di testa! È alto quanto la mia gamba! Due a zero e addio coppa. E vabbè, dopo nove anni una serata sfortunata poteva capitare. Pazienza.

 

Basta, siete ancora qui? Vi saluto, dannati italiani, sperando di non incontrarvi mai più. Ah, dimenticavo, conoscendo il vostro ghigno da saccenti, sono certo che non serve che vi dica in quale città fu disputata quella finale. Dannata Roma.

Avvertenze per l’uso: prima di leggere questo articolo bisogna guardare i due video che seguono. Leggere questo pezzo senza prima guardare questi due video sarebbe come ordinare una birra da 20 euro al litro e berla nei bicchieri di plastica. Il primo video va visto da 4:55 fino all’espulsione di Ortega, e credo che vedere la scena una volta basti a rendervi chiaro cosa sia successo (e anche perché io ritenga che Ortega, o El Burrito come era chiamato, sia uno dei mali storici dell’Argentina). Se avete tempo, guardarvi tutto il video rimane comunque uno dei più bei modi di passare otto minuti e trentasei secondi che mi possano venire in mente che non richiedano la presenza di alcool e/o donne.

      Il secondo video potete guardarlo quante volte volete. Credo di aver visto questa azione e sentito questa telecronaca in Dutch un numero di volte che oscilla fra le cento e le centocinquanta, e quando stamattina l’ho vista un’altra fottutissima volta mi è venuta di nuovo la pelle d’oca.

      Ok. Se siete arrivati fino a questo punto siete abbastanza puri per procedere. (Qualcuno ha contato le volte che il telecronista urla Dennis Bergkamp? Per favore ditemi di sì, poi vediamo se il conto ci torna uguale.) Ora, su quest’altra cosa dovete credermi: negli ottavi di finale, in un tiratissimo Olanda-Jugoslavia (sì, esisteva ancora la nazionale jugoslava e sì, era fortissima), quando la partita era sull’1-1 e la Jugoslavia stava premendo tantissimo, Bergkamp ha letteralmente camminato su Mihajlovic dopo avergli fatto un fallo assolutamente inutile. L’arbitro Garcia Aranda non l’ha nemmeno ammonito, sebbene il tutto sia avvenuto sotto gli occhi del guardalinee e Bergkamp sia stato immediatamente accerchiato da cinque giocatori avversari. Credo che la FIFA abbia avuto il suo bel da fare ad eliminare ogni traccia di quel misfatto da YouTube, tant’è vero che l’unico video in cui si può rivedere l’azione è al minuto 4:31 degli highlights che vi riporto qua sotto. (Ma anche il fallo di Reiziger a 2:40 è qualcosa per cui io non riesco ad immaginare nulla al di sotto del cartellino rosso. Rule of thumb, come dicono gli inglesi: non fidarsi mai di un arbitro con un cognome latino. Qualcuno ha detto Moreno?)

Arrivati a questo punto, dovreste sentirvi molto più serbi di quanto non vi sentiste prima. (Non rimpiangete anche voi un Mondiale in cui si poteva vestire un monile inneggiante ad un gruppo nazionalista, andare a calciare un rigore col monile stesso in bella vista e comunque non avere un’orda di giornalisti inferociti sotto casa il giorno dopo? Provate ad immaginarvi se ai prossimi europei prima di parare un rigore decisivo Buffon iniziasse ad urlare “Boia chi molla”. Giusto per dire una cosa che non succederà mai, eh. Perché lo sappiamo tutti che Buffon non para i fottuti rigori. ) Quindi possiamo tranquillamente dire che Garcia Aranda, con la sua condotta di gara sciagurata, ha cambiato il corso delle cose in almeno due modi significativi:

  1. Ci ha impedito di vedere una nazionale jugoslava tentare di vincere un mondiale. Credetemi, quella era una squadra pazzesca, e se non ci credete andate a vedere come aveva maltrattato per 70 minuti la Germania nel girone eliminatorio qualche giorno prima. E la Germania era campione d’Europa in carica, per dire.
  2. Ci ha regalato possibilmente uno dei tre gol più belli della storia dei Mondiali.

      Bene, non so nemmeno io se essere incazzato nero con Aranda o se volergli bene. Comunque sia, ora siete pronti per il pezzo vero e proprio. Ecco a voi il gol di Dennis Bergkamp contro l’Argentina visto con gli occhi di Ayala, ovvero di colui che si è beccato il tunnel prima che l’olandese la spingesse in porta.

Puto Burrito.

 

Niente, ormai è entrata. L’ho capito dal momento esatto in cui Bergkamp l’ha messa giù che sarebbe finita così. Saranno stati quarantacinque, cinquanta metri di lancio, al novantesimo. E questo l’ha messa giù così. Poteva almeno risparmiarmi il tunnel…forse gli sono andato sotto con troppa irruenza, forse dovevo temporeggiare di più…ma voi vi sareste fidati di quello là? Sì, Roa, il portiere…Ayala, Chamot, Sensini, Almeyda, Simeone, Veron, Zanetti, Claudio Lopez, Batistuta e Ortega. Crespo che sta a scaldare la panca. Ma vi pare che dei giocatori così debbano avere uno come Roa in porta? Ma avete visto com’è uscito? Io sarò entrato un po’ così, ma lui come ha coperto lo specchio della porta? Vai Dennis, fai come vuoi…preferisci l’interno sinistro o l’esterno destro? E questo qua è diventato un idolo in Argentina perché ha parato un rigore che paravo anch’io. Vabbè, l’ha fatto agli ottavi di un mondiale. Vabbè, l’ha fatto contro l’Inghilterra. Ma chi ha segnato il rigore decisivo prima che lui parasse quella ciofeca di quello spaccaossa di Batty, eh? Chi? Nessuno si ricorda mai del povero Ratòn…che poi ‘sto soprannome non ho neanche mai capito perché me l’han dato. Mah, sarà.

Puto Burrito.

 

La brujita l’aveva detto l’altro giorno: “Vedrai che se qualcuno ce la deve mettere nel culo, quello è Bergkamp”. Juan Sebastian l’ha detto subito dopo che Davids ha segnato contro gli jugoslavi. “Se non ti cacciano per un fallo così, è destino che tu debba fare qualcosa di grande.” E visto che poi in quella partita Bergkamp non ha fatto più nulla, doveva farlo per forza alla partita dopo., quella contro di noi. Certo che ne ha avuto di coraggio Garcia Aranda a non buttarlo fuori, il biondo. Ha semplicemente camminato sopra Mihajlovic, e lui che fa? Niente. “Stai attento a Bergkamp, Roberto.” Juan Sebastian me l’aveva detto. D’altronde lo chiameranno Brujita per qualcosa…ma a me perché mi chiamano Ratòn allora?

Puto Burrito.

      Però devo ammettere che è stato veramente bravo. Stop al volo, e la palla è rimasta lì, come se avesse la calamita al piede. Gli vado sotto e lui che fa? Mi fa rimbalzare la palla in mezzo alle gambe. Quello sciagurato di Roa esce così e lui che s’inventa? L’esterno destro per anticiparlo. Ma quanto si snoda ‘sto Bergkamp? Ad aver saputo che questo era ancora così fresco, col cavolo che facevo la diagonale…lo lasciavo a Chamot e che ci finisse lui a fare la figura del pesce lesso sui poster nelle camere dei ragazzini di mezzo mondo. E chi li sente ora tutti a casa…per riparare alla figuraccia mi toccherà diventare perlomeno capitano della nazionale. Capitan Ratòn…sembra un supereroe sfigato. Se mi offrono la fascia mi sa che prima ci penso due volte.

Puto Burrito.

 

Perché non c’è niente da fare, guardala come vuoi ma alla fine è sempre colpa di Ariel. Anche quando giocavamo al River aveva questi colpi di matto. Manca un minuto alla fine, abbiamo un uomo in più. Tu entri in area e punti quell’armadio di olandese, quello che dicono giocherà a Manchester l’anno prossimo, come si chiama…Stam, ecco. Saranno cento chili di uomo, Burrito, tu invece se arrivi a sessanta è tanto, lo mangi quando vuoi quel bestione. Entri in area, dicevo, lo punti, praticamente lo hai già saltato e cosa fai? Lasci la gamba indietro per prendere il rigore. Puto Burrito…qua non siamo al Monumental, qua non sei il Diego che non hanno mai avuto, Ariel, qua se lo fai sei solo uno che si butta. Ne avevi tre in area, tre…e mica tre qualsiasi. E tu ti sei buttato…poi come se non bastasse hai pure tirato una testata a Van Der Sar. Pensa che io ti avrei cacciato dopo la simulazione figurati dopo la testata…avevamo la partita in mano, Burrito, in mano ce l’avevamo, e tu l’hai buttata. L’altro giorno m’ha detto che l’anno prossimo viene a giocare in Italia, a Genova…mi sa che alla prima partita utile lo stendo. Puto Burrito…A proposito, il mio agente mi ha detto che il Napoli non può permettersi un difensore del mio calibro in Serie B, a quanto pare il Milan ha chiesto di me…Ripensandoci non sono uscito troppo bene su Bergkamp. Speriamo che Galliani non abbia visto la partita, va’.

 

Mi chiamo Edwin Van der Sar, ho 45 anni e sono stato uno dei più grandi portieri della storia recente. Sarei stato anche il più grande se solo voi, sì proprio voi, non mi aveste rovinato la carriera. Dannata Italia,dannata Roma!

 

So benissimo che leggendo il mio nome state storcendo il naso o accennando un sorrisetto, con quel classico ghigno di chi ne sa di più, di quello più bravo, del classico saccente: “Van der Sar chi, lo spartiacque scarso tra l’era di Peruzzi e quella diBuffon, nella Juve più sfigata che si ricordi?”. Sì, so anche che collegate il mio nome a quello di Totti e Nakata, entrambi romanisti, entrambi numeri 10 estrosi, entrambi bravi nel ridicolizzarmi. Vabbe, si può sbagliare ogni tanto no? Chiedete ai tifosi del Manchester United cosa ne pensano di un certo Massimo Taibi, che in Italia ricordate ancora per quel gol che non lo sa neanche lui come l’ha buttata dentro. Chiedete chi è stato l’unico, all’Old Trafford, in grado di ripetere le gesta del grandePeter Schmeichel, tanto che mi stavo ritirando e sono venuti fino a casa per pregarmi di ritornare!

 

Ridete, ridete! So a quale momento pensate e sì, ci penso spesso anch’io, a quel dannato 29 giugno del 2000, a quell’Olanda-Italia, a quel diavolo di cucchiaio! Che poi, perché lo chiamate cucchiaio ? Quel colpo si chiamaPanenka come il suo inventore, e tutti lo chiamano così in giro per il mondo! Voi e la vostra dannata mania di cambiare i nomi alle cose.

Quell’Europeo era nostro di diritto. Zenden, van Nistelrooij, Kluivert, Davids, Bergkamp, Cocu, de Boer. Si giocava a casa nostra e avevamo letteralmente passeggiato sugli avversari: 1-0 ai cechi, 3-0 ai danesi, 3-2 allaFrancia, che poi vincerà il titolo (brucia ancora eh?), un tranquillo 6-1 alla Jugoslavia. La semifinale era all’Amsterdam Arena, la mia Amsterdam Arena, dove ero cresciuto vincendo praticamente ogni cosa a difesa della porta dell’Ajax. Sì, quella era la mia porta, dannata Italia.

Il mio dirimpettaio, quella sera, scese in campo, fece un segno della croce, guardò in alto, tirò due bestemmie in padovano stretto per auto-caricarsi e giocò la gara della vita. Francesco Toldo, non ti bastava parare due rigori in 90 minuti? Perché non neutralizzarne altri tre dopo i supplementari? Ma si può? E io di rigori me ne intendo, essendo rimasto imbattuto dagli 11 metri dal 26 aprile 2006 a Santo Stefano del 2008. Mannaggia a te! A te e quel biondino già idolo di Roma a 24 anni.

 

 

In azzurro però l’eredità di Baggio era di Alex Del Piero, mio compagno alla Juve. Ale non era così spocchioso, la 10 era sua per diritto e per stile. Totti doveva solo stare a guardare. E forse è per questo che decise di mettersi in mostra. Proprio contro di me.

Sono alto quasi due metri, ho la faccia da bravo ragazzo, a volte sembra l’abbiano impiantata in un corpo troppo grosso per quel viso innocente. Tuttavia, ero pur sempre grande quanto tutta la porta quando allargavo le braccia. Il rigorista si confondeva facilmente. E poi ero sotto la mia curva. Quei tifosi erano gli stessi dell’Ajax, che non mi avevano dimenticato. Molti li conoscevo per nome. Li sentivo uno per uno, accanto a me, a difendere quella porta, quell’Europeo, quella nazione. Ragazzi su che è nostro, non possono essere così fortunati sti azzurri. Dannata Italia, dannata Roma.

Erano in vantaggio. Se Totti l’avesse buttata dentro si sarebbe messa molto male. Era entrato da poco, il piccolo satanasso. Era più fresco dei miei che invece le stavano tirando tutte in bocca a Toldo. Sguardo determinato, andatura lenta, occhi bassi. Questo ha qualcosa in mente. E poi cos’avrà detto al compagno? Da laggiù non sentivo. Già il mio italiano non era un granché, poi scoprii che aveva sussurrato qualcosa in romanesco. Dannata Roma. “Mo’ je faccio er cucchiaio”. Scorsi solo lo sguardo preoccupato di Di Biagio, rivolto alla panchina. Ecco, pure questa. Quella figuraccia dovevo farla davanti al mio idolo, Dino Zoff. Pensai però che il ct avversario non avrebbe mai tollerato un gesto sconsiderato da parte di un suo giocatore. Niente colpi di genio: se sbaglia, il mister lo mette fuori rosa a vita. Cerco di intimidirlo, mi sembra troppo sicuro di sé, io sono il grande Van der Sar: chiedetelo ai 70mila dell’Amsterdam Arena!

Dovevo incitarli: mi giro, alzo le braccia, loro mi seguono. Li stavo caricando. In realtà stavo dando coraggio a me stesso. Il mioistinto mi diceva che quel burino stava escogitando qualcosa di diabolico per inibirmi, la mia razionalità invece mi suggeriva di scegliere un angolo e tuffarmi tranquillamente. Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. Mi guardò per una frazione di secondo.Dannazione è troppo sicuro. Che faccio? Questo me la combina. Ma se resto fermo e insacca all’angolino che figura ci faccio?

 

Avevo una nazione nelle mie mani. Troppe volte a un passo dalla gloria, mai ‘na gioia, come dicono a Roma, dannata Roma. Solo un europeo vinto nell’88 ma vabbè, lì c’erano i tre del Milan, lì c’erano gli alieni, lì c’erano i tiri al volo di Van Basten. Quello non vale. Due finali consecutive nei 70 e una che avremmo perso dieci anni dopo in Sudafrica (mezza casa nostra anche quella), ma stavolta no, siamo i più forti.

      Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. È partito, ha tirato, mi butto a destra: al 50 per cento gliela prendo. Non l’ho presa. Ma dov’è? Che caspita ha combinato? Ha lisciato? Che parabola ha fatto la palla? No, no, no! Mi ha fatto la Panenka, il cucchiaio. Mi ha umiliato. Ride, che cavolo ride? Abbiamo perso, non basta più neanche un miracolo. Tirerà Maldini, posso parargliela, ma non basterebbe comunque.

Così fu. Parai il rigore a Maldini ma in finale ci andò comunque l’Italia, la dannata Italia. L’assordante silenziodi quel pomeriggio d’estate, stranamente caldo per gli standard olandesi, non accompagnò soltanto i festeggiamenti azzurri. No, rimase nella mia testa per mesi, fino al giugno successivo, quando decisi di andar via dall’Italia, dannata Italia. Con la Juve avevamo lo scudetto in pugno ma subimmo un tracollo improvviso partito da un gol praticamente da centrocampo di Hidetoshi Nakata, nella gara con la Roma. Oh, ero coperto, ero distratto, non l’ho vista, dannazione. Dannata Roma.

 

Di voi italiani non volli sapere più nulla. Ci misi anni prima di ritornare ai miei livelli. Io ero il grande Van der Sar, il gigante buono erede di Schmeichel e in Inghilterra mi presi tutte le soddisfazioni che voi avevate provato a togliermi. Certo, qualche piccola delusione l’ho provata anche in quell’esperienza, anzi, un solo neo. Finale di Champions del 2009. Il Barcellona di Guardiola non aveva alcun timore di noi, che detenevamo il titolo. Prendere un gol da Messi poteva anche starci, ma, diamine, non di testa! È alto quanto la mia gamba! Due a zero e addio coppa. E vabbè, dopo nove anni una serata sfortunata poteva capitare. Pazienza.

 

Basta, siete ancora qui? Vi saluto, dannati italiani, sperando di non incontrarvi mai più. Ah, dimenticavo, conoscendo il vostro ghigno da saccenti, sono certo che non serve che vi dica in quale città fu disputata quella finale. Dannata Roma.

 

Mi chiamo Edwin Van der Sar, ho 45 anni e sono stato uno dei più grandi portieri della storia recente. Sarei stato anche il più grande se solo voi, sì proprio voi, non mi aveste rovinato la carriera. Dannata Italia,dannata Roma!

 

So benissimo che leggendo il mio nome state storcendo il naso o accennando un sorrisetto, con quel classico ghigno di chi ne sa di più, di quello più bravo, del classico saccente: “Van der Sar chi, lo spartiacque scarso tra l’era di Peruzzi e quella diBuffon, nella Juve più sfigata che si ricordi?”. Sì, so anche che collegate il mio nome a quello di Totti e Nakata, entrambi romanisti, entrambi numeri 10 estrosi, entrambi bravi nel ridicolizzarmi. Vabbe, si può sbagliare ogni tanto no? Chiedete ai tifosi del Manchester United cosa ne pensano di un certo Massimo Taibi, che in Italia ricordate ancora per quel gol che non lo sa neanche lui come l’ha buttata dentro. Chiedete chi è stato l’unico, all’Old Trafford, in grado di ripetere le gesta del grandePeter Schmeichel, tanto che mi stavo ritirando e sono venuti fino a casa per pregarmi di ritornare!

 

Ridete, ridete! So a quale momento pensate e sì, ci penso spesso anch’io, a quel dannato 29 giugno del 2000, a quell’Olanda-Italia, a quel diavolo di cucchiaio! Che poi, perché lo chiamate cucchiaio ? Quel colpo si chiamaPanenka come il suo inventore, e tutti lo chiamano così in giro per il mondo! Voi e la vostra dannata mania di cambiare i nomi alle cose.

Quell’Europeo era nostro di diritto. Zenden, van Nistelrooij, Kluivert, Davids, Bergkamp, Cocu, de Boer. Si giocava a casa nostra e avevamo letteralmente passeggiato sugli avversari: 1-0 ai cechi, 3-0 ai danesi, 3-2 allaFrancia, che poi vincerà il titolo (brucia ancora eh?), un tranquillo 6-1 alla Jugoslavia. La semifinale era all’Amsterdam Arena, la mia Amsterdam Arena, dove ero cresciuto vincendo praticamente ogni cosa a difesa della porta dell’Ajax. Sì, quella era la mia porta, dannata Italia.

Il mio dirimpettaio, quella sera, scese in campo, fece un segno della croce, guardò in alto, tirò due bestemmie in padovano stretto per auto-caricarsi e giocò la gara della vita. Francesco Toldo, non ti bastava parare due rigori in 90 minuti? Perché non neutralizzarne altri tre dopo i supplementari? Ma si può? E io di rigori me ne intendo, essendo rimasto imbattuto dagli 11 metri dal 26 aprile 2006 a Santo Stefano del 2008. Mannaggia a te! A te e quel biondino già idolo di Roma a 24 anni.

 

 

In azzurro però l’eredità di Baggio era di Alex Del Piero, mio compagno alla Juve. Ale non era così spocchioso, la 10 era sua per diritto e per stile. Totti doveva solo stare a guardare. E forse è per questo che decise di mettersi in mostra. Proprio contro di me.

Sono alto quasi due metri, ho la faccia da bravo ragazzo, a volte sembra l’abbiano impiantata in un corpo troppo grosso per quel viso innocente. Tuttavia, ero pur sempre grande quanto tutta la porta quando allargavo le braccia. Il rigorista si confondeva facilmente. E poi ero sotto la mia curva. Quei tifosi erano gli stessi dell’Ajax, che non mi avevano dimenticato. Molti li conoscevo per nome. Li sentivo uno per uno, accanto a me, a difendere quella porta, quell’Europeo, quella nazione. Ragazzi su che è nostro, non possono essere così fortunati sti azzurri. Dannata Italia, dannata Roma.

Erano in vantaggio. Se Totti l’avesse buttata dentro si sarebbe messa molto male. Era entrato da poco, il piccolo satanasso. Era più fresco dei miei che invece le stavano tirando tutte in bocca a Toldo. Sguardo determinato, andatura lenta, occhi bassi. Questo ha qualcosa in mente. E poi cos’avrà detto al compagno? Da laggiù non sentivo. Già il mio italiano non era un granché, poi scoprii che aveva sussurrato qualcosa in romanesco. Dannata Roma. “Mo’ je faccio er cucchiaio”. Scorsi solo lo sguardo preoccupato di Di Biagio, rivolto alla panchina. Ecco, pure questa. Quella figuraccia dovevo farla davanti al mio idolo, Dino Zoff. Pensai però che il ct avversario non avrebbe mai tollerato un gesto sconsiderato da parte di un suo giocatore. Niente colpi di genio: se sbaglia, il mister lo mette fuori rosa a vita. Cerco di intimidirlo, mi sembra troppo sicuro di sé, io sono il grande Van der Sar: chiedetelo ai 70mila dell’Amsterdam Arena!

Dovevo incitarli: mi giro, alzo le braccia, loro mi seguono. Li stavo caricando. In realtà stavo dando coraggio a me stesso. Il mioistinto mi diceva che quel burino stava escogitando qualcosa di diabolico per inibirmi, la mia razionalità invece mi suggeriva di scegliere un angolo e tuffarmi tranquillamente. Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. Mi guardò per una frazione di secondo.Dannazione è troppo sicuro. Che faccio? Questo me la combina. Ma se resto fermo e insacca all’angolino che figura ci faccio?

 

Avevo una nazione nelle mie mani. Troppe volte a un passo dalla gloria, mai ‘na gioia, come dicono a Roma, dannata Roma. Solo un europeo vinto nell’88 ma vabbè, lì c’erano i tre del Milan, lì c’erano gli alieni, lì c’erano i tiri al volo di Van Basten. Quello non vale. Due finali consecutive nei 70 e una che avremmo perso dieci anni dopo in Sudafrica (mezza casa nostra anche quella), ma stavolta no, siamo i più forti.

      Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. È partito, ha tirato, mi butto a destra: al 50 per cento gliela prendo. Non l’ho presa. Ma dov’è? Che caspita ha combinato? Ha lisciato? Che parabola ha fatto la palla? No, no, no! Mi ha fatto la Panenka, il cucchiaio. Mi ha umiliato. Ride, che cavolo ride? Abbiamo perso, non basta più neanche un miracolo. Tirerà Maldini, posso parargliela, ma non basterebbe comunque.

Così fu. Parai il rigore a Maldini ma in finale ci andò comunque l’Italia, la dannata Italia. L’assordante silenziodi quel pomeriggio d’estate, stranamente caldo per gli standard olandesi, non accompagnò soltanto i festeggiamenti azzurri. No, rimase nella mia testa per mesi, fino al giugno successivo, quando decisi di andar via dall’Italia, dannata Italia. Con la Juve avevamo lo scudetto in pugno ma subimmo un tracollo improvviso partito da un gol praticamente da centrocampo di Hidetoshi Nakata, nella gara con la Roma. Oh, ero coperto, ero distratto, non l’ho vista, dannazione. Dannata Roma.

 

Di voi italiani non volli sapere più nulla. Ci misi anni prima di ritornare ai miei livelli. Io ero il grande Van der Sar, il gigante buono erede di Schmeichel e in Inghilterra mi presi tutte le soddisfazioni che voi avevate provato a togliermi. Certo, qualche piccola delusione l’ho provata anche in quell’esperienza, anzi, un solo neo. Finale di Champions del 2009. Il Barcellona di Guardiola non aveva alcun timore di noi, che detenevamo il titolo. Prendere un gol da Messi poteva anche starci, ma, diamine, non di testa! È alto quanto la mia gamba! Due a zero e addio coppa. E vabbè, dopo nove anni una serata sfortunata poteva capitare. Pazienza.

 

Basta, siete ancora qui? Vi saluto, dannati italiani, sperando di non incontrarvi mai più. Ah, dimenticavo, conoscendo il vostro ghigno da saccenti, sono certo che non serve che vi dica in quale città fu disputata quella finale. Dannata Roma.

 

Mi chiamo Edwin Van der Sar, ho 45 anni e sono stato uno dei più grandi portieri della storia recente. Sarei stato anche il più grande se solo voi, sì proprio voi, non mi aveste rovinato la carriera. Dannata Italia,dannata Roma!

 

So benissimo che leggendo il mio nome state storcendo il naso o accennando un sorrisetto, con quel classico ghigno di chi ne sa di più, di quello più bravo, del classico saccente: “Van der Sar chi, lo spartiacque scarso tra l’era di Peruzzi e quella diBuffon, nella Juve più sfigata che si ricordi?”. Sì, so anche che collegate il mio nome a quello di Totti e Nakata, entrambi romanisti, entrambi numeri 10 estrosi, entrambi bravi nel ridicolizzarmi. Vabbe, si può sbagliare ogni tanto no? Chiedete ai tifosi del Manchester United cosa ne pensano di un certo Massimo Taibi, che in Italia ricordate ancora per quel gol che non lo sa neanche lui come l’ha buttata dentro. Chiedete chi è stato l’unico, all’Old Trafford, in grado di ripetere le gesta del grandePeter Schmeichel, tanto che mi stavo ritirando e sono venuti fino a casa per pregarmi di ritornare!

 

Ridete, ridete! So a quale momento pensate e sì, ci penso spesso anch’io, a quel dannato 29 giugno del 2000, a quell’Olanda-Italia, a quel diavolo di cucchiaio! Che poi, perché lo chiamate cucchiaio ? Quel colpo si chiamaPanenka come il suo inventore, e tutti lo chiamano così in giro per il mondo! Voi e la vostra dannata mania di cambiare i nomi alle cose.

Quell’Europeo era nostro di diritto. Zenden, van Nistelrooij, Kluivert, Davids, Bergkamp, Cocu, de Boer. Si giocava a casa nostra e avevamo letteralmente passeggiato sugli avversari: 1-0 ai cechi, 3-0 ai danesi, 3-2 allaFrancia, che poi vincerà il titolo (brucia ancora eh?), un tranquillo 6-1 alla Jugoslavia. La semifinale era all’Amsterdam Arena, la mia Amsterdam Arena, dove ero cresciuto vincendo praticamente ogni cosa a difesa della porta dell’Ajax. Sì, quella era la mia porta, dannata Italia.

Il mio dirimpettaio, quella sera, scese in campo, fece un segno della croce, guardò in alto, tirò due bestemmie in padovano stretto per auto-caricarsi e giocò la gara della vita. Francesco Toldo, non ti bastava parare due rigori in 90 minuti? Perché non neutralizzarne altri tre dopo i supplementari? Ma si può? E io di rigori me ne intendo, essendo rimasto imbattuto dagli 11 metri dal 26 aprile 2006 a Santo Stefano del 2008. Mannaggia a te! A te e quel biondino già idolo di Roma a 24 anni.

 

 

In azzurro però l’eredità di Baggio era di Alex Del Piero, mio compagno alla Juve. Ale non era così spocchioso, la 10 era sua per diritto e per stile. Totti doveva solo stare a guardare. E forse è per questo che decise di mettersi in mostra. Proprio contro di me.

Sono alto quasi due metri, ho la faccia da bravo ragazzo, a volte sembra l’abbiano impiantata in un corpo troppo grosso per quel viso innocente. Tuttavia, ero pur sempre grande quanto tutta la porta quando allargavo le braccia. Il rigorista si confondeva facilmente. E poi ero sotto la mia curva. Quei tifosi erano gli stessi dell’Ajax, che non mi avevano dimenticato. Molti li conoscevo per nome. Li sentivo uno per uno, accanto a me, a difendere quella porta, quell’Europeo, quella nazione. Ragazzi su che è nostro, non possono essere così fortunati sti azzurri. Dannata Italia, dannata Roma.

Erano in vantaggio. Se Totti l’avesse buttata dentro si sarebbe messa molto male. Era entrato da poco, il piccolo satanasso. Era più fresco dei miei che invece le stavano tirando tutte in bocca a Toldo. Sguardo determinato, andatura lenta, occhi bassi. Questo ha qualcosa in mente. E poi cos’avrà detto al compagno? Da laggiù non sentivo. Già il mio italiano non era un granché, poi scoprii che aveva sussurrato qualcosa in romanesco. Dannata Roma. “Mo’ je faccio er cucchiaio”. Scorsi solo lo sguardo preoccupato di Di Biagio, rivolto alla panchina. Ecco, pure questa. Quella figuraccia dovevo farla davanti al mio idolo, Dino Zoff. Pensai però che il ct avversario non avrebbe mai tollerato un gesto sconsiderato da parte di un suo giocatore. Niente colpi di genio: se sbaglia, il mister lo mette fuori rosa a vita. Cerco di intimidirlo, mi sembra troppo sicuro di sé, io sono il grande Van der Sar: chiedetelo ai 70mila dell’Amsterdam Arena!

Dovevo incitarli: mi giro, alzo le braccia, loro mi seguono. Li stavo caricando. In realtà stavo dando coraggio a me stesso. Il mioistinto mi diceva che quel burino stava escogitando qualcosa di diabolico per inibirmi, la mia razionalità invece mi suggeriva di scegliere un angolo e tuffarmi tranquillamente. Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. Mi guardò per una frazione di secondo.Dannazione è troppo sicuro. Che faccio? Questo me la combina. Ma se resto fermo e insacca all’angolino che figura ci faccio?

 

Avevo una nazione nelle mie mani. Troppe volte a un passo dalla gloria, mai ‘na gioia, come dicono a Roma, dannata Roma. Solo un europeo vinto nell’88 ma vabbè, lì c’erano i tre del Milan, lì c’erano gli alieni, lì c’erano i tiri al volo di Van Basten. Quello non vale. Due finali consecutive nei 70 e una che avremmo perso dieci anni dopo in Sudafrica (mezza casa nostra anche quella), ma stavolta no, siamo i più forti.

      Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. È partito, ha tirato, mi butto a destra: al 50 per cento gliela prendo. Non l’ho presa. Ma dov’è? Che caspita ha combinato? Ha lisciato? Che parabola ha fatto la palla? No, no, no! Mi ha fatto la Panenka, il cucchiaio. Mi ha umiliato. Ride, che cavolo ride? Abbiamo perso, non basta più neanche un miracolo. Tirerà Maldini, posso parargliela, ma non basterebbe comunque.

Così fu. Parai il rigore a Maldini ma in finale ci andò comunque l’Italia, la dannata Italia. L’assordante silenziodi quel pomeriggio d’estate, stranamente caldo per gli standard olandesi, non accompagnò soltanto i festeggiamenti azzurri. No, rimase nella mia testa per mesi, fino al giugno successivo, quando decisi di andar via dall’Italia, dannata Italia. Con la Juve avevamo lo scudetto in pugno ma subimmo un tracollo improvviso partito da un gol praticamente da centrocampo di Hidetoshi Nakata, nella gara con la Roma. Oh, ero coperto, ero distratto, non l’ho vista, dannazione. Dannata Roma.

 

Di voi italiani non volli sapere più nulla. Ci misi anni prima di ritornare ai miei livelli. Io ero il grande Van der Sar, il gigante buono erede di Schmeichel e in Inghilterra mi presi tutte le soddisfazioni che voi avevate provato a togliermi. Certo, qualche piccola delusione l’ho provata anche in quell’esperienza, anzi, un solo neo. Finale di Champions del 2009. Il Barcellona di Guardiola non aveva alcun timore di noi, che detenevamo il titolo. Prendere un gol da Messi poteva anche starci, ma, diamine, non di testa! È alto quanto la mia gamba! Due a zero e addio coppa. E vabbè, dopo nove anni una serata sfortunata poteva capitare. Pazienza.

 

Basta, siete ancora qui? Vi saluto, dannati italiani, sperando di non incontrarvi mai più. Ah, dimenticavo, conoscendo il vostro ghigno da saccenti, sono certo che non serve che vi dica in quale città fu disputata quella finale. Dannata Roma.

 

Mi chiamo Edwin Van der Sar, ho 45 anni e sono stato uno dei più grandi portieri della storia recente. Sarei stato anche il più grande se solo voi, sì proprio voi, non mi aveste rovinato la carriera. Dannata Italia,dannata Roma!

 

So benissimo che leggendo il mio nome state storcendo il naso o accennando un sorrisetto, con quel classico ghigno di chi ne sa di più, di quello più bravo, del classico saccente: “Van der Sar chi, lo spartiacque scarso tra l’era di Peruzzi e quella diBuffon, nella Juve più sfigata che si ricordi?”. Sì, so anche che collegate il mio nome a quello di Totti e Nakata, entrambi romanisti, entrambi numeri 10 estrosi, entrambi bravi nel ridicolizzarmi. Vabbe, si può sbagliare ogni tanto no? Chiedete ai tifosi del Manchester United cosa ne pensano di un certo Massimo Taibi, che in Italia ricordate ancora per quel gol che non lo sa neanche lui come l’ha buttata dentro. Chiedete chi è stato l’unico, all’Old Trafford, in grado di ripetere le gesta del grandePeter Schmeichel, tanto che mi stavo ritirando e sono venuti fino a casa per pregarmi di ritornare!

 

Ridete, ridete! So a quale momento pensate e sì, ci penso spesso anch’io, a quel dannato 29 giugno del 2000, a quell’Olanda-Italia, a quel diavolo di cucchiaio! Che poi, perché lo chiamate cucchiaio ? Quel colpo si chiamaPanenka come il suo inventore, e tutti lo chiamano così in giro per il mondo! Voi e la vostra dannata mania di cambiare i nomi alle cose.

Quell’Europeo era nostro di diritto. Zenden, van Nistelrooij, Kluivert, Davids, Bergkamp, Cocu, de Boer. Si giocava a casa nostra e avevamo letteralmente passeggiato sugli avversari: 1-0 ai cechi, 3-0 ai danesi, 3-2 allaFrancia, che poi vincerà il titolo (brucia ancora eh?), un tranquillo 6-1 alla Jugoslavia. La semifinale era all’Amsterdam Arena, la mia Amsterdam Arena, dove ero cresciuto vincendo praticamente ogni cosa a difesa della porta dell’Ajax. Sì, quella era la mia porta, dannata Italia.

Il mio dirimpettaio, quella sera, scese in campo, fece un segno della croce, guardò in alto, tirò due bestemmie in padovano stretto per auto-caricarsi e giocò la gara della vita. Francesco Toldo, non ti bastava parare due rigori in 90 minuti? Perché non neutralizzarne altri tre dopo i supplementari? Ma si può? E io di rigori me ne intendo, essendo rimasto imbattuto dagli 11 metri dal 26 aprile 2006 a Santo Stefano del 2008. Mannaggia a te! A te e quel biondino già idolo di Roma a 24 anni.

 

 

In azzurro però l’eredità di Baggio era di Alex Del Piero, mio compagno alla Juve. Ale non era così spocchioso, la 10 era sua per diritto e per stile. Totti doveva solo stare a guardare. E forse è per questo che decise di mettersi in mostra. Proprio contro di me.

Sono alto quasi due metri, ho la faccia da bravo ragazzo, a volte sembra l’abbiano impiantata in un corpo troppo grosso per quel viso innocente. Tuttavia, ero pur sempre grande quanto tutta la porta quando allargavo le braccia. Il rigorista si confondeva facilmente. E poi ero sotto la mia curva. Quei tifosi erano gli stessi dell’Ajax, che non mi avevano dimenticato. Molti li conoscevo per nome. Li sentivo uno per uno, accanto a me, a difendere quella porta, quell’Europeo, quella nazione. Ragazzi su che è nostro, non possono essere così fortunati sti azzurri. Dannata Italia, dannata Roma.

Erano in vantaggio. Se Totti l’avesse buttata dentro si sarebbe messa molto male. Era entrato da poco, il piccolo satanasso. Era più fresco dei miei che invece le stavano tirando tutte in bocca a Toldo. Sguardo determinato, andatura lenta, occhi bassi. Questo ha qualcosa in mente. E poi cos’avrà detto al compagno? Da laggiù non sentivo. Già il mio italiano non era un granché, poi scoprii che aveva sussurrato qualcosa in romanesco. Dannata Roma. “Mo’ je faccio er cucchiaio”. Scorsi solo lo sguardo preoccupato di Di Biagio, rivolto alla panchina. Ecco, pure questa. Quella figuraccia dovevo farla davanti al mio idolo, Dino Zoff. Pensai però che il ct avversario non avrebbe mai tollerato un gesto sconsiderato da parte di un suo giocatore. Niente colpi di genio: se sbaglia, il mister lo mette fuori rosa a vita. Cerco di intimidirlo, mi sembra troppo sicuro di sé, io sono il grande Van der Sar: chiedetelo ai 70mila dell’Amsterdam Arena!

Dovevo incitarli: mi giro, alzo le braccia, loro mi seguono. Li stavo caricando. In realtà stavo dando coraggio a me stesso. Il mioistinto mi diceva che quel burino stava escogitando qualcosa di diabolico per inibirmi, la mia razionalità invece mi suggeriva di scegliere un angolo e tuffarmi tranquillamente. Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. Mi guardò per una frazione di secondo.Dannazione è troppo sicuro. Che faccio? Questo me la combina. Ma se resto fermo e insacca all’angolino che figura ci faccio?

 

Avevo una nazione nelle mie mani. Troppe volte a un passo dalla gloria, mai ‘na gioia, come dicono a Roma, dannata Roma. Solo un europeo vinto nell’88 ma vabbè, lì c’erano i tre del Milan, lì c’erano gli alieni, lì c’erano i tiri al volo di Van Basten. Quello non vale. Due finali consecutive nei 70 e una che avremmo perso dieci anni dopo in Sudafrica (mezza casa nostra anche quella), ma stavolta no, siamo i più forti.

      Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. È partito, ha tirato, mi butto a destra: al 50 per cento gliela prendo. Non l’ho presa. Ma dov’è? Che caspita ha combinato? Ha lisciato? Che parabola ha fatto la palla? No, no, no! Mi ha fatto la Panenka, il cucchiaio. Mi ha umiliato. Ride, che cavolo ride? Abbiamo perso, non basta più neanche un miracolo. Tirerà Maldini, posso parargliela, ma non basterebbe comunque.

Così fu. Parai il rigore a Maldini ma in finale ci andò comunque l’Italia, la dannata Italia. L’assordante silenziodi quel pomeriggio d’estate, stranamente caldo per gli standard olandesi, non accompagnò soltanto i festeggiamenti azzurri. No, rimase nella mia testa per mesi, fino al giugno successivo, quando decisi di andar via dall’Italia, dannata Italia. Con la Juve avevamo lo scudetto in pugno ma subimmo un tracollo improvviso partito da un gol praticamente da centrocampo di Hidetoshi Nakata, nella gara con la Roma. Oh, ero coperto, ero distratto, non l’ho vista, dannazione. Dannata Roma.

 

Di voi italiani non volli sapere più nulla. Ci misi anni prima di ritornare ai miei livelli. Io ero il grande Van der Sar, il gigante buono erede di Schmeichel e in Inghilterra mi presi tutte le soddisfazioni che voi avevate provato a togliermi. Certo, qualche piccola delusione l’ho provata anche in quell’esperienza, anzi, un solo neo. Finale di Champions del 2009. Il Barcellona di Guardiola non aveva alcun timore di noi, che detenevamo il titolo. Prendere un gol da Messi poteva anche starci, ma, diamine, non di testa! È alto quanto la mia gamba! Due a zero e addio coppa. E vabbè, dopo nove anni una serata sfortunata poteva capitare. Pazienza.

 

Basta, siete ancora qui? Vi saluto, dannati italiani, sperando di non incontrarvi mai più. Ah, dimenticavo, conoscendo il vostro ghigno da saccenti, sono certo che non serve che vi dica in quale città fu disputata quella finale. Dannata Roma.

 

Mi chiamo Edwin Van der Sar, ho 45 anni e sono stato uno dei più grandi portieri della storia recente. Sarei stato anche il più grande se solo voi, sì proprio voi, non mi aveste rovinato la carriera. Dannata Italia,dannata Roma!

 

So benissimo che leggendo il mio nome state storcendo il naso o accennando un sorrisetto, con quel classico ghigno di chi ne sa di più, di quello più bravo, del classico saccente: “Van der Sar chi, lo spartiacque scarso tra l’era di Peruzzi e quella diBuffon, nella Juve più sfigata che si ricordi?”. Sì, so anche che collegate il mio nome a quello di Totti e Nakata, entrambi romanisti, entrambi numeri 10 estrosi, entrambi bravi nel ridicolizzarmi. Vabbe, si può sbagliare ogni tanto no? Chiedete ai tifosi del Manchester United cosa ne pensano di un certo Massimo Taibi, che in Italia ricordate ancora per quel gol che non lo sa neanche lui come l’ha buttata dentro. Chiedete chi è stato l’unico, all’Old Trafford, in grado di ripetere le gesta del grandePeter Schmeichel, tanto che mi stavo ritirando e sono venuti fino a casa per pregarmi di ritornare!

 

Ridete, ridete! So a quale momento pensate e sì, ci penso spesso anch’io, a quel dannato 29 giugno del 2000, a quell’Olanda-Italia, a quel diavolo di cucchiaio! Che poi, perché lo chiamate cucchiaio ? Quel colpo si chiamaPanenka come il suo inventore, e tutti lo chiamano così in giro per il mondo! Voi e la vostra dannata mania di cambiare i nomi alle cose.

Quell’Europeo era nostro di diritto. Zenden, van Nistelrooij, Kluivert, Davids, Bergkamp, Cocu, de Boer. Si giocava a casa nostra e avevamo letteralmente passeggiato sugli avversari: 1-0 ai cechi, 3-0 ai danesi, 3-2 allaFrancia, che poi vincerà il titolo (brucia ancora eh?), un tranquillo 6-1 alla Jugoslavia. La semifinale era all’Amsterdam Arena, la mia Amsterdam Arena, dove ero cresciuto vincendo praticamente ogni cosa a difesa della porta dell’Ajax. Sì, quella era la mia porta, dannata Italia.

Il mio dirimpettaio, quella sera, scese in campo, fece un segno della croce, guardò in alto, tirò due bestemmie in padovano stretto per auto-caricarsi e giocò la gara della vita. Francesco Toldo, non ti bastava parare due rigori in 90 minuti? Perché non neutralizzarne altri tre dopo i supplementari? Ma si può? E io di rigori me ne intendo, essendo rimasto imbattuto dagli 11 metri dal 26 aprile 2006 a Santo Stefano del 2008. Mannaggia a te! A te e quel biondino già idolo di Roma a 24 anni.

 

 

In azzurro però l’eredità di Baggio era di Alex Del Piero, mio compagno alla Juve. Ale non era così spocchioso, la 10 era sua per diritto e per stile. Totti doveva solo stare a guardare. E forse è per questo che decise di mettersi in mostra. Proprio contro di me.

Sono alto quasi due metri, ho la faccia da bravo ragazzo, a volte sembra l’abbiano impiantata in un corpo troppo grosso per quel viso innocente. Tuttavia, ero pur sempre grande quanto tutta la porta quando allargavo le braccia. Il rigorista si confondeva facilmente. E poi ero sotto la mia curva. Quei tifosi erano gli stessi dell’Ajax, che non mi avevano dimenticato. Molti li conoscevo per nome. Li sentivo uno per uno, accanto a me, a difendere quella porta, quell’Europeo, quella nazione. Ragazzi su che è nostro, non possono essere così fortunati sti azzurri. Dannata Italia, dannata Roma.

Erano in vantaggio. Se Totti l’avesse buttata dentro si sarebbe messa molto male. Era entrato da poco, il piccolo satanasso. Era più fresco dei miei che invece le stavano tirando tutte in bocca a Toldo. Sguardo determinato, andatura lenta, occhi bassi. Questo ha qualcosa in mente. E poi cos’avrà detto al compagno? Da laggiù non sentivo. Già il mio italiano non era un granché, poi scoprii che aveva sussurrato qualcosa in romanesco. Dannata Roma. “Mo’ je faccio er cucchiaio”. Scorsi solo lo sguardo preoccupato di Di Biagio, rivolto alla panchina. Ecco, pure questa. Quella figuraccia dovevo farla davanti al mio idolo, Dino Zoff. Pensai però che il ct avversario non avrebbe mai tollerato un gesto sconsiderato da parte di un suo giocatore. Niente colpi di genio: se sbaglia, il mister lo mette fuori rosa a vita. Cerco di intimidirlo, mi sembra troppo sicuro di sé, io sono il grande Van der Sar: chiedetelo ai 70mila dell’Amsterdam Arena!

Dovevo incitarli: mi giro, alzo le braccia, loro mi seguono. Li stavo caricando. In realtà stavo dando coraggio a me stesso. Il mioistinto mi diceva che quel burino stava escogitando qualcosa di diabolico per inibirmi, la mia razionalità invece mi suggeriva di scegliere un angolo e tuffarmi tranquillamente. Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. Mi guardò per una frazione di secondo.Dannazione è troppo sicuro. Che faccio? Questo me la combina. Ma se resto fermo e insacca all’angolino che figura ci faccio?

 

Avevo una nazione nelle mie mani. Troppe volte a un passo dalla gloria, mai ‘na gioia, come dicono a Roma, dannata Roma. Solo un europeo vinto nell’88 ma vabbè, lì c’erano i tre del Milan, lì c’erano gli alieni, lì c’erano i tiri al volo di Van Basten. Quello non vale. Due finali consecutive nei 70 e una che avremmo perso dieci anni dopo in Sudafrica (mezza casa nostra anche quella), ma stavolta no, siamo i più forti.

      Istinto, raziocinio, istinto, raziocinio. È partito, ha tirato, mi butto a destra: al 50 per cento gliela prendo. Non l’ho presa. Ma dov’è? Che caspita ha combinato? Ha lisciato? Che parabola ha fatto la palla? No, no, no! Mi ha fatto la Panenka, il cucchiaio. Mi ha umiliato. Ride, che cavolo ride? Abbiamo perso, non basta più neanche un miracolo. Tirerà Maldini, posso parargliela, ma non basterebbe comunque.

Così fu. Parai il rigore a Maldini ma in finale ci andò comunque l’Italia, la dannata Italia. L’assordante silenziodi quel pomeriggio d’estate, stranamente caldo per gli standard olandesi, non accompagnò soltanto i festeggiamenti azzurri. No, rimase nella mia testa per mesi, fino al giugno successivo, quando decisi di andar via dall’Italia, dannata Italia. Con la Juve avevamo lo scudetto in pugno ma subimmo un tracollo improvviso partito da un gol praticamente da centrocampo di Hidetoshi Nakata, nella gara con la Roma. Oh, ero coperto, ero distratto, non l’ho vista, dannazione. Dannata Roma.

 

Di voi italiani non volli sapere più nulla. Ci misi anni prima di ritornare ai miei livelli. Io ero il grande Van der Sar, il gigante buono erede di Schmeichel e in Inghilterra mi presi tutte le soddisfazioni che voi avevate provato a togliermi. Certo, qualche piccola delusione l’ho provata anche in quell’esperienza, anzi, un solo neo. Finale di Champions del 2009. Il Barcellona di Guardiola non aveva alcun timore di noi, che detenevamo il titolo. Prendere un gol da Messi poteva anche starci, ma, diamine, non di testa! È alto quanto la mia gamba! Due a zero e addio coppa. E vabbè, dopo nove anni una serata sfortunata poteva capitare. Pazienza.

 

Basta, siete ancora qui? Vi saluto, dannati italiani, sperando di non incontrarvi mai più. Ah, dimenticavo, conoscendo il vostro ghigno da saccenti, sono certo che non serve che vi dica in quale città fu disputata quella finale. Dannata Roma.

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