El Pitòn en Bicicleta – Il penultimo tango a Parigi di Osvaldo Ardiles

      Mio papà non ha mai dato troppo peso ai cosiddetti fenomeni, a quelli che fanno troppi ricami col pallone. Mio papà da giovane tifava Cagliari perché Gigi Riva era cattivo e pensava solamente a buttarla dentro, e mi ha sempre detto che Zoff era il più grande perché Zoff non si doveva tuffare per parare. Zoff era già lì. Sempre.

      Per questo mi fece un certo effetto sentire un giorno al campo mio papà dire “Ti insegno un giochetto”: mi corse incontro palla al piede, lasciandosela ad un certo punto un po’ indietro e alzandola subito. Dopo averla trattenuta per un attimo tra i piedi a tenaglia, mi scavalcò con un pallonetto portandosela avanti col tacco. Ai miei occhi di bambno, stregoneria pura. “Questo è l’Ardiles”. Scoprii solo anni dopo che il vero nome di quel “giochetto” era Bicicletta, ma poco importava: se mio papà mi aveva insegnato un colpo di questo Ardiles, costui doveva perlomeno essere stato uno dei migliori giocatori di sempre.

      E invece nulla, non lessi mai di questo Ardiles nelle migliori formazioni argentine di sempre: nel suo ruolo, centrocampista centrale, trovavo Redondo, Burruchaga, Mèndez. Ardiles mai, veniva al massimo citato da qualche cultore mai ascoltato. Osvaldo Ardiles era stato anche campione del mondo con l’Argentina nel ’78, ma quando guardavo la cassetta di Italia-Argentina 1-0 Nando Martellini elogiava molto Passarella, Kempes, Bertoni, Fillol. Ardiles era semplicemente uno degli altri sette. Ho riguardato chissà quante volte quella cassetta, quel gol di Bettega, quei capelli al vento di Kempes, sperando ogni volta che quell’ometto col numero 2 (un centrocampista centrale col numero 2?) inventasse qualcosa, magari facesse un “Ardiles”, che ne so, a Causio, a Bellugi o a Benetti. Niente, i novanta minuti scorrevano sempre uguali. Com’era mai possibile che mio papà mi avesse parlato di quell’Ardiles?

Ok, questo video è lunghetto, se volete potete vedervelo quando avete finito di leggere il pezzo, ma è l’unica compilation su Ardiles che troverete su YouTube. Non ci sono video di suoi gol o singole giocate, c’è solo questo mega mix in cui sono anche un paio di gol mangiati. E quelle azioni venute male, insieme alla sua faccia un po’ così, rendono il tutto ancora più vero. Bellissimo il “We apologize for the quality of this footage”.

      In realtà quel 10 giugno 1978 l’omino alto un metro e sessantadue col 2 sulle spalle aveva appena preso una decisione che allora solo i pazzi o i grandissimi si potevano permettere: andare a giocare oltreoceano. E da Cordoba a White Hart Lane, di chilometri ce ne sono parecchi. Osvaldo se li è fatti tutti dribblando, non per niente per le strade di Cordoba tutti lo conoscono come El Pitón: Osvaldo tra gli avversari sguscia come un serpente. Ma vede anche linee di passaggio che altri non vedono, sa in anticipo dove finirà la palla, ha tempi di inserimento e tiro da fuori. Ardiles è un Iniesta calato in terra trent’anni prima di Iniesta (nonostante lui dica di riconoscersi in Xavi, ma vedere il video di sopra per credere).

Nei primi tre anni in Inghilterra Osvaldo si carica sulle spalle tutto il Tottenham, fino a portarlo alla conquista della FA cup il 14 maggio 1981 a Wembley davanti a 92000 persone. Ossie, così lo chiamano in Inghilterra, è l’idolo dei tifosi, tanto che per l’occasione un famoso duo pop rock inglese, Chas ‘n’ Dave, gli dedica una canzone (Ossie’s Dream), che poi diventerà una sorta di inno per i tifosi di White Hart Lane.

 

In our ranks there’s Ossie Ardiles

He’s had a dream for a year or two

That one day he’s gonna play at Wembley

Now his dream is coming true

Ossie we’re gonna be behind you

Together man for man,

We know you’re gonna play a blinder

In the cup for Totting-ham

Immagino che voi possiate anche non credermi riguardo alla canzone, quindi ecco a voi il video. La strofa dedicata ad Ossie comincia al minuto 1:30. Cose che adoro di questo video: il fatto che Ossie canti l’ultimo pezzo della strofa a lui dedicata; l’atmosfera in totale stile Happy Days; il fatto che questo stesso video fosse evidentemente considerato una gran figata, dato che è arrivato fino al numero 5 delle Top Hit inglesi.

      La popolarità di Ardiles è al suo apice, tanto che viene chiamato a recitare in “Fuga per la Vittoria” con Stallone e Pelè. Tutti sappiamo che il film si snoda attorno ad una partita di calcio fra tedeschi ed alleati nella Francia occupata dalle armate tedesche. Ardiles recita la parte di Carlos Rey, soldato francese prigioniero dei tedeschi, ma soprattutto è il protagonista della scena più bella del film, quella in cui irride il malcapitato terzino tedesco di turno con un “Ardiles” sotto gli occhi di un irritato gerarca nazista.

 

Se non avete mai visto questo film e soprattutto questa scena e quella del gol decisivo di Pelè, non avete mai vissuto. La cosa che più mi piace di questo documento è che credo sia il primo video tutorial della storia: si capisce esattamente che cosa bisogna fare per eseguire una perfetta bicicleta. Grazie Ossie. Mi piace pensare che questa scena sia stata una “Buona la prima!”.

Ma Ossie non si accontenta, il suo gioco si eleva ulteriormente: copre meglio gli spazi, gronda sudore alla fine di ogni partita, sa che deve correre di più perché la nazionale argentina ha imposto ai suoi giocatori un ritiro anticipato in vista del Mondiale 1982 e non potrà trascinare la sua squadra per tutta la stagione.

      Il 3 aprile 1982 è il Leicester l’ostacolo che gli Spurs devono superare in semifinale di FA Cup per ritornare a Wembley: quando tocca il suo primo pallone, Ardiles viene sommerso dai fischi dei tifosi avversari. Non sono fischi di paura sportiva, ma fischi di guerra. Il giorno prima il presidente argentino Leopoldo Galtieri aveva ordinato l’invasione delle Isole Malvine, territorio britannico situato nel Sudamerica meglio noto come Isole Falkland. Di lì a poco, del sangue sarebbe stato versato fra le due nazioni: Ardiles quel giorno veniva fischiato perché era argentino. Nel caso in cui il messaggio non fosse stato chiato, i tifosi del Leicester City a Villa Park cominciano ad urlare “England, England”. Ad Ardiles avevano detto di non giocarla quella partita, che sarebbe stato pericoloso, per lui e per la sua famiglia. Che poi Osvaldo, che te ne frega, tanto la finale non la giocherai comunque, sarai già in ritiro con la nazionale allora. E’ vero, Ossie sa già che non giocherà la finale, ma disputa comunque una delle sue partite più belle, coronata dal cross che Crooks deve solamente spingere in porta per l’1-0. Il Tottenham riuscirà a dedicare ad Ossie la seconda FA cup consecutiva, ma la mente del Pitón è già ai Mondiali di Spagna.

      C’è un mondiale da vincere per quel 10 riccioluto, per quel 10 che si è ribellato alla numerazione in ordine alfabetico (Ossie questa volta ha l’1 sulla schiena), quel 10 che ha tutti gli occhi del mondo addosso. Anche troppo, forse. Emblematica è questa immagine, una delle più famose che riguardano El Pibe De Oro. Barcellona, 13 giugno 1982, i campioni del mondo in carica affrontano I diavoli rossi del Belgio. Il Guardian la descrive così:

 

Se mai una fotografia ha racchiuso il genio di un giocatore, sicuramente è questa. È un’istantanea che cattura l’audacia di Maradona e il terrore assoluto degli avversari, all’idea di doverlo affrontare; e questo terrore è ben esemplificato già dal numero di giocatori apparentemente impiegati per la marcatura di Maradona.

      Apparentemente, appunto. Perché i sei in realtà erano in barriera, c’era Ossie che stava per calciare una punizione. Alla fine però questi decise di passare la palla a Maradona, defilato. I sei erano solo sorpresi che Ardiles non avesse calciato, non paurosi di un Maradona defilato a venticinque metri dalla porta (Maradona che poi in quell’azione avrebbe sbagliato il cross, oltretutto). Il Belgio era solo spaventato dalla punizione che temevano Ardiles avrebbe calciato.

      Tutti sappiamo come finì quel mondiale. Non tutti sanno che, sebbene la guerra fosse finita il giorno dopo che quella famosa foto fu scattata, la situazione in Inghilterra per Osvaldo era diventata veramente insostenibile. La storia è bella, ma anche beffarda, perché si diverte a giocare con gli uomini, piccoli o grandi essi siano: Ardiles è sia l’uno che l’altro, un gigante rinchiuso in un metro e sessantadue. E quel gigante finisce proprio in Francia, come nel film. Il Tottenham si vede costretto a darlo in prestito per una stagione per ragioni di sicurezza al Paris Saint Germain, neonato club della capitale che ha appena vinto la sua prima coppa di Francia. Ossie è triste, Ultimo Tango a Parigi, “ormai ha trent’anni”, dicono e scrivono di lui, “è finito”, anche se tornasse in Inghilterra oramai non avrebbe più nulla da dare al Tottenham.

 

 

E invece, 23 maggio 1984, White Hart Lane, 46.258 spettatori paganti.Tottenham-Anderlecht, finale di ritorno della Coppa Uefa. Ossie parte dalla panchina, non ha più il dribbling dei bei tempi, è vero, ma il Paso Doble ce l’ha nel sangue, e quello di Parigi non era l’ultimo tango che avrebbe ballato. Entra al 73′, cinquanta minuti di pura qualità. Tutti i compagni lo guardano quando c’è da calciare l’ultimo rigore, ma lui indica un giovanissimo, Danny Thomas. Thomas calcia, sbaglia, ma Gudjohnsen fa lo stesso. Ardiles può alzare la Coppa Uefa nel suo stadio, in Inghilterra.

      Quello che accadde dopo quella data è una storia di vagabondaggi e di un genio del pallone che da allenatore non riuscì mai a spiegare ai suoi ragazzi quanto fosse facile giocare al calcio, ma non ci interessa. Quello che ci interessa è che quel 3 aprile 1982 a Villa Park, all’urlo “England, England!” dei tifosi del Leicester, quelli del Tottenham risposero “Argentina,  Argentina!”. Ossie aveva vinto la guerra delle Falkland il giorno dopo che era cominciata.

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