Matt Le Tissier – I did it my way

 

 

Trentaduemila persone in piedi che ti applaudono, molti di loro con gli occhi umidi. Tu in mezzo al campo da gioco con i tuoi due figli. Tutti gli sguardi, compreso il tuo, rivolti verso un maxi-schermo su cui scorrono I tuoi gol più belli. A fare da colonna sonora, My Way di Frank Sinatra. Può mai una carriera che si conclude in questa maniera portarsi dietro dei rimpianti? Se il tuo nome è Matthew Le Tissier, sì.

      Parlare di Matt riportando date, cifre e numeri sarebbe offensivo e forse controproducente. Cercare di descrivere l’eleganza e la poesia del suo gioco facendone una cronistoria sarebbe come ingabbiare la Gioconda in trattati sulla sua accuratezza anatomica. Anche se può sembrare strano parlare di eleganza per un omone di un metro e ottantacinque per ottantasei chili nato nel Canale della Manica che passa molte sue serate a sbronzarsi di Malibù nei locali di Southampton, è l’unica parola che verrebbe in mente a chiunque guardando le sue migliori azioni (vedere il video sotto, ad esempio).

 

      Eleganza. Come quando decise che avrebbe giocato per la nazionale inglese, no matter what. In quanto cittadino del Canale, avrebbe potuto di decidere di giocare per la Scozia o per il Galles. Platini, spingendosi un po’ più in là dei confini tracciati, cercò addirittura di convincerlo a giocare per la Francia (sebbene in realtà Matt non avrebbe potuto, secondo le regole). Ma niente, il sogno di Matt era giocare per quella nazionale che lo ripudiò sempre, a tal punto da concedergli l’onore di indossare la sua maglia solo otto volte senza mai provare la gioia del gol. C’est la vie.

      Matt fece di tutto pur di prendersi quella maglia. Come se essere il centrocampista più prolifico della storia della Premier League non fosse sufficiente (il 2 aprile 2000 divenne il primo a segnare 100 gol in Premier giocando in quel ruolo, tutti con la sua seconda pelle, quella biancorossa del Southampton), per farsi notare dal manager Glenn Hoddle segnò una tripletta nella gara amichevole che l’Inghilterra B giocò contro la Russia (per gli inglesi la nazionale B era molto importante: quella sera al fianco di Matt giocavamo anche Jamie Carragher e Kieron Dyer, fra gli altri). Niente da fare, Le God (così era soprannominato Matt dai tifosi del Southampton) rimane a casa, “Non voglio giocatori problematici”, così dirà Hoddle. Lo stesso Hoddle che nel 1996 aveva offerto a Matt il contratto della vita per trasferirsi al Chelsea e che Matt aveva cordialmente rifiutato.

      A fine carriera spiegherà perché pur essendo stato nominato giovane dell’anno della Premier nel 1990, pur continuando a segnare gol da cineteca (guardate di nuovo sotto, per capirci), pur avendo la tecnica più cristallina dell’intero Regno Unito, avesse sempre deciso di continuare a calpestare l’erba a The Dell: “Mi piaceva essere un pesce grande in un lago medio, quello per cui i tifosi venivano allo stadio solo per vedere se fossi in grado di combinare qualcosa”.

 

      Il Tottenham per lui nel 1990 avrebbe fatto carte false: Matt veniva da una stagione da 20 gol in Premier (ne avrebbe sfoderate altre tre così, una adddirittura da 25), aveva trascinato il Southampton al settimo posto e la sua striscia di rigori segnati era ancora aperta (ne sbagliò solo uno su 48 in carriera, “Li segnavo perché li angolavo, ero troppo codardo per calciare centrale”): quale momento migliore per fare il grande salto all’età di 22 anni? No, a Matt non interessava. Rimase a Southampton, e vinse anche l’ambito titolo di gol più bello dell’anno per la rete contro il Blackburn nel 1994. Matt prende la palla a metà campo, non dribbla nessuno. Semplicemente si sposta quando vede maglie biancoblu in mezzo alla strada, non vuole avere gente davanti al momento del tiro, sa da dove vuole tirare e sa dove vuole che vada la palla. Trentacinque metri non sono nulla per il pennello con cui ha già dipinto tele anche di fattura più pregiata. La perfezione della parabola, la morbidezza con cui la palla accarezza la traversa ed entra in porta. Il contrasto tra il pachiderma e la sua vellutata creatura ricorda quello di un’anatra che nuota in un lago, calma in apparenza ma le cui zampe battono freneticamente sotto lo specchio dell’acqua. “E’ il mio gol preferito perché avevo provato quel tiro centinaia di volte in allenamento”. Ride. “Sì, mi allenavo. Spesso nel tragitto verso il campo mangiavo due muffin, è vero, e dopo dieci minuti ero sudatissimo e me ne pentivo, ma mi allenavo.”

 

      Certi talenti però non arrivano con l’allenamento: la sua leggiadria, il suo sembrare fermo, la sua intelligenza e visione di gioco sotto lo sguardo pigro e la bocca mezza aperta. Quelle cose non te le insegnano, o ci nasci o nulla. “Il suo talento era semplicemente fuori dalla norma”. Chi parla è Xavi, di cui Matt era uno degli idoli indiscussi. “Poteva dribblare sette o otto persone senza velocità, semplicemente li saltava camminando. Per me era sensazionale”. Che Matt non corresse molto era vero. Intervistato a riguardo, Le God ammette con un sorriso che è stato fortunato a non giocare nel calcio moderno. “Ogni singolo errore viene amplificato via Twitter e Facebook, uno non può andare a bere in un locale che subito la cosa esplode. Sono contento che ai miei tempi non ci fosse stato ProZone (raccoglitore di statistiche sul campo, ndr), ci sarebbero state alcune statistiche veramente interessanti su quanti metri corressi in una partita”.

      Matt corse per davvero solamente una volta nella sua vita. Aprile 1995, con altri il numero sette aveva scommesso una grossa somma di denaro sull’istante della prima rimessa laterale di una partita del suo Southampton in cui partiva titolare. Calcio d’inizio e subito Matt cerca di passarla con molta forza al suo compagno Neil Shipperley, ma è molto nervoso e calcia la palla troppo piano. Shipperley, ignaro di tutto, riuscì a tenere la palla in gioco. Matt ammise di non aver corso “mai così tanto in vita mia” per buttare la palla fuori. Alla fine, la rimessa arrivò dopo settanta secondi: Le God e soci non avevano né vinto né perso alcunché, ma Le Tissier non se la sentì di scommettere mai più in vita sua. L’evento fu oggetto di indagini, che però si conclusero in un nulla di fatto.

      Episodio a parte, Matt continuava a segnare ed incantare The Dell. “Non potevano continuare ad ignorarmi se avessi giocato sempre così, anche se ero a Southampton, volevo giocare con la nazionale”. E invece lo fecero. Il grande rifiuto del 1998 segnerà la fine dell’età d’oro di Matt. “Mi fu chiaro che non avrei mai più giocato con l’Inghilterra. A che serviva continuare a far bene? Non avevo più stimoli”. L’unico rimarrà quello di giocare per la sua gente e per il suo salotto, The Dell appunto.

 

      L’ultima recita con gol di Matt corrisponde all’ultima partita giocata in quello stadio prima che il Southampton passasse al St.Mary’s, come se tutta la sua forza stesse in quell’erba. 19 maggio 2001, l’Arsenal è l’ospite di giornata. Matt parte dalla panca, la schiena oramai non gli concede più tregua. Entra nel secondo tempo, siamo sul 2-2. La partita sembra destinata ad un pareggio, ma un pallone impossibile passa dalle parti del numero sette biancorosso. Controllo precario, mezza girata di sinistro sotto il sette. The Dell esplode. Il popolo biancorosso esulta per Matt, un’ultima volta, anche se ancora non lo sa. Matt si ritirerà il gennaio successivo.

      E’ il 14 maggio 2002, St.Mary’s Stadium. Un uomo in forma sulla sessantina entra in campo felice, cammina verso suo figlio, trentaduemila persone applaudono. Raggiunto il centro del campo abbraccia l’omone con la sette biancorossa sulle spalle, che gli sussurra qualcosa nell’orecchio. Il microfono però è acceso e tutti sentono: “Oh dad, oh thanks for everything”. Nessuno si sarebbe aspettato una tale dimostrazione d’affetto da quel pachiderma, nessuno. Ma Matt è così, sembra birra e hamburger, in realtà è Malibù e muffin. I rimpianti Matt li ha sempre lasciati ai Glenn Hoddle di questo mondo.

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