O Doutor Sócrates – Vincere o Perdere, ma con Democrazia

     Sampaio de Souza de Vieira de Oliveira, meglio noto come Sócrates, uno dei più grandi calciatori della storia verde-oro, era una figura troppo affascinante per non diventare oggetto di una sterminata letteratura, che lo ha paragonato, nei vari libri e articoli che hanno provato a imprigionarlo in una definizione, a un incrocio tra Che Guevara, Pelè, Marx e Bukowski.

      No, non qui. Se neanche i gerarchi della dittatura brasiliana degli anni 80 ci riuscirono, come potrebbero delle semplici parole ingabbiare in un concetto chi ha sempre lottato, con successo, per scomporre le strutture della vita come in un dipinto di Picasso?

 

      Malgrado fosse un medico professionista, uno stimato giornalista e uno straordinario capo popolo, per (provare a) capire cos’è stato Sòcrates per il suo Brasile e per il calcio in generale, va anzitutto considerato come un giocatore, un giocatore da 300 gol, un centrocampista che danzava sul pallone, un colosso di 1,92, con l’eleganza di una pantera e l’aspetto da rockstar, capace di sfornare colpi di tacco da antologia e giocate strabilianti. Solo successivamente va considerato l’uomo, l’intellettuale che tornava a casa, accendeva un sigaro, metteva su un disco di Gilberto Gil, apriva l’ennesimo whiskey e sfogliava un giornale di sinistra, non prima di essere intervenuto in una delle interminabili riunioni di Democracia Corinthiana, la forma di autogestione del Corinthians ideata negli anni della dittatura.

 

Cosa scrivono di me i giornali? Non m’interessa leggere di calcio,
io leggo solo le pagine di politica

 

 

     In un immaginario percorso di comprensione della sua personalità, è bene prendere in considerazione le sue origini geografiche, nel cuore dell’Amazzonia, dove avviene un fenomeno naturale più unico che raro. I due fiumi più lunghi dell’intera foresta, il Rio delle Amazzoni e il Rio Negro, a un certo punto si sfiorano, le loro correnti si incontrano e le loro acque viaggiano lungo la stessa direzione senza però mai confluire le une nelle altre. Quelle del Rio Negro restano scure, quelle del Rio delle Amazzoni più chiare.

 

      Questa immagine è la metafora perfetta per comprendere la società brasiliana. I grattacieli di San Paolo e leFavelas di Rio, i sorrisi delle ragazze in bikini a Copacabana e gli occhi inespressivi dei ragazzini che sniffano colla nelle periferie, i pantofolai bianchi e gli spacciatori di colore, l’allegria del samba e le melodie malinconiche diCaetano Veloso. La storia di Sòcrates parte proprio dall’Amazzonia, da Belém, dove il padre, un contadino comunista innamorato della filosofia, decise di chiamarlo come il maestro di Platone: “Ho visto il mio vecchio bruciare i libri di Marx durante il golpe del ’64, altrimenti rischiavamo di passare per sovversivi”.

 

Seriamente, avete mai visto qualcuno usare il tacco in maniera così elegante ed allo stesso tempo efficace?

      Sòcrates non smetterà mai di leggere quei testi. Crescendo andava sempre più somigliando all’incarnazione dell’utopia di un Brasile diverso, un Paese capace di superare le sue contraddizioni. Per questo cercò, per tutta la carriera, di fare implodere il sistema dall’interno: “Non mi sono mai adeguato alla struttura calcistica, troppo autoritaria. In questo mondo si fa di tutto perché i calciatori non pensino, siano solo dei bambini cresciuti”. Ai libri di Marx si accompagnarono quindi quelli di medicina. A ventidue anni, nel ’76, divenne capocannoniere del campionato paulista col Botafogo. L’anno dopo si laureò. Da allora per tutti fu sempre O Doutor.

 

 

      Pelé non ha dubbi: “Sòcrates è stato il calciatore più intelligente della storia”. Segnava con una facilità imbarazzante ma soprattutto sembrava che capisse prima degli altri dove sarebbe andata a finire la palla. Intelletto e spettacolo. Con i suoi proverbiali colpi di tacco O Doutor incarnava l’eleganza danzante del tipico atleta brasiliano, riuscendo, al contempo, a rompere quegli argini, quelle contraddizioni che avevano da sempre caratterizzato la natura del suo Paese. Così passò al Corinthians, guidandolo verso il trionfo del campionato paulista contro gli odiati rivali del San Paolo, squadra dell’upper class cittadina. Ecco che le strutture iniziavano a scomporsi. I proletari prendevano il sopravvento sui borghesi.

      La classe cristallina e la personalità dirompente lo resero capitano della nazionale dell’82, la stessa che avrebbe dovuto vincere il Mundiàl passeggiando, se solo quel pomeriggio Paolo Rossi non si fosse trasformato in Pablito. Il suo rapido inserimento conclusosi con un destro sul primo palo rese quella partita del secondo girone eliminatorio, una sorta di quarto di finale, una delle più avvincenti della storia iridata.

La definizione di romanticismo per noi è lo sponsor Gillette dietro alle porte nel Mundial ’82.

      Erano anni bui per il Brasile e non solo calcisticamente. Gli dei di Spagna avevano fallito e al ritorno in patria dovevano assistere inermi a una dittatura più blanda rispetto alle altre tirannie sudamericane, che non mancò tuttavia di arrestare studenti, operai, oppositori, intellettuali. Il potere da una parte, il popolo dall’altra. Il solito Brasile e le sue correnti che non confluiscono. Il generale Figuereido, capo del golpe del ’64, fu abile a usare il calcio come strumento di propaganda. Non avrebbe mai immaginato che il suo potere si sarebbe sgretolato proprio a partire da quel mondo.

 

Sòcrates non ebbe mai parole di stima nei confronti dei colleghi delle precedenti generazioni: “Pelè e gli altri giocatori della Selecao avrebbero potuto parlare, il popolo li avrebbe ascoltati. Ma preferirono tacere”. Fu così che dalla sua testa riccioluta le correnti iniziavano a confluire, calcio e politica si prendevano per mano e davano vita a una delle più grandi rivoluzioni sportive di sempre: la Democracia Corinthiana.

  “Il popolo – sosteneva – non può parlare, non può riunirsi. Gli unici modi per farlo sono il Carnevale e il calcio”.

Il modello della Democracia era semplice, per stessa ammissione di Sòcrates quello di una fabbrica gestita da operai. Ogni scelta veniva discussa e votata: il ritiro, i ruoli, lo schema, i cambi, i pasti, gli stipendi, gli acquisti. Dietro i consigli di Adilson Monteiro Alves, un sociologo che coordinava l’intera squadra, il Corinthians visse degli anni di vera e propria autogestione, divenendo uno stimolo per l’inizio di un cammino verso la democrazia. Il ribaltamento del sistema partito da San Paolo vide il suo culmine in uno striscione esposto dai suoi tifosi nell’83: “Vincere o perdere. Ma con democrazia”. Quel giorno, in quegli spalti, veniva destrutturato il principio cardine dello sport.

 

 

La società civile non rimase indifferente dinanzi a questa vera e propria rivoluzione sportiva. Fu così che insieme a giovani intellettuali dell’epoca, su tutti Ignacio Lula da Silva, grande amico di Sòcrates, che non mancherà però di criticarne aspramente la scelta di organizzare il mondiale in Brasile nel 2014 quando Lula sarà presidente della Repubblica, O Doutor organizzò una manifestazione con un milione e mezzo di persone per chiedere l’elezione diretta del Presidente, a oggi la mobilitazione più grande della storia recente brasiliana.

L’emendamento non passò e Sòcrates, deluso, si trasferì in Europa, alla Fiorentina. Il calcio italiano però non faceva per lui, troppo gerarchico. La sua avventura in viola si concluse dopo un solo anno con soli sei gol. Agli annali passerà probabilmente soltanto la sua intervista appena arrivato alla stazione diSanta Maria Novella, in un italiano perfetto e fluente: “Secondo voi non ho già letto tutto Gramsci?”.

 

 

Tornato in patria, l’esperimento di Democracia Corinthiana era già sfumato e Sòcrates decise di appendere le scarpe al chiodo nel 1987. Il suo sogno rivoluzionario era stato però solo rimandato. Proprio quell’anno passò la legge sull’elezione diretta e il Brasile visse una nuova stagione politica. Le sue posizioni nettamente contrarie all’organizzazione del mondiale, laddove i soldi per la costruzione degli stadi sarebbero stati più utili per ovviare alle esigenze della popolazione più povera, lo resero fino all’ultimo un guerriero insaziabile nella lotta per il superamento dei disequilibri sociali.

 

Malgrado esercitasse da medico sportivo, non rinunciava mai al fumo e al whiskey, tanto da autodefinirsi un alcolizzato cronico. A una bizzarra domanda di una giornalista sulla sua dipartita rispose: “Mi piacerebbe morire di domenica, il giorno che il Corinthians vince il titolo”.

 

 

Il campionato paulista del 2011 fu vinto dal Corinthians domenica 4 dicembre. Prima del match decisivo contro il Palmeiras, tutti i giocatori, insieme ai 40.000 tifosi di entrambe le squadre, abbatterono per qualche minuto la rivalità, le distanze politiche e l’odio reciproco, alzando il pugno destro al cielo per omaggiare Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, meglio noto come Sòcrates, scomparso la notte prima, a 57 anni.

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