Perché non ce l’hai fatta, Mimmo?

      Perché non ce l’hai fatta, Mimmo? Non so quante volte mi sono posto questa domanda negli ultimi anni, credo più o meno lo stesso numero di volte che ho visto il video di questa punizione.

      Rincorsa assente, mani sui fianchi fino ad un attimo prima di calciare, interno che schiaffeggia la palla con tutta la maleducazione di cui solo un predestinato è capace, Sicignano che vola, compagni ad abbracciarlo, lui che sì e no esulta. In mezzo alle mille braccia in festa, Mimmo ha quella faccia di chi sembra stia pensando “Ma di che vi meravigliate?”. Bene, oggi una risposta a quella domanda l’ho trovata, Mimmo, non so se mi chiederò più perché tu non ce l’abbia fatta.

 

Domenico Morfeo nasce il 16 giugno 1976 a Pescina, paesino di quattromila anime che due anni dopo dà i natali ad un altro calciatore che calcherà i campi della serie A, Luciano Zauri. Il divertimento del piccolo Mimmo in quel di San Benedetto dei Marsi, paese dove vive con la famiglia, è prendere a pallonate un cerchio rosso disegnato sulla saracinesca del negozio dello zio. E il ragazzo lo centra spesso, molto più spesso dei suoi amici. Dalla saracinesca al campo di paese il passo è breve, ma per Mimmo anche la distanza che separa San Benedetto dei Marsi da Bologna è molto breve: dietro segnalazione del suo allenatore, Bixio Liberale, i rossoblu notano Mimmo e sono sul punto di prendere il ragazzo. Ma leggenda vuole che a quel punto un dirigente venuto da Bergamo vecchia, tal Alfredo Mosconi, incontri la famiglia del ragazzo e regali un braccialetto nerazzurro alla nonna di Mimmo.

Mimmo ora è a Bergamo, ha solo dodici anni, la famiglia lontana è un duro colpo per un ragazzo della sua età, ma il talento è più forte di qualsiasi forma di saudade. Le giovanili dell’Atalanta anni 90 sono il miglior incubatore di talenti d’Italia e Mimmo è il trascinatore di quella squadra che vince il Viareggio 1993 sotto la guida di Cesare Prandelli. Mimmo ora però si è stancato di giocare con quelli della sua età, e Cesare lo sa. Quando sostituisce Guidolin sulla panchina della prima squadra, la prima cosa che fa è lanciare nella mischia il diciassettenne Morfeo. Il 13 marzo 1993 la sua stella esplode. Atalanta-Lecce. Mimmo entra a venti minuti dalla fine al posto di Perrone, sulle spalle ha il numero 16. Il Lecce è avanti 3-1, ma nel giro di sei minuti Mimmo la riacciuffa da solo con una doppietta da cineteca (la seconda punizione è semplicemente una “Beckham” ante litteram).

      A Mimmo piace fare la pennichella di pomeriggio, Morfeo non è solo un nome, ma è sincero come la sua terra, non lascerebbe mai la sua Dea e con tre gol in 18 presenze l’aiuta a risalire dagli abissi sotto la guida di Emiliano Mondonico. Il 1995/96 e la successiva sono le stagioni dorate di Mimmo, che ora sulla schiena porta il numero dieci. 11 gol in 30 presenze nella prima, un’altra punizione alla Beckham per affossare il Vicenza, segna contro l’Inter, contro la Roma, gioca così bene che molti si lamentano del fatto che Sacchi non lo porti all’Europeo.

 

      Poco male, quella stessa estate Morfeo si gioca con un certo Totti il posto da fantasista titolare nella nazionale Under 21 che vince il terzo europeo di fila. Nella finale contro la Spagna Mimmo parte dalla panca, entra al posto di Totti solo al 75′. 1-1 dopo 120 minuti, si va ai rigori. In campo ci sono Panucci, Cannavaro, Nesta, Tacchinardi, Mendieta, De La Pena, Morientes e Raul, ma il rigore decisivo lo segna Mimmo. Lui vuole tirare sempre l’ultimo rigore, come il suo idolo, Roby Baggio, di cui porta sempre una figurina nel portafoglio. Nella seconda stagione dorata segna meno (5 gol in 26 presenze) ma quando lo fa lo fa in grande stile come contro il Cagliari, corre e tanto, Sacchi lo chiama in nazionale ma non lo fa esordire. Non vedremo mai la maglia azzurra con scritto dietro “Morfeo”. La Fiorentina lo acquista quell’estate per 15 milioni: è l’inizio della discesa di Mimmo.

 

      Preferisco fare finta che la carriera di Mimmo finisca qui, che non abbia mai valicato le mura di Bergamo: Fiorentina, Milan, Cagliari, Verona. Di nuovo Prandelli. Ancora Beckham, rovesciate, assist, salva l’Hellas da solo, Bergamo lo rivuole, Bergamo è casa sua (quando racconto questa storia mi piace ricordare che a questo punto Mimmo ha ancora solo 24 anni), 5 gol e diciassette presenze col numero 3 sulla schiena, ancora troppi infortuni. Poi ancora buio, ancora Firenze, poi l’altra maglia di Milano, e poi nel 2003 Parma. Cinque stagioni, 16 gol in 101 presenze. C’è chi vede in questo Morfeo una sorta di resurrezione, quelli che lo hanno amato ci vedono solo il rimpianto di un aprile, colpi di genio di uno che avrebbe potuto farla veramente la differenza, il tacco per il gol di Bresciano, ma perché non ce l’hai fatta Mimmo, e ancora punizioni e infortuni e le quattro partite che io non voglio credere Mimmo abbia giocato con la Cremonese perché Mimmo è di Bergamo, solo di Bergamo, ma perché non ce l’hai fatta Mimmo.

 

      Oggi ho capito perché Mimmo non ce l’ha fatta, dicevo. E non è per le sue gambe sottili, non è per gli infortuni. Mimmo oggi ha investito nelle sigarette elettroniche, con lui Maccarone e Contini. “Embè?”, direte. Ho visto una sua intervista per una emittente di Pistoia, dove ha da poco aperto un negozio.

 

      Mimmo fa tutta l’intervista col cappotto, la cuffia, la chewing gum, risponde “esatto” all’intervistatore che gli dice “Morfeo che ha avuto anche un grande passato da calciatore, campione del mondo Under 21, giusto?”, non spiccica mezza parola di più di quello che serve, ha gli occhi che guardano sempre altrove, mai una parola buona su Pistoia neanche quando quasi viene pregato, è scocciato. E adesso capisco perché a Parma continuava ad indicare il nome scritto in grande dietro la maglia dopo aver segnato, “perché io sono Morfeo, io sono un leader, e tutti devono venire appress’ammè oppure non ci sto”, perché “Se c’era da bere un bicchiere di vino o fumare una sigaretta non mi tiravo indietro”,“qualche battibecco con i mister che non sopportavo” (“Di Carlo un mezzo allenatore che voleva fare il fenomeno”), “volevo fare il dieci ma mi dovevo adattare per esigenze tattiche”.

      E anche se è vero che ho trovato una risposta, scrivendo queste righe in realtà ho capito che ogni volta che guarderò quelle mani sui fianchi mi chiederò perché Mimmo, perché non ce l’hai fatta. Mimmo oggi non ha più la figurina di Baggio nel portafogli, perché ad un certo punto non ha più voluto avere un portafogli, in tasca gli dava fastidio.

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