Quando ero piccolo mi innamoravo di tutto, correvo dietro a Kanu

      Ero troppo piccolo quando Luca di Montezemolo organizzava i nostri campionati del mondo, quelli delle Notti magiche, del Ciao, della Germania unita e di Totò Schillaci. Nella mia mente è rimasto solo qualche flash legato a un signore con i capelli lunghi che, con un colpo di testa, ci buttava fuori dal “nostro” mondiale, provocando l’ira di mio padre verso Walter Zenga e la sua uscita a vuoto (gliela ricorderà il buon Varriale parecchi anni dopo), sfociata poi in una cocente delusione. Di Claudio Caniggia non sapevo il nome ma, oltre alla capigliatura, mi rimase impressa quella maglia a strisce biancocelesti, per me un’armatura per guerrieri cattivi. Gli argentini sarebbero stati per anni, nella mia testolina, quelli violenti e malvagi.

      Quattro anni dopo, a Usa ’94, l’albiceleste partì a razzo, con l’epico 4-0 alla Grecia, celebrato dagli occhi spiritati di Maradona. Poi però il Pibe fu accompagnato “mano manina” da una bionda infermiera a fare i controlli, risultato positivo, complottismi vari, squalifica, crollo verticale di quella compagine che avrebbe dovuto vincere il titolo passeggiando al ritmo di un tango guidato da Batistuta, Balbo e lo stesso Caniggia, tutti guerrieri malvagi con i capelli da Unni. L’Argentina post-Maradona riuscì a qualificarsi a stento e le prime difficoltà le incontrò contro un’esordiente africana: quella Nigeria che sarà la sorpresa esotica del torneo, come erano stati i Leoni indomabili del Camerun di Milla quattro anni prima e come sarebbe stato il Senegal di Metsu otto anni dopo. I nigeriani interruppero la loro corsa solo grazie a un grande Roby Baggio, ma due anni dopo, ai giochi olimpici di Atlanta, avrebbero segnato un’epoca.

      Che quel torneo fosse una vetrina per altri sport lo confermarono le lacrime di mezzo mondo al tremolio della fiaccola olimpica nelle mani di un Mohamed Alì ormai schiavo del Parkinson e il fatto che si parlasse praticamente soltanto dei record di velocità frantumati da Michael Johnson con i suoi occhiali bombati. Vabè, il calcio in America non tirava proprio: neanche il mondiale di due anni prima e gli sforzi del calciatore rockstar Alexi Lalas erano riusciti nel miracolo. Pazienza.

      La Nigeria intanto dominava la parte calcistica dei giochi presentando una squadra da far sobbalzare sulla sedia chiunque abbia seguito il calcio, anche solo per 10 minuti, in quella decade di spettacolo, tangenti, Beverly Hills edance music chiamata anni 90. Nomi da capogiro, senza considerare il fatto che stiamo parlando di un Under 23: Babayaro, Taribo West, Amuneke, Babangida, Sunday Oliseh, Oruma, Ikpeba, Amokachi, Jay Jay Okocha e il capitano, un ventenne di 1,97 che giocava in attacco, velocissimo, ma non rinunciava mai al numero 4, tipico di uno staticissimo stopper o di un libero (già, nei 90 esistevano ancora questi ruoli): Nwankwo Kanu.

      Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto e correvo dietro a Kanu, quel fulmine che aveva trascinato la Nigeria a vincere una splendente medaglia d’oro olimpica, regalando una gioia irripetibile a un immenso Paese martoriato da fame e guerre, dove la delinquenza per gli uomini e la prostituzione per le donne erano e sono le logiche conseguenze sociali di luogo disgraziato dove il sole del buon Dio non vuol saperne di dare i suoi raggi. Kanu lo avevo notato un paio di mesi prima, nella finale di Champions tra Juve e Ajax e io, che m’innamoravo di tutto, non vedevo l’ora di vederlo in Italia. Sì, proprio io, juventinissimo, già immaginavo di correre dietro la sua numero 4 con le strisce neroazzurre. Anche Moratti aveva creduto in lui e l’Inter aveva deciso di strappare questo talentuoso ventenne ai lancieri di Amsterdam.

 Notare il gioco di parole dei telecronisti inglesi: “Kan U Believe it?”

 

      Ma al Dio della Scala non credere mai. Dopo aver firmato il contratto di compravendita, i medici dell’Inter si accorsero di una grave insufficienza cardiaca. Kanu non può giocare. Niente numero 4 a strisce neroazzurre. A Moratti consigliarono di lasciar perdere, in pratica di buttar via quel rottame. Ma lui era così, si affezionava ai suoi gioielli, specie quelli più grezzi. Ci credeva, tanto da farlo curare negli Stati Uniti, perché lo voleva a fianco dell’altro suo figlio prediletto, quello che comprò l’estate successiva, un certo Luìs Nazario da Lima, Ronaldo per gli amici. Ma al Dio senza fiato non credere mai. Per lui non c’era più posto, il rientro troppo lento e i mesi passati tra cliniche e palestre riabilitative si facevano sentire.

Da uomo avvertire il tempo sprecato

a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti,
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.

(F. De Andrè – Un malato di cuore)

      Nwankwo Kanu visse così una seconda giovinezza ad Highbury: cinque anni e 34 gol con i Gunners. Quello però era l’Arsenal di Dennis Bergkamp, Patrick Vieira e Thierry Henry. Il capitano di Atlanta ’96 giocava solo un ruolo da comprimario: qualche bella giocata, qualche gol spettacolare, ma i protagonisti erano altri. Si ritirò nel 2011, a 35 anni, dopo una carriera tutto sommato positiva malgrado quella valvola aortica difettosa. Tuttavia, le promesse di quell’olimpiade americana furono mantenute solo in parte. Stessa sorte di quei nomi mitologici di cui sopra. Atleti leggendari, spettacolari, impressi nella mente di chi allora puzzava ancora di serpente ma che, con gli anni, hanno solo fatto da spalla alle gesta di altri eroi, magari meno eccentrici ma certamente più costanti. Non era colpa mia se quando ero piccolo mi innamoravo di tutto, nessuno mi aveva mai detto: “A un Dio a lieto fine non credere mai”.

 

P.S.: Per la lettura di questo pezzo è consigliato l’ascolto di Coda di Lupo e Un malato di cuore di Fabrizio De Andrè mentre è obbligatoria la conoscenza delle treccine di Taribo West e Jay Jay Okocha.

 

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