Se ti tagliassero a pezzetti – Lettera a Dejan Savicevic, il Genio di Titograd

      Confesso a Dio Padre Onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni. Confesso a te, Dejan, che ogni volta che vedevo il tuo gol contro il Barcellona la prima cosa che mi saltava in mente era “Però quella è gamba tesa”. Ogni dannata volta. Non so quale fosse la ragione, ma non riuscivo a levarmi dalla testa quel tarlo. “Quel gol avrebbe dovuto essere annullato.” Poi ieri, mentre stavo leggendo articoli per preparare questo pezzo, qualcosa è scattato. Quel gol col mancino fatato è tutto tuo Genio, te lo sei meritato, era solamente il Destino che ti stava ripagando.

Tre cose mi hanno colpito: per levare le parole di bocca per una frazione di secondo a Pizzul, il tuo gol dev’essere stato veramente qualcosa di eccezionale; l’intervista sull’aereo al Genio con i suoi soliti capelli; le proteste di Zubizarreta contro l’arbitro, che sembrano più che altro un modo per sfogare la frustrazione per la figuraccia che ha appena fatto in Mondovisione.

      Forse in cuor mio sapevo quale fosse il motivo per cui non riuscissi ad apprezzare a pieno quel gol: la verità è che il mio cuore di piccolo uomo ribolliva di rabbia per te, per come ti trattavano, Genio. Eri lì, chiuso nella tua lampada, e sembrava nessuno volesse strofinarla quella dannata lampada, nessuno, né Capello, né Tabarez, tanto meno Sacchi. Mi sembravi un leone in gabbia, Dejan, intrappolato in quella stretta etichetta di “Seconda Punta”, luminare del Pallone sacrificato sull’altare di un Dio crudele chiamato QuattroQuattroDue.

      Tu sei stato il grande protagonista di quella notte ad Atene Dejan, erano tue le gesta di cui Pizzul decantava le lodi in maniera sperticata, sei stato principalmente tu che hai capovolto l’esito di una partita già scritta. Quell’allenatore non ti meritava, Genio. Quel Diavolo senza il suo forcone, senza BaresiCostacurta, mandato al macero contro il “Dream Team”, così lo chiamavano allora il Barcellona di Cruijff, quello che davanti aveva RomarioStoichkov, il cui allenatore si era fatto fotografare con la Coppa prima della partita. Per tutte queste ragioni, ritenevo fosse ingiusto che qualcuno si prendesse meriti non suoi.

Per giocare qualche minuto quell’anno avevi dovuto strofinare la lampada, Dejan, avevi dovuto chiedere a quel Capello con cui avevi litigato più volte di darti una sola possibilità, una sola. “Fammi giocare cinque partite consecutive mister, non chiedo altro.” Capello, a malincuore, ascolta la tua preghiera. Capirai che difficoltà, in una squadra improvvisamente orfana di Van Basten, Gullit e Rijkaard. Tu lo ripaghi diventando uno dei leader di quel Milan, anche senza segnare neanche un gol nell’anno dello scudetto più triste della storia della Serie A (tra quelli vinti meritatamente). Nonostante tutto, speravo intensamente che tu potessi avere più libertà, potessi giocare come pareva a te. Ma questo, sia te che io, sapevamo che sarebbe stato impossibile.

      La differenza vera che c’era tra il mio desiderio e il tuo era la consapevolezza: ai tempi in cui tu incantavi popoli diversi uniti sotto la stessa bandiera io ero troppo piccolo, e quando cominciai ad innamorarmi di te YouTube ancora non c’era. Io non sapevo che quello che mi auguravo per te, Genio, tu l’avevi già avuto. Tu sì, lo sapevi.

Non tornerò mai quello della Stella Rossa, lì giocavo dietro due punte, mi abbassavo a prendere palla, qua devo giocare davanti con Simone o Massaro

Forse quella gabbia da seconda punta, a te, faceva ancora più male.

 

Ora, guardate questo video. Per favore, contate le volte che vi fa dire “Wow” in sei minuti e cinquantuno secondi.

      Anni dopo, quando il mio amore per te si era ormai perso nei meandri del tuo imbrunire in una Vienna a strisce biancoverdi, vidi per caso dei filmati ai tempi della Stella Rossa e della Nazionale jugoslava. Ormai la tua carriera era finita, e anche l’ultimo porto in cui eri approdato, Vienna appunto, aveva avuto modo di dimenticare quei due anni in cui si pensava prima a te e poi a Mozart quando nei salotti si parlava di “Genio”. Sai Dejan, mi ero spesso chiesto da piccolo perché ti chiamassero “Genio”: per quanto tu mi piacessi, non segnavi poi così tanto, e i tifosi del Milan avevano avuto modo di vedere diversi piedi buoni prima di te, forse persino migliori dei tuoi. Ma dopo aver visto quelle tue giocate ai tempi della Stella Rossa, non me lo chiesi più. Ogni tuo tocco di palla era uno schizzo di pittura su una tela su cui potevi disegnare solo tu, i tuoi capelli ricci di chi la mattina della partita si è svegliato troppo tardi per guardarsi allo specchio, ti abbassavi a prendere la palla in zone del campo che a Milano non avresti mai più calcato e ti immergevi in una selva di dribbling da cui uscivi decine di secondi dopo con qualche livido in più sulle caviglie.

      Allora, a distanza di quasi vent’anni da quelle giocate, capivo che per te quello era sentirsi vivo. Il palcoscenico, la folla che impazzisce per un tuo passaggio visionario, giocare per la tua gente di Titograd. L’essere fedele a ciò che eri. Perché per te la fedeltà è sempre stata una questione d’onore, Dejan, come quando rispettasti la parola data alla Stella Rossa. Avevi accettato la loro offerta, promesso loro che quando te ne saresti andato dal Budućnost avresti preso solo la strada per Belgrado. Non hai pensato nemmeno un attimo ad accettare le offerte ben più remunerative del Partizan o dell’Hajduk Spalato, e per te che hai iniziato a giocare a pallone a soli 15 anni non dev’essere stato facile rifiutare tutti quei soldi.

 

Piccola anticipazione di quello che Dejan farà alla Stella Rossa. Supercoppa Europea 1991 contro lo United, si gioca in partita secca all’Old Trafford perché a Belgrado non si può giocare per via dell’instabilità politica. La Stella Rossa perde 1-0. Ditemi, se uno qualsiasi di voi avesse giocato al posto di Pancev quella sera, quanto sarebbe finita? Due a uno? Tre a uno? Di sicuro quella coppa ora sarebbe a Belgrado.

 

Non dev’essere stato facile neanche essere chiamato a servire un regime in cui non credevi non appena arrivasti a Belgrado. La gente dice che quella fu la vendetta del Partizan, club dell’esercito jugoslavo se ce n’era uno, per non aver firmato con loro, e sotto sotto forse lo pensavi anche tu, Dejan, come forse lo pensavano anche quelli che di lì a poco sarebbe stati tuoi compagni di avventure, Darko Pancev e Zvonimir Boban. Ti mandarono a Skopje, in Macedonia, più lontano possibile da Belgrado, di modo che tu non potessi giocare in campionato. Prima che il regime decidesse che avresti potuto servire nella capitale, per cinque mesi le tue scorribande potesti farle solamente con la nazionale o in Coppa dei Campioni.

      Tornato a Belgrado, nessuno ti potè più fermare Dejan. Tre campionati e una coppa jugoslava, la Coppa dei Campioni, la Coppa Intercontinentale, il secondo posto dietro a Papin in un Pallone d’Oro che ora dovrebbe stare sulla tua mensola e non su quella di Jean-Pierre. Mi piacerebbe poter dire che anche con la maglia della Jugoslavia le tue discese vennero consegnate ai libri di storia, ma così non è. Non avevi paura di dichiarare la tua avversità al regime, e di conseguenza di occasioni in nazionale ne avesti poche, quasi tutte dalla panchina. Il mondiale italiano fu la tua più grande vetrina, anche se negli occhi ho ancora le tue serpentine in un’amichevole contro l’Olanda, in un afoso pomeriggio di Zagabria, il 3 giugno ’90.

 

 La maglia numero 19 della Jugoslavia a quei mondiali rimane uno dei miei feticci.

      Quel mondiale lo perdesti ai rigori dei quarti di finale contro l’Argentina di Maradona in una partita tesa e dall’arbitraggio contestato. Chissà come avrebbe potuto essere riscritta la storia se l’Italia avesse giocato contro la tua Jugoslavia in semifinale, Genio. Non lo sapremo mai, come non sapremo mai cosa avrebbe potuto fare quella rosa farcita di talenti se fosse stata allenata secondo criterio e non secondo le ragioni di uno Stato che non esisteva più e che da piccolo ti aveva costretto ad imparare a scrivere con la mano destra, perché è così che si deve fare.

Proprio per scappare da quel regime decidesti di accettare le lusinghe di un uomo che si era innamorato di te. Tu eri l’uomo del Presidente, Dejan, ma Capello non era uno che si piegava tanto facilmente al volere di Berlusconi. Le polemiche, le liti, le panchine, le tribune. La notte di Atene. Avevi conquistato anche Capello, Dejan, che era ben più difficile che conquistare Milano.

Non ero un genio, ero solo un ottimo giocatore. Mi chiamavano Genio perché facevo cose che gli altri non potevano fare, ma solo perché avevo più fantasia.

Come quel gol a Zubizarreta. Tu dicesti che quel gol l’avevi visto ancor prima di calciare il pallone.

Una cosa alla Savicevic, solo lui poteva pensare di tirare da lì. Tutti gli altri avrebbero messo giù la palla e messo in mezzo per Massaro che stava arrivando. Per quello lo chiamavano Genio.

Oggi Capello lo dice col sorriso, ma sotto sotto a lui non eri troppo simpatico, vero Dejan? Di te dirà che giocavi alla jugoslava, che tu eri la stella e che gli altri dovevano correre per te. Come dopo quella volta che ti lamentasti con la stampa per non aver giocato nemmeno un minuto a Lecce, te la ricordi Dejan? L’allenamento successivo Boban venne da te a dirti che Capello ti voleva parlare, e tu chiedesti a Zvono di farti da traduttore. Capello ti chiese se quelle frasi fossero davvero tue, ed alla tua risposta affermativa lui ti domandò come avesti anche solamente potuto pensarle. “Beh, ho potuto.” E lì Don Fabio ha cominciato a farti la predica. Certo che te lo ricordi Genio, come ti ricordi che allora chiedesti a Boban di mandarlo a fanculo in italiano da parte tua e quando Zvono ti disse di no, tu dicesti al tuo compagno croato “Beh, allora puoi anche fottertelo”, e te ne andasti via in mezzo alla lezioncina del mister. Per fortuna che il presidente ti chiese di non lasciare Milano, altrimenti non avremmo mai visto quel gol di Atene o quella tua notte magica contro il PSG.

Cose che adoro di questo video: la maglia di Bernard Lama, il portiere del PSG; il fatto che si dica bellamente ad aprile che il Milan aveva già comprato Weah per l’anno prossimo, e Weah quella semfinale la giocò quantomeno sottotono; l’audio che parte a metà video.

      I giornali italiani continuavano a criticarti per i tuoi alti e bassi, per non impegnarti contro le piccole, ma a te in fondo cosa poteva importare se a trent’anni avevi ancora l’animo di un bambino per inventare un assist del genere per Roby?

 

Questa cosuccia qua il Genio l’ha fatta su Benarrivo ed Apolloni, due che erano stati convocati in Nazionale per USA ’94. Insomma, non esattamente due pivelli.

      Credo e spero che non te ne importasse nulla, Dejan, perché avevi già fatto vedere a tutti quello che valevi. Ormai giocavi le partite che ti interessavano, ed è forse anche per questo che io ti amavo e Gene Gnocchi baciava i teleschermi su cui apparivi. Perché quando giocavi non pensavi a niente, eri puro istinto. Sai quante volte guardando i tuoi video ai tempi della Stella Rossa ho pensato “Eh ma qua avrebbe dovuto passarla”, oppure “Ma perché non ha tirato”, o cose del genere? Una marea, Dejan, ma poi chi se ne frega, il tuo calcio era Arte per l’Arte, ed è per questo che conta, solo questo.

      Forse mi è scappato troppo inchiostro Dejan, avrei voluto scrivere di meno. Tutto è nato da quel gol che il Destino ti doveva, dicevo. Sì perché mentre eri in servizio militare ti capitò di giocare gli Ottavi di Coppa Campioni contro il Milan. Dopo aver fatto il diavolo a quattro a Milano, al Marakanà di Belgrado vi bastava vincere, e tu all’inizio del secondo tempo portasti la tua squadra in vantaggio con un gol che tutti raccontano come da cineteca, tu stesso. Peccato che nessuno l’abbia mai visto, tanta era la nebbia quella notte a Belgrado.

Era buio per gli spettatori, non per me. Volevo veramente metterla lì.

 

Quasi tutte le telecronache delle prodezze di Savicevic sono di Pizzul. Nella mente mia il Genio faceva  miracoli solo quando sapeva che c’era Pizzul al microfono.

      Peccato che l’arbitro sospenderà la partita, che verrà rigiocata il giorno dopo. Tutto da rifare. Si finisce ai rigori, tu il tuo lo sbagli e avanti ci va il Milan. Il Destino ti aveva appena rubato di uno dei tuoi gol più belli e più importanti, in uno dei periodi più difficili della tua vita, a te, giovane montenegrino in servizio per il regime jugoslavo in Macedonia. Per tutte queste ragioni, Dejan, sono contento che l’arbitro quel giorno non abbia fischiato quella gamba testa, Genio.

 

Sono Dejan Savicevic, e giocavo bene al calcio

Sono parole tue, Dejan, e sinceramente non avrei saputo descriverti meglio. Ho scritto troppo, come ti dicevo, ho scritto questo pezzo ascoltando ininterrottamente Se ti tagliassero a pezzetti di De Andrè e fermando la canzone solo per sentire le telecronache di Pizzul. Credo di averla sentito ormai una ventina di volte nelle ultime due ore, e questo è l’unico motivo per cui ho voluto dare questo nome alla lettera che sto scrivendo. Quindi sarà solo una suggestione, ma in questo preciso istante penso veramente che molti durante la tua carriera abbiano cercato di tagliarti a pezzetti, Dejan. Per fortuna il vento li ha raccolti e il regno dei ragni ne ha cucito la pelle.

 

Ripeto, senza una ragione apparente. Come questa lettera.
L’immagine “Dejan Savicevic – Il genio”, usata anche nella condivisione del pezzo, è di Marija Markovic.
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