“Scusa Pavel, non volevo”. Tuo, Steve McManaman

 

Steve McManaman of Liverpool in action
Col Liverpool nel ’96

Ciao Pavel, sono certo ti ricorderai di me. Magari negherai o abbozzerai un sorriso quando leggerai il mio nome, ma so di essere stato un tassello importante nella tua vita da professionista. Il peggiore, probabilmente. Ma credimi, non volevo.

Se ci pensi, Pavel, è buffo. Io e te siamo stati così diversi e pure così simili. Ripenso alla mia carriera, accompagnato da un whiskey e da una valigia di rimpianti, e mi rendo conto di come sia stata perfettamente complementare alla tua, come due enormi pezzi di un grande puzzle che si incastrano perfettamente. Chissà come avremmo giocato bene insieme, Pavel.

Entrambi classe ’72, entrambi bimbi prodigio di Paesi che si stavano trasformando. Tu l’angelo biondo di quella generazione di fenomeni che avrebbe ricalcato nei campi di gioco il boom economico della Repubblica Ceca, appena liberatasi dalla zavorra slovacca e da quella sovietica. Anch’io ero un angelo biondo, figlio della Liverpool operaia che faticava a uscire da quella zavorra in tailleur chiamata Maggie Thatcher. Adoravo correre, Pavel, proprio come te, e avevo un talento innato. Se ne accorsero i Reds, che mi offrirono una borsa di studio che non potevo rifiutare. Avrei voluto giocare con l’Everton, di cui sono ancora tifosissimo, ma a casa non nuotavamo nell’oro e un’occasione come quella non potevamo lasciarcela sfuggire. Mi odiano ancora da quelle parti. Avevo solo 16 anni e già mi odiavano. E’ la storia della mia vita, Pavel.

Ovvio: Nemec, Suchopàrek e Poborsky non ebbero su di te la stessa influenza che Robbie Fowler, Paul Gascoigne e David Beckham ebbero su di me. C’era gente più seria dalle tue parti. Che fenomeni che eravamo però. Pensa, io e Fowler non avevamo nemmeno vent’anni che già a Liverpool ci veneravano. Mi chiamavano lo Spice boy, prima che arrivasse quell’altro. Tu eri potente, forte fisicamente, centrocampista centrale di nascita, laterale d’adozione, in grado di muoversi in tutte le direzioni e capace di tirare da qualsiasi posizione. Io ero gracile ma estremamente duttile, proverbiali le mie progressioni, dribbling ubriacante. Valevo il prezzo del biglietto, Pavel. Certo, spesso, dopo aver arato tutto il campo arrivavo stanco sotto porta e la mettevo a lato, ma vedermi giocare era un piacere, credimi. Sai, diventare l’idolo della Kop così giovane pesava, e anche tanto, specialmente quando facevi le ore piccole. Così tutta quella pressione, mista alla stanchezza delle notti brave nella città dei Beatles, gravava sulle mie ginocchia. “McManaman? Sì è bravo, ma l’ultima mezz’ora cala“. Dannato Fowler, dannata Liverpool.fowler

La nomea del bravo ma svogliato, talentuoso ma indisciplinato, eclettico ma debole, non volle saperne di abbandonarmi, mai. Nel frattempo tu emergevi nello Sparta Praga e poi nella Lazio. Si parlava di te, più che per la tua tecnica, per la tua potenza. I giocatori della Juve raccontavano che, ad allenamento finito, andavi a casa e correvi per il giardino per altre due ore, meglio se sotto la pioggerellina tanto fine quanto fastidiosa di Torino. Tu l’ultima mezz’ora di gioco il campo te lo mangiavi, eri sempre l’ultimo a stancarsi, anche se, onestamente, non ricordo di averti mai visto stanco. Se solo il mio genio, misto a un pizzico di innocente follia, fosse stato accompagnato dalla tua grinta, cosa avremmo combinato Pavel?

Sai, questo gioco l’ho sempre vissuto in quanto tale: un gioco, appunto. In quella foto che fece il giro del mondo, con quel dannato Fowler che mima di sniffare la linea di fondo campo, ci sono io accanto, che cerco di farlo smettere, ma in fondo mi diverto. E’ la mia immagine più famosa, dannatissimo Robbie. La multa che gli infersero, oltre alla mega squalifica per aver “screditato il gioco del calcio”, non era nulla rispetto alle urla in faccia del nostro Mister a fine gara. “Siete due idioti!“, ci ripeté non so quante volte. Ci divertivamo, Pavel, lo ammetto, ma a volte vincevamo anche. Due finali di FA Cup, nel ’92 e nel ’94: Man of the match nella prima, mentre la seconda passò alla storia come la McManaman Cup. Io e i miei record, Pavel. L’unico giocatore inglese ad aver vinto la Champions due volte con una squadra straniera, record di assist detenuto per anni, giocatore britannico più titolato tra quelli che hanno giocato in continente. Ma anche il calciatore più sostituito della Premier nonché quarto più pagato di sempre.

Bhé – mi dirai – che male c’è a essere tra i più pagati? Nulla, se non ti chiami Steve Charles McManaman, con il cognome facilmente storpiabile in McMoneyman, per via delle liti con gli sponsor e con le società. Dalla Kop mi insultavano perché pensavano giocassi male appositamente per avere più soldi.

Sai, ti ho pensato molto 7 anni fa, quando, in procinto di ritirarti, ti arrivò quell’offerta dall’Inter. Non ci potevo credere, Pavel, non ti avrei riconosciuto se avessi accettato di indossare quella maglia. Sapevo che c’erano attriti economici tra te e la Juve, ma non ti avrei mai perdonato per un roba roba del genere. No, non tu. Infatti non cedesti alle pressioni e ora sei un dirigente di quella società.

Per me fu diverso. A Liverpool non mi hanno voluto dopo che andai via, Pavel. La verità è che gli infortuni mi tormentavano e stavo esaurendo l’unico vero carburante che utilizzavo quando mettevo piede ad Anfield: la passione. Ok, c’era anche un altro carburante, ma eravamo pur sempre in Inghilterra e i miei compagni non brillavano certo per sobrietà. Con Teddy Sheringham e Paul Gascoigne sfasciammo la cabina dell’aereo durante gli europei del ’96, dove avevamo dato spettacolo con la Dentist’s chair. Che storia quella.

dentist chair

La vittima prende posto su una sedia con la testa all’insù e la bocca aperta, come se fosse dal dentista, e tutti gli altri gli rovesciano alcolici vari in bocca fino a quando il poveretto non dice basta. Chi cede per primo paga da bere agli altri. Lo facevamo praticamente in tutti i pub d’Inghilterra, poi si chiesero come mai non avessimo vinto il titolo dato che giocavamo in casa. Una possibilità che non avevamo preso in considerazione era quella di venire fotografati durante queste serate goliardiche ed essere sbattuti su tutti i tabloid del Regno Unito.

Gli scozzesi, capirai bene, ridevano già all’idea di affrontarci tre giorni dopo. Nulla di più succulento per noi. Al 78′ Gascoigne segnò il gol più bello della sua carriera: taglio, sombrero all’ultimo uomo scozzese e tiro al volo, tutto questo senza che il pallone toccasse terra. Ma questo non fu il vero colpo di genio. Gazza, mentre esultava, vide una borraccia vicino alla porta scozzese, si stese sul campo e alzò la testa. Sheringham corse, la prese e cominciò a spruzzargli acqua in bocca, mimando quanto avevamo fatto qualche sera prima in un locale a Shoredich.

Ci divertivamo, ma il pubblico iniziava a innervosirsi. Le pressione era troppa. Andai via riuscendo a strappare un contratto milionario al Real Madrid, dove vinsi due Champions suggellando la finale contro il Valencia con un gol che ancora ricordano in Spagna. Anzi, credo che in Spagna si ricordino di me solo per quel gol. Anche perché nella squadra dei galattici per me c’era poco spazio e prima che arrivasse Beckham, capii che era il momento di tornare a casa. Mai avrei condiviso lo spogliatoio con un altro Spice boy. Io quel soprannome lo ottenni senza sposare nessuna Spice Girl. Piuttosto preferivo giocare alla Dentist’s chair con Geri Halliwell senza i vestiti di scena. Più che altro senza vestiti e basta, ma questo resti inter nos, non vorrei prendermi un’altra denuncia. Sai, dopo che con Fowler ci siamo fatti ricattare da due fanciulle a Manchester vorrei star lontano dagli scandali a luci rosse.

Prima di andare, però, fui protagonista di un altro episodio, che in Spagna non ricordano più. Io lo ricordo bene invece, caro Pavel, e sono certo che lo ricorderai bene anche tu. Era il 14 maggio 2003, semifinale di ritorno di Champions. Ci stavate surclassando: 3-0 secco, senza repliche. La squadra dei cinque palloni d’oro annichilita dai bianconeri, che mesi dopo avrebbero ammirato il loro numero 11 sfoggiare il prestigioso trofeo di France Futbòl. Che partita che avevi fatto Pavel, in quel gol con cui avevi assicurato ai tuoi la finale di Manchester, prima che Zidane accorciasse le distanze, c’era tutto ciò che mi è mancato in tanti anni. Potenza, grinta, determinazione, fame di vittoria. Ti vedo ancora correre verso la curva, la tua curva, scavalcare gli sponsor come un centometrista olimpico e donare tutto te stesso a quel pubblico in delirio. Anche la Kop andava in visibilio dopo i miei gol, Pavel, ma io contro quegli sponsor ci andai a sbattere, e non fui capace di rialzarmi più.

Al minuto ’82 quell’episodio inutile, senza senso. Perché l’hai fatto, Pavel? Avevi messo il risultato in cassaforte: perché quel fallo da dietro a centrocampo? Non riuscii a non cadere. Ero sempre stanco nell’ultima mezz’ora, avresti dovuto saperlo. Come hai saputo all’istante che l’arbitro doveva per forza estrarre quel dannato cartellino, che sentenziava, inappellabile, una squalifica per la finale. Quelle lacrime, caro Pavel, erano anche le mie lacrime. Lacrime di rimpianto per una carriera incompleta, che ha impedito a un’altra, altrettanto stellare, di completarsi.nedved mc E’ stata solo una questione di attimi, Pavel. Non immagini quante volte avrei voluto tornare indietro e provare a non buttarmi, ma per un incrocio di destini, da qualche parte era scritto che avresti preso quell’ammonizione per un inutile fallo su di me. Su un centrocampista ormai senza stimoli, che tanto avrebbe voluto fare ma non ha fatto, riuscendo tuttavia, senza grande impegno, a vincere due Champions e, allo stesso tempo, a fare in modo che il grande Pavel Nedved non ne vincesse neanche una.

Scusa Pavel, non volevo. Semplicemente, era scritto così.

Tuo,
Steve McManaman

 

 

 

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