To (Ko)be or not to (Ko)be – Bryant, un’analisi

Chi scrive queste righe è un tifoso dei Suns (avanti, ridete pure), e pertanto di motivi per odiare Kobe ne avrebbe a bizzeffe (i tifosi NBA con più memoria storica sanno a cosa mi riferisco, gli altri lo capiranno a breve, ma intanto per darvi un’idea del perché…). Ed in effetti per lunghi periodi della mia vita Kobe è stato probabilmente lo sportivo che ho odiato di più, ma rimangono periodi contornati da altre stagioni di amore incondizionato.

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Tiro della vittoria di Kobe in gara 4 dei Playoff 2006 contro i Suns. Foto di Andrew D.  Berstein/NBAE/Getty Images.

Se devo trovare uno sportivo che mi ha portato sulle montagne russe emotive, chiudo gli occhi e dico Kobe senza pensarci due volte. Credo di aver letto forse un paio di articoli oggettivi su Kobe. Un paio (uno è quello di Flavio Tranquillo nell’ultimo numero di Rivista Ufficiale NBA, un altro quasi oggettivo sono le otto pagine che Simmons gli dedica in “The Book of Basketball”, qua invece trovate il padre di tutti i pezzi su Kobe, ma siamo molto lontani dall’oggettività). E credetemi, sul Black Mamba (soprannome che, pochi sanno, si è dato da solo: grande idea quella di paragonarsi ad un serpente nero dopo una denuncia per stupro, Kobe!) ho letto veramente ma veramente tanto. Dunque eccomi qua, a scrivere una delle cose più oggettive che mai vi capiterà di leggere su Kobe Bean Bryant.

 

Corre l’anno 1981. I Los Angeles Lakers decidono che il giusto tassello da aggiungere alla squadra per appendere nuovi drappi di Campioni del Mondo al soffitto è Mitch Kupchak, così gli mettono sotto gli occhi un contratto da sette anni a 5.6 milioni di dollari (decisamente un bel gruzzolo per l’epoca) che lui prontamente firma.

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Kupchak in azione in maglia gialloviola

La sorte però sa come giocare brutti scherzi: dicembre 1981, i Lakers si trovano di fronte ai San Diego Clippers. Azione di contropiede orchestrata da Magic Johnson per un facile, almeno sulla carta, appoggio al canestro di Mitch. “All’improvviso un giocatore dei Clippers si è frapposto fra me e il canestro per prendere lo sfondo, perciò ho cercato di fermarmi in tempo per non commettere fallo. Non ce l’ho fatta, ho messo male il ginocchio, sbattuto contro il mio avversario e siamo finiti per terra insieme”. Kupchak si infortunia gravemente e deve saltare due stagioni, ma quando ritorna non è lo stesso. I Lakers continuano a vincere, ma lui nei tre anni colleziona solo 147 presenze con un ruolo marginale. Per sollevarsi di un ingaggio così pesante per un giocatore che ormai poco può contribuire alla causa, propongono a Kupchak di entrare nell’apparato dirigenziale. Lo mandano ad una business school, diventa l’Assistant General Manager al fianco di Jerry West e nel 2000 ne prende il posto, avendo il comando totale delle operazioni in casa gialloviola.

Il resto è storia, soprattutto il rapporto conflittuale con Kobe: l’appoggio della società a Shaq anche quando questi arrivava con venti chili di troppo in ritiro, i mal di pancia di Kobe per gli anni in cui lo circondarono di gente che poteva al massimo legargli le scarpe, la volta che i Lakers ne hanno bloccato lo scambio a Chicago, tutti questi furono motivi di forte disprezzo verso il Kupchak dirigente per Kobe, lo stesso Kobe che però a fine carriera dovrà ringraziare Kupchak per la trade Gasol e per aver avuto grandi meriti nei cinque anelli raccolti in carriera (“Sì, col senno di poi possiamo dire che probabilmente il mio infortunio ha portato diversi anelli ai Lakers”, dirà Kupchak dopo il 2010). Il rapporto che Kobe ha con Kupchak riassume perfettamente l’odi et amo di Kobe verso l’entourage Lakers nei suoi vent’anni di servizio, ma soprattutto è il migliore affresco dei continui conflitti interiori che Kobe ha dovuto fronteggiare nella sua carriera. Ma andiamo con ordine e cominciamo da dove si deve cominciare.

In campo, ad un’ora e mezza dall’incontro, c’è soltanto un ragazzino di colore, che tratta il pallone da basket come un oggetto ormai domato: un palleggio e un tiro, un palleggio e un canestro. Non gli darei più di cinque anni: eppure, da una distanza di due metri, quel ragazzino fa sempre ciuff. Mi diranno in seguito che è Bryant junior, ovvero il figlio del mattatore numero uno della serata “Tutte Stelle”…

Queste le parole di Paolo Viberti su Superbasket del 28 febbraio 1985 riguardo la serata dell’All-Star Game di Firenze. Per capire chi sia Kobe, bisogna proprio partire da qui: Kobe è il figlio di Joe “Jellybean” BsY3msRbryant, uno che in NBA ha fatto più di 5000 punti prima di venire a fare sfracelli in Italia (ed ecco spiegato dunque perché Kobe parli così bene l’italianoma proprio bene bene). Kobe è un figlio d’arte.
Kobe non sa cosa sia la povertà, la voglia di riscatto sociale, eppure dentro di sé ha una rabbia infinita. Fin da piccolissimo ha in seno una voglia matta di dimostrare a tutti chi sia Kobe Bryant. E’ proprio questa strana commistione di due elementi a renderlo unico, probabilmente irripetibile, come dice Buffa. Anche Grant Hill era figlio di uno sportivo di altissimo livello e si è affermato come uno dei migliori cestisti degli ultimi decenni, eppure non aveva quella cattiveria, quel fuoco dentro. D’altronde, perché avrebbe dovuto?

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Kobe con Brandy al ballo della scuola. Foto di Mirek Trowski/Getty Images

Sin dal liceo, Kobe ha fretta. A Lower Marion, la sua High School, è indubbiamente l’uomo copertina (basta guarda il video che segue e capirete perché). Nel 1996 vince il Naismith Prep Player Award, che ogni anno viene dato al miglior giocatore liceale della nazione, è già sulla bocca di tutti.
All’ultimo anno, la mattina del ballo della scuola Kobe silura la propria fidanzatina e la sera si presenta con Brandy, allora famosa cantante soul nel panorama americano. Kobe sa di essere Kobe, al ballo non può andarci con una qualsiasi.

Tenete sempre presente che in alcune di queste azioni Kobe ha 14 anni…

 

E non è qualsiasi nemmeno la sua scelta di saltare direttamente dal liceo alla NBA. Kobe decide di rinunciare al college e di fare il salto nel mondo dei grandi.

Suona il telefono,, era Jerry West. Era completamente senza fiato, come in iperventilazione. “Hey Jerry, tutto bene? Eri a fare jogging?” “Chick [Chick Hearn, storico annunciatore dei Lakers, ndr], ho appena visto il workout più incredibile che mi sia capitato. Ed era di un diciassettenne.”

I Lakers cercano in tutti i modi di alzare la propria scelta al draft per arrivare a Kobe. hi-res-94ded209ab9242bddeacfb0238af1c89_crop_northScambiano il loro centro titolare (e che centro titolare), Vlade Divac, per la scelta numero 13 degli Hornets (mossa con cui liberano anche lo spazio salariale necessario per offrire a Shaq il contratto che sta cercando), ma temono ancora che i Nets possano prendere Kobe alla 8 in uno dei due draft più carichi di talento di sempre (Iverson, Abdur-Rahim, Marbury, Allen, Walker, Stojakovic, Nash, Jermaine O’Neal, giusto per fare qualche nome). L’entourage gialloviola mette in giro false voci denigranti nei confronti di Kobe, temono che qualcuno glielo possa fregare. West è rimasto così colpito dal workout di Kobe che chiede a Kupchak di organizzarne un altro, segretissimo, il giorno stesso del draft. Vuole mettere alla prova Kobe, chiama Eddie Jones, all’epoca guardia titolare dei Lakers e nei due anni successivi un All Star, e Micheal Cooper, lo specialista difensivo dei Lakers più belli e vincenti di sempre. Cooper aveva 40 anni e da sei si era ritirato, ma tutti in quel palazzetto credevano che fosse in grado di spegnere un ragazzino di diciassette anni. Niente da fare, Kobe distrugge sia Jones che Cooper.

Quella notte di giugno i Lakers riescono ad aggiudicarsi Kobe, un vero duro.

Il primo giorno di training camp alle Hawaii ognuno è chiamato a fare una piccola presentazione di se stesso, lo facciamo da anni per mettere a proprio agio i nuovi arrivati. Ricordo come fosse ieri il discorso di Kobe alla squadra. Rivolgendosi ai veterani, disse “So che verrò picchiato, so che vorrete sfidarmi e testare il mio livello, so che saranno allenamenti molto duri e fisici. Non preoccupatevi per me, io sono pronto.”

Non credo avrei potuto chiedere di meglio che le parole di Gary Vitti, storico preparatore atletico dei Lakers, per ritrarre alla perfezione il giovane Bryant.

Ma la prima stagione di Kobe è tutto fuorchè rose e fiori.

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In fin dei conti sono solo due rookies, no? Foto di Nathaniel S.Butler/Gerrty Images

Bastano però quindici minuti di utilizzo a notte per far capire a tutti di che pasta sia fatto il ragazzo, che vince la gara delle schiacciate (adoro la camminata dopo la prima schiacciata, è MJ, semplicemente MJ) e, con Shaq fuori per falli, si prende addirittura i tiri decisivi in gara 5 delle finali della Western Conference del 1997 contro Utah, che si trasformano in quattro airball, di cui tre nel supplementare. Quei quattro errori sanciscono l’eliminazione dei Lakers, ma per prenderseli a 18 anni di coraggio ce ne vuole.

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Kobe contro MJ nell’All Star Game 1998 al Madison Square Garden. Foto di Manny Millan per Sports Illustrated

Nella seconda stagione i minuti in campo diventano 25 a sera, e questa non è la notizia principale. Kobe diventa una macchina da highlights vivente (quello irriso qua sotto è Ben Wallace…), è esplosività pura, la gente lo adora e lo vota per il posto di guardia titolare ad Ovest nell’All Star Game (il più giovane di sempre a 19 anni e 169 giorni). Kobe sfida più e più volte Jordan in 1vs1 in quello che sarebbe stato l’ultimo All Star Game di MJ con la maglia di Chicago.

 

“Un giorno stavamo giocando contro i Lakers, Kobe ruba una palla, va in contropiede e fa una cosa pazzesca. Mi giro verso Scottie e gli faccio “Ma pure noi da giovani saltavamo così? Io non me lo ricordo…”‘ “- Micheal Jeffrey Jordan

 

kobe-bryant-michael-jordan-scottie-pippenKobe cresce di anno in anno, dalla terza stagione in poi è un titolare inamovibile ed il 21 marzo 1999 mostra forse per la prima volta al mondo intero il suo potenziale al ritorno di Shaq nella sua vecchia arena, mettendone 33 nel solo secondo tempo, ma la vera svolta arriva alla sua quarta stagione fra i grandi. Sulla panchina dei lacustri si siede Phil Jackson, l’uomo che con MJ e Scottie Pippen ha vinto sei anelli. Ed è proprio legato a Scottie il momento che segna la svolta della stagione per I Lakers. Gara 7 delle Western Finals, I Lakers sono sotto di 16 contro Portland, e giustamente il pubblico di casa comincia a rumoreggiare temendo che una stagione da 67 vittorie venga buttata in fumo così. Ma poi Kobe e Shaq si svegliano, I Lakers mettono nuovamente la testa avanti e sul +4 gialloviola succede questo.

Che bella l’esultanza di Shaq…quanti ne avrebbero vinti se fossero andati d’accordo

Adoro quest’azione: Kobe batte il suo uomo, si vede che pensa all’entrata, ma la difesa dei Blazers è ben schierata. Realizza che Shaq non ha ancora preso posizione, si ferma, lascia che l’uomo torni su di lui. Crossover, il difensore rimane sulle gambe, Shaq gli chiama l’alley-oop e Kobe non se lo fa ripetere due volte. Tutto bellissimo, ancora di più quando si realizza che il marcatore su Kobe è proprio Scottie Pippen.

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It’s a kind of Magic…Walter Iooss JR per SI

Lo dico qua con la certezza che qualcuno mi darà del blasfemo o del giovane, ma per me il Kobe del threepeat rimane il miglior Sidekick della storia del basket, per dirla all’americana, anche se mi piace di più la dicitura italiana, quel “secondo violino” che suona di poesia. Sì, migliore persino di Scottie stesso. Quanto meno a livello di prestazioni (basti pensare a Gara 4 delle finals del 2000 contro Indiana, con Shaq fuori per falli Kobe mette tre canestri fondamentali nel supplementare e porta alla vittoria i Lakers dopo aver saltato gara 3 per un infortunio causatogli da Jalen Rose in gara 2), perché per quanto riguarda la giusta predisposizione mentale per essere consapevoli di essere un secondo violino, beh, quella è un’altra storia.

Awww Kobe, with no regard!

Non a caso, all’inizio della stagione successiva Kobe rilascia dichiarazioni al vetriolo contro Coach Zen, Il quale riteneva che Kobe dovesse modificare ancor di più il suo attacco per adattarsi al Triangolo, finendogli per chiedergli di fare “un passo indietro” nella produzione offensiva (nel primo mese di regular season, Kobe gira a 30 di media e prende 23 tiri a notte). La risposta, peraltro pubblica, di Kobe non si fa attendere.

Un passo indietro? Davvero? Io dovrei farne uno in avanti. Come puoi pensare di mettermi dei limiti? Forse farei meglio a giocare da qualche altra parte.

Kobe esprime per la prima volta un malcontento le cui cause diventeranno manifeste solo in seguito, ma una famosa partita a carte durante un volo con la squadra verso Phoenix rimette le cose a posto. Rick Fox (e se non conoscete Rick Fox guardatevi Gara 1 delle Finals 2001, che son sempre due ore ben spese soprattutto se come me avete un debole per un certo Iverson) quell’episodio se lo ricorda benissimo.

Kobe sull’aereo sedeva sempre a qualche posto di distanza da me, ma di solito dormiva, guardava dei film o studiava i filmati delle partite. Era così giovane che faceva fatica a inserirsi in un gruppo di veterani ormai vicini ai 30 anni, anche perché dopo le partite noi giocavamo sempre a carte e bevevamo una birra o due in compagnia, e lui non beveva mai. […] Però quel giorno lo invitammo a giocare, lui accettò, ed è stato in quel momento che ha cominciato a diventare veramente un nostro compagno di squadra e non solo un individuo all’interno di un gruppo, sentendosi finalmente coinvolto nella vita di spogliatoio. […] Poi è toccato a lui dover organizzare quelle partite di carte in aereo per inserire nel gruppo i nuovi arrivati.

(Estratto dalla Kobe Bryant Issue di Rivista Ufficiale NBA)

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Foto di Andrew D.Bernstein (e chi altrimenti…)

Nei playoff 2001 i Lakers chiudono con 15 vittorie ed una sconfitta, Kobe tocca vette di “secondo violino” mai viste prima d’ora (e che, con buona probabilità, non vedremi mai più in una NBA così diluita). I Lakers vincono il secondo anello, l’anno dopo fanno il tris e Kobe festeggia indossando per l’occasione la maglia numero 23 che indossava MJ quando vinse il suo sesto titolo.

 

Ormai è palese a tutti: Kobe continua a migliorare, e lo fa giorno dopo giorno. Lo fa perché ha un’etica del lavoro mai vista prima, forse neppure in MJ. Fra tutti i lati della persona e del giocatore Kobe, questo è probabilmente quello che mi piace di più. Adoro sempre ricordare che lui, quel famoso 11 settembre, le Torri Gemelle le ha viste cadere in diretta TV, sudato dalla testa ai piedi. Che c’è di strano, direte voi. La stranezza è che quando le Torri Gemelle sono cadute, a Los Angeles erao le sei di mattina, il che vuol dire che Kobe, a quasi un mese dal raduno, si era alzato alle quattro di mattina per allenarsi. E, come dice Buffa, se c’è un 11 settembre, c’è anche un 12, poi un 13…Kobe lo fa tutti i giorni.

Nell’ordine, Bowen, Horry, Parker e Duncan. Wow.

Esistono così tante storie su Kobe che ormai, se anche una storia sulla sua dedizione agli allenamenti è assurda, la gente ci crede lo stesso. “Man, I wanna know if this story is true, I’m obsessed with it”. Blake Griffin ha sentito questa storia per la prima volta a fine luglio 2012, quando era in ritiro con Kobe e la nazionale USA in preparazione a Londra 2012, e molto tempo dopo ne parla con una giornalista di ESPN. “Mi ricordo che giravano voci che Kobe fosse andato a farsi un giro in bici di 40 miglia (più di 64 km, ndr) di notte nel deserto. 40 miglia? Nel deserto? Te pensi sia vero? Il giorno dopo volevo chiedergli se potevo andare con lui.” La cosa bella è che basta dire che l’ha fatto Kobe per far immediatamente pensare a chiunque che la storia possa essere vera. Si è scoperto solo anni dopo che era effettivamente vera. “Siamo tornati in albergo alle 2 di notte”, ricorda Tim Grover, suo storico allenatore, “Alle 7:30 Kobe era in palestra ad alzare pesi”. PijcMeg.jpg

La storia che preferisco fra tutte (e sono veramente tante forse anche di più…ma anche questa è veramente spaziale) è quella che raccontò il preparatore atletico di Team USA in preparazione delle Olimpiadi di Pechino 2008.

Mi ricordo che la sera che precedeva il primo allenamento ho guardato Casablanca per la prima volta. Ho iniziato tardi, ho finito di guardarlo verso le 3:30 di mattina. Mi metto a letto, mi stavo addormentando quando sento il cellulare suonare. Era Kobe. Rispondo.

“Hey Rob, ti disturbo?”

“No Kobe, che c’è?”

”Niente, mi stavo chiedendo se potessi darmi una mano con del lavoro fisico, tutto qua”

Guardo l’orologio: le 4:15.
“Certo, ci vediamo al campo fra poco”
Ci ho messo circa venti minuti ad uscire dall’hotel. Quando sono arrivato alla palestra ho aperto la porta del campo e ho visto Kobe nel centro. Da solo. Era immerso nel sudore come se avesse appena finito di nuotare. Erano le cinque di mattina. Per un’ora ed un quarto abbiamo fatto del conditioning work, dopo siamo andati in sala pesi e abbiamo fatto 45 minuti di esercizi di forza. Dopo di questo, io me ne sono andato, lui è tornato al campo per tirare ancora un po’. Sono andato all’hotel e sono crollato dal sonno.

La mattina dopo dovevamo essere al campo alle 11. Mi alzo ancora addormentato, mezzo rincoglionito, insomma con tutti gli effetti che hai quando hai dormito poco. “Grazie, Kobe”, ho pensato. Mi sono preso un panino e sono andato al campo di allenamento. Tutti I giocatori di Team USA erano lì, in attesa della prima partita di allenamento. LeBron stava parlando a Carmelo, Coach Krzyzewski stava spiegando qualcosa a Durant. Sulla parte destra del campo c’era Kobe che stava tirando. Mi sono avvicinato, gli ho dato una pacca sulla schiena e detto “Bel lavoro stamattina”
“Eh?”
“Il lavoro fisico intendevo, bel lavoro, ben fatta
“Ah, grazie Rob! Ti devo un favore, ho veramente apprezzato che tu sia venuto.”
“Quindi a che ora hai finito?”
“Finito cosa?”
“Finito di tirare. A che ora sei tornato in hotel?”
“Ah no, sto finendo di tirare adesso. Volevo metterne 800, quindi sì, sto finendo adesso”

Mi è letteralmente caduta la mascella. Madre di Dio. Tutte le storie sulla sua etica del lavoro, tutto quello che dicevano sul suo lavorare sodo, tutte quelle cose là si sono unite e mi sono venute addosso come un treno. Ecco perché questo schiaccia ancora in testa a gente dieci anni più giovane, mi son detto.

La cosa che più di tutte mi fa impazzire è che Kobe questa etica del lavoro la applica a tutto. Shaq nel suo libro ha raccontato di quando lui ed altri si mettevano a rappare nei viaggi di squadra (off-topic: sì, stiamo parlando di cose del genere, e questo video lo dovete vedere a prescindere da tutto il resto).

Facevamo rap su tutto. Passava uno col naso grande, rap. A uno cadeva una Coca, rap. Kobe non partecipava, stava lì, ascoltava e sorrideva. Poi un giorno comincia a chiedere insistentemente di fare del rap. Sul serio, Kobe? Noi cominciamo, lui ad un certo punto si inserisce e inizia a sparare rime. Parole difficilissime! Il flow c’era, ma era troppo cervellotico! Abbiamo capito mesi dopo che Kobe si scriveva le rime a casa e le imparava a memoria

(Per inciso, pezzo pazzesco su Kobe e la sua carriera rap perché sì, Kobe ha avuto una carruera rap come dimostra anche il video qua sotto preso dall’All Star Game 2000)

A 3:25 Kobe comincia a rappare in italiano e il pubblico va in delirio. Ho visto questo video un milione di volte, conosco a memoria le parole in italiano, ma mi vengono gli occhi lucidi ogni volta.

Non c’è dunque nulla da stupirsi se Kobe sia riuscito a realizzare tutti i sogni di cui aveva parlato a Shaq in uno dei suoi primi viaggi in pullman insieme, anzi.

Mi diceva “Diventerò il miglior marcatore della storia dei Lakers, vincerò cinque/sei anelli, sarò il giocatore più forte della lega”, e io gli rispondevo “Ok Kobe, come vuoi“.

Kobe aveva deciso di diventare il miglior giocatore di sempre, e per farlo aveva deciso di ispirarsi al più forte di sempre: Micheal Jordan.

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Kobe e MJ all’All Star Game 2003, la sublimazione del loro rapporto a mio modo di vedere. Foto di Jamie Squire/Getty Images.

Personalmente, non ci vedo nulla di male nel patterning (imitare in maniera quasi ossessiva) di Kobe nei confronti di MJ. Sei una guardia e vuoi diventare il migliore di sempre, a chi ti devi ispirare? Al migliore di sempre, mi sembra logico (certo Kobe, però imitare anche il modo di tenere la lingua fuori ed esultare per gli anelli, beh, forse lo potevi evitare… ). Vi dirò di più: chi scrive pensa che Kobe sia stato un miglior attaccante di Jordan (altra ondata di urla in arrivo per me, lo so), semplicemente perché da Jordan ha copiato solo, soltanto e solamente le peculiarità in cui Jordan era il migliore (che erano tantissime, verissimo). Per dirne una, Kobe è sicuramente un tiratore migliore di quanto non lo fosse MJ, spezza il polso in tutt’altra maniera, la parabola è tutt’altra cosa. Kobe sa usare la mano sinistra molto meglio di quanto non facesse MJ, e sapete chi ha studiato per migliorare? Tracy McGrady, quello che lui riteneva il miglior penetratore con la mano debole della storia. Mi sbilancio ancora di più: Kobe è stato il primo giocatore della storia ad allargare il range di tiro oltre gli otto metri e mezzo con costanza, aprendo di fatto la porta al signore che quest’anno vincerà il suo secondo MVP di fila e che, probabilmente, sta cambiando la nostra concezione di basket. Detto questo, Jordan era un difensore migliore di Kobe, che peraltro rimane un difensore pazzesco (si è detto che i Lakers nel 2007 difendessero meglio senza Kobe, ed era vero, ma era solamente perché in attacco tutti i possessi passavano per le mani del #24 e lui a quel tempo alla squadra serviva di più in attacco che in difesa, pertanto teneva le proprie energie per la fase offensiva. Cercate un pezzo che si chiama La nascita del Kobismo, era un articolo su un American SuperBasket del 2007, non chiedetemi quale o di chi, ma quello era un signor pezzo in cui si spiegava benissimo questa cosa), e non solo, Jordan ha quasi inventato, perdonatemi l’affermazione frettolosa, un tipo di pallacanestro che Kobe ha perfezionato. Per tutte queste ragioni, e per un’altra che dirò fra poco, se mi chiedessero chi vorrei avere nella mia squadra tra i due, prenderei MJ senza pensarci più di mezzo secondo, nonostante i cinque anni di carriera in meno.

Capite cosa vuol dire “essere consumati dalla rabbia”? Mi piace pensare che dopo quella sera Artest abbia pensato “Ok, meglio se vado a giocare con lui…”

Da tutte queste piccole storie, soprattutto da quelle di Shaq e Coach Jackson, capite che Kobe non fosse un simpaticone, ed eccoci arrivati alle note dolenti. Vi basti pensare che Jackson, quando ha saputo della denuncia per stupro contro Kobe (http://www.ultimouomo.com/quella-notte-in-colorado/), si è detto “non del tutto sorpreso”.

Kobe può venire consumato da un rabbia sorprendente, che più di qualche volta ha vomitato su di me e sui suoi compagni

Non so se avete notato la portata delle affermazioni di Jackson, che di sicuro fanno più rumore di altre accuse, sempre mosse nel suo libro The Last Season, come quella di essere immaturo (“Chiedi a Shaq di fare una cosa e ti dirà: “No, non voglio”. Ma con un po’ di insistenza, la farà. Chiedi a Kobe di fare qualcosa, ti dirà “Ok” e poi farà di testa sua“) ed egoista (“Kobe non capisce come trovare una via per diventare parte di un sistema che implichi un bene più grande di se stesso”).

E Jackson non è il solo a pensarla così, basti pensare a quando Kobe infilò nove partite di fila sopra I 40 punti nel 2003 (NOVE) e tutto quello che Shaq fu capace di dire dopo la nona fu

Sta prendendo ogni tiro e ne sta segnando la gran parte. Sta collezionando una bella striscia di partite. Finché continuiamo a vincere, va bene così.

iSolo io ci leggo una critica nemmeno tanto velata al gioco di Kobe? La verità è che a Kobe ormai il ruolo da secondo violino stava troppo stretto. Lui si svegliava ogni mattina alle quattro per allenarsi, mostrava una volontà che poi lo porterà a prendere lezioni di post da Olajuwon (ok, questo è successo nel 2009, but still), quell’altro arrivava al camp con venti chili di troppo e nonostante ciò la squadra era sua? No way. Non a caso, se guardate le registrazioni del processo per stupro, Kobe continua insistentemente a dire durante il processo che lui era innocente, che la ragazza fosse consenziente e che “E’ Shaq quello che è esperto di queste cose”, riferendosi evidentemente a qualche approccio di Shaq conclusosi con un nulla di fatto (di nuovo, leggete Bill Simmons). Secondo voi due così avrebbero forse potuto vincere qualcosa, anche con Malone e Payton in squadra? Mmmmh.

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Sono l’unico che venderebbe casa per avere questa foto autografata?

Se la stagione 2004 passò tra campo, tribunale e debacle dei Fab Four in finale contro Detroit, le annate successive non furono molto migliori. Sì, certo, gli 81 punti in una notte sola a Toronro, I 62 in tre quarti contro la squadra più forte della lega di allora, Dallas, 35.4 punti di media in una stagione, tutto vero. Ma sono anche gli anni dello sciopero in Gara 7 contro Phoenix perché I suoi compagni erano troppo scarsi (dopo averne messi 50 in Gara 6, Kobe decise di non tirare per tutto il secondo tempo…per i più topi da biblioteca di tutti: sì, proprio come Rick Barry. Giustificazione a favore di Kobe: giocava con Smush Parker e Kwame Brown, forse avrei smesso di tirare pure io), di stagioni senza playoff nel culmine della sua forma atletica e di richieste di essere ceduto (mi piace ricordare come Chicago non riuscì ad acquistarlo perché aveva offerto solo Luol Deng e Tyrus Thomas, mentre i Lakers avrebbero voleuto anche Ben Gordon. Ora, pensate che per Jordan qualcuno si sarebbe fatto problemi a buttare Gordon dentro uno scambio? Fine del discorso “Meglio Kobe o Jordan”, per quanto mi riguarda). Però, allo stesso tempo, è giusto ricordare che

Nel momento in cui ha chiesto di essere ceduto, ventinove squadre hanno fatto proposte ai Lakers

come raccontò Isiah Thomas (e sì, i Suns ci sono andati maledettamente vicini, ma Kobe disse che non voleva andare a PHX: ragione numero uno per un tifoso Suns per odiare Kobe).

Questo video lo vedrei un milione di volte solo per l’ombra del tifoso che alza le braccia per esultare non appena Kobe si alza per rilasciare il pallone. Hey, è Kobe.

 

Poi, la nuova risalita sotto Coach Jackson (com’è possibile dire delle cose come quelle di prima su di un giocatore e tornare ad allenarlo? Come?), nonostante due interventi alle ginocchia, nel 2003 e nel 2006 (ma voi vi immaginate il Kobe dei primi tempi con le regole della NBA odierna? Quante volte sarebbe andato in lunetta a notte? Venti? Trenta?), nonostante Kobe giochi dal 2008 al 2010 praticamente senza tre dita della mano destra (“Gli funzionavano bene solo il pollice e l’anulare”, come dice Gary Vitti). Kobe impara quando è il momento di dare spazio ai compagni, quando è più importante che lui difenda piuttosto che sprechi energie in attacco, ad evitare le faide personali in campo. Nel tragitto ne infila anche quattro di fila sopra i 50 punti, ed il canestro che mette contro Portland all’overtime dopo averne già segnati 62 è poesia pura.

Kobe taglia dal lato sinistro in verticale, attraversa l’area, finisce in angolo contro Brandon Roy. Cerca la linea di fondo, Roy gliela nega. Allora si gira per andare a sinistra, ma arriva il raddoppio di Aldridge. Poi il genio, s’inventa una cosa che solo lui potrebbe fare: finta di andare a sinistra, si rigira, si alza in sospensione e bomba allo scadere: +3 Lakers e tutti a casa.

Kobe è così, tutto quello che fa in partita lo ha provato un milione di volte in palestra (“Man, they got to fall, I train so hard, they have to“). Spiega ai compagni cosa devono fare prima della partita, in aereo li chiama a raccolta uno ad uno, gli mostra dove cadrà Il rimbalzo. Kobe sa quanto ogni particolare sia importante, e sono tuttora convinto che in un qualche modo sia stato lui a dire ad Artest che quella palla in gara 5 contro Phoenix nel 2010 sarebbe proprio potuta cadere lì (ragione numero due per odiare Kobe per un tifoso dei Suns). gettyimages-106465494-e1448929351549Kobe è così, ed è per questo che ha perso il titolo 2008 solamente in finale ed ha vinto altri due anelli nel 2009 e ne 2010 (potrei aprire una parentesi lunga un sogno su Gara 7 del 2010 e sul 6/24 dal campo di Kobe, ma non lo farò. Diciamo solo che Kobe quella sera ha avuto una “ricaduta”, e che è stato estremamente fortunato a non pagarla a caro prezzo) con Coach Zen e Gasol, arrivato ai Lakers per una trade decisamente favorevole inventata dal nulla da Kupchak (vi ricordate di quello che si diceva all’inizio?). E vi dirò di più: se Stern non avesse puntato i piedi nel 2011, probabilmente Paul avrebbe aiutato Kobe a vincere almeno un altro anello. Immaginate lo scenario: Chris Paul arriva a LA, Kobe può rifiatare più spesso (soprattutto in difesa ed in fase di transizione), il peso dell’attacco si redistribuisce, il Mamba abbassa il suo minutaggio ad una trentina di minuti a notte o anche meno, e di conseguenza non gli salta il Tendine d’Achille nel 2013 perché non ne deve giocare quarantacinque a notte e la cuffia rotatoria nel 2015. Con cinque stagioni da quasi sano, Paul e Howard alle sue dipendenze (Paul e Howard insieme…mi tremano le mani solo a scriverlo), vi sembra così assurdo affermare che Kobe ne avrebbe vinti ancora un paio? Vi sembra forse un’esagerazione? A me no. Fosse successo, sarebbe stato un’assurdità definirlo il miglior Lakers di sempre ed uno dei migliori cinque che mai abbia toccato il parquet? Decisamente no. Invece Kobe rimarrà “semplicemente” uno dei più grandi (andando oltre alcune stronzate che potrete incontrare per strada, e frega niente se le ha scritte Berri), e le classifiche le lasciamo fare a chi non conosce la sua carriera da rapper o a chi non sa che Vujacic lo avvisava in italiano quando c’era figa in tribuna.

“Descrivi Kobe con una parola”. Signore e signori, Kevin Durant sulla sirena.

Ma è andata così, e Kobe ha potuto superare MJ solo in termini di ori olimpici (2008 e 2012, e tutti sanno come Kobe sia stato l’uomo della provvidenza in finale nel 2008), perfezionare ulteriormente ogni aspetto del suo gioco, capire quanto sia importante ogni battito d’ali di una farfalla dall’altra parte dell’Oceano e ottenere ancora più rispetto dagli avversari (storia pazzesca a riguardo). Gli avversari temono tuttora Kobe perché è l’ultimo vero killer rimasto in circolazione, ecco perché. Passeranno anni prima di vedere uno con la voglia di vincere di Kobe Bean Bryant, molti anni, soprattutto con questo clima da Volemose bbene che regna nell’NBA da qualche anno a questa parte.

All’inizio vi avevo raccontato di Kupchak e dell’infortunio. Bene, ora capirete perché, se non sapessi che è impossibile perché Kobe all’epoca aveva tre anni, probabilmente penserei che abbia architettato tutto lui, al solo scopo di vincere più anelli. Il giocatore su cui Kupchak si è andato a schiantare era il papà di Kobe, Joe Jellybean Bryant.

 

 

 

 

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