Il Testamento di Tito – Sogno di una Nazionale che non vedremo mai

A Manu e Marija, per aver perso ore a discutere con me delle convocazioni e della tattica della Nazionale Jugoslava ad Euro 2016.

Un amico d’infanzia, dopo questa canzone,

 mi ha detto “E’ bellissima, è un incubo riuscito.

Ma dimmi, sogni spesso le cose che hai scritto,

oppure le hai inventate solo per scandalizzare?”

Amore, amore, naviga via…Devo ancora svegliarmi.


Francesco De Gregori, “Cercando un altro Egitto”

      Bora se ne sta lì, in disparte. Si è alzato in piedi per guardarli più da lontano, i suoi ragazzi, anche se la luce nel locale è soffusa e ormai il rumore nella stanza è tale da non lasciar più quasi spazio ai pensieri. Sfila dalla tasca della camicia a quadri il portasigarette di Mexico ’86, che si apre sotto la pressione delle sue dita con un rumore secco che può soltanto immaginare per le mille e più volte che l’ha sentito. Mani che hanno assaggiato cibi di ogni continente e parlato svariate lingue compiono con maestria gesti abitudinali. Il viso leggermente rivolto all’insù ed inclinato a sinistra, la fronte distesa, gli occhi leggermente socchiusi di Bora guardano ora l’alticcio gruppo seduto al tavolo in massello, intaccato da mille boccali francesi nella sua onorata carriera. “Un po’ come me”, pensa Bora, alzando impercettibilmente il bordo sinistro delle labbra.

Quando il giorno prima sbora-mexicoi era addentrato per le vie di Bordeaux alla ricerca di un locale, si era subito lasciato affascinare da quel posto che sembrava essere volutamente nascosto. Il classico locale rustico, quelli che piacevano a lui. Era entrato e col suo francese arrugginito ma pur sempre fluente aveva chiesto all’oste se ci fosse posto per una tavolata da venticinque per la sera seguente. “Mais oui!”. Ci sarebbe la possibilità di avere tutto il locale per noi?, aveva poi domandato Bora. L’oste aveva risposto scuotendo lentamente la testa che no, purtroppo questa possibilità non esisteva, che ancora non c’erano prenotazioni per la sera successiva ma che sicuramente qualcuno sarebbe passato. Bora lo aveva lasciato finire, poi “Mi creda, la nostra federazione saprebbe ringraziarla a dovere”, un accenno di sorriso, la frangia scostata dagli occhiali con un rapido movimento del capo. E alle domande incuriosite dell’oste aveva risposto che, vede, io sono Bora Milutinovic, l’allenatore di calcio della Federazione Jugoslava, e vorrei avere una serata solo per me, il mio assistente e i ragazzi, nessun’altro, mi creda, sarà ricompensato a dovere, e ad ogni particolare gli occhi strabuzzanti dell’oste si aprivano sempre più. Questi si pulì freneticamente le mani sul grembiule, alzò leggermente le spalle, gli si fece incontro e gli strinse calorosamente la mano, “Ma maison est votre maison, Monsieur Milutinovìc”. Bora sorrise, “Ci potrebbe scappare qualche sigaretta, sa”, “Ceci n’est pas un problème, Monsieur Milutinovìc”.

      Ed eccoli lì il giorno dopo, tutti quanti sotto il filtro visivo del fumo della sua sigaretta. Il giorno prima, dopo aver prenotato il tavolo, aveva avvisato i ragazzi dell’evento e subito i più erano sembrati entusiasti, anche se qualcuno non sembrava convintissimo, ma ora sedevano e bevevano tutti insieme. “Possiamo battere chiunque”. Di nuovo quegli occhi che si restringono. Di sicuro questa era la squadra più forte che Bora avesse mai allenato. Perché “nascere poveri è una sfortuna, sposarsi una povera è da scemi”. E pensare che quella frase l’aveva detta proprio lui, e poi per anni aveva avuto sempre lo zaino in spalla e in tasca la ferma convinzione che si potesse fare calcio anche dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Messico, Costa Rica, Stati Uniti, Nigeria, Cina. E sotto gli occhi aveva sempre avuto quei ventitré che ora vedeva tracannare birra (“Birra? Ragazzi, siamo a Bordeaux e bevete birra?”). A proposito del sole del buon dio, come si chiamava quell’altra canzone di quel genovese che aveva sentito un paio di volte quando allenava in Italia? Ah, ecco: Il Testamento di Tito, se la ricordava per il titolo. “Questo Tito è stato davvero un buon dio a lasciarmi questi ventitré come eredità nel suo testamento.” Altra alzata impercettibile del bordo sinistro del labbro. In realtà di talento per le mani ne aveva anche avuto, soprattutto quella volta in Nigeria. Si ricordava ancora il primo allenamento di Jay-Jay sotto i suoi occhi. Alla fine l’aveva avv52925780icinato, una mano sulla spalla più lontana, “Jay-Jay, in campo fai quello che ti senti di fare”. Perché quando si gioca, come quando si allena, una risata è meglio di una sudata. Per notti non era riuscito a dormire pensando di aver portato quella squadra solo agli ottavi di finale. “Dovevamo fare di più, dannazione.”

 

 

      Dopo molte povere, questa volta aveva sposato una ricca ereditiera, molto ricca. Aveva pensato per mesi intere alle convocazioni, ai sottili equilibri interni a cui doveva prestare attenzione e alle conseguenze di ogni singola sua scelta. La minima vibrazione avrebbe potuto far cadere quel castello di 23 carte, lo sapeva, ed era per quello che aveva organizzato questa serata che si stava rivelando un vero successo. Certo, si vedevano chiari i gruppetti delle varie nazioni, è vero, ma era un continuo alzarsi per andare dall’altre parte del tavolo, battute che viaggiavano da un lato all’altro, pacche di schiena e risate, tante risate. Il gruppetto più folto era quello croato, che stava sul lato sinistro. Srna e Corluka erano seduti alla fine del tavolo e stavano strappando pezzi di carta dalla tovaglia a quadroni biancorossi, per poi immergerli nei boccali e lanciarli all’altro estremo. Al loro fianco, Mandzukic era seduto ma puntato con i gomiti e proteso in avanti con tutto il corpo mentre parlava ad occhi ben aperti con un attento Vrsaljko, agitando ogni tanto le mani in ampi gesti. “Che figlio di puttana”, e questa volta l’accenno di sorriso di Bora si allargò a tutta la bocca, “Mi taglio le palle che gli sta parlando ancora della Juve per convincerlo. Sarà la decima volta in un giorno…certo che Mario non smette di pensare a vincere nemmeno quando va a cagare”. In parte a loro, alzatosi in piedi, Rakitic stava lanciando un coro che Bora, nonostante avesse viaggiato per tutta la vita, non aveva mai sentito mentre con la sola mano destra versava birra nel boccale di Modric, spandendone da ogni lato, e con l’altra incitava Perisic e Brozovic lì in parte a dargli man forte. “Sembrava calmo, quel Rakitic, con la sua faccetta da bravo ragazzo…meglio così”.  Da parte sua, Modric non poteva far altro che assistere inerme alla scena, strofinando la fronte contro la mano sinistra, mentre Brozo e Perisic non si erano fatti pregare ed avevano cominciato ad accompagnare il coro battendo le mani contro il tavolo coinvolgendo anche i loro vicini.

 

“Se tutto va come deve aCP3RAfGUEAAbk1vndare, un giorno ti dovrò pagare una birra, Mancio”, pensava Bora mentre Jovetic, seduto un paio di posti più in là, si univa al coro dei due alzandosi in piedi e incitava con la testa un convinto Savic a cantare ancora più forte. “Stevan, in campo fai quello che ti senti di fare”, le stesse parole che aveva detto diciotto anni prima. Jay-jay, Jo-jo, a volte la sorte le cose sembra sussurrartele all’orecchio. Stevan si era caricato a molla per la fiducia che Bora gli aveva dato, ed in allenamento stava facendo cose da fenomeno vero come ai tempi del Partizan. “Continua così e vicino a Mario metto te, Stevan”. Handanovic invece, costretto nella morsa fra Brozovic e Jojo, si limitava a ridere compostamente tenendosi la testa con la mano. Parlava poco Handa, ma lo faceva quando serviva veramente. Davanti a lui, divertiti dalla scena, Oblak e Ilicic se la ridevano della grossa guardando il giocatore del Barcellona che continuava a dar da bere sia a Modric che al tavolo. Accanto al suo riccioluto compagno di squadra uno che non aveva bisogno di essere incitato a cantare più forte stava tentando di salire sulla panca dove prima era seduto. “Adem, non fare cazzate, non farmi rimpiangere il momento in cui ho deciso che due piedi buoni in più non fanno mai male. Ecco, grazie Nemanja.” Guardandolo tirare giù Ljajic e costringerlo di nuovo a sedersi, Bora non sapeva dire se Matic fosse più importante dentro o fuori dal campo. Era nato per comandare, e sapeva farlo in una maniera elegantissima, senza mai imporsi, ma finendo sempre per farlo. Bora ancora non si era davvero deciso per una formazione titolare, con quelli lì poteva giocare come voleva, ma su di una cosa nessuno gli avrebbe mai fatto cambiare idea: Matic le avrebbe giocate tutte.

Così pensava Bora di passaggio, mentre Nemanja ruotava la testa di novanta gradi rispetto al corpo e inarcava le sopracciglia guardando Subotic e Nastasic come a dire “Abbiamo rischiato che questo qui si facesse il crociato per cantare un coro in una bettola di Bordeaux”. Nastasic in tutto risposta sorrise, e lo stesso fece persino uno che fino a quella sera aveva sorriso ben poco. “Aleksandar, a me non frega niente se a Manchester non hai giocato sempre, qua ci puoi far vincere delle partite”. Kolarov era stato uno dei primi con cui Bora aveva avuto un colloquio, voleva fargli capire che credeva in lui e che la squadra aveva bisogno di quel cannone che aveva al posto del sinistro. Aleksandar aveva riposto alla sua maniera, facendo cenno di sì con la testa leggermente abbassata, “Farò del mio meglio, mister”, e tenendo quella testa ben bassa mentre faceva tremare la terra verde sulla quale aveva solcato la fascia sinistra nei primi allenamenti. “Aleksandar, però ogni tanto alzala quella testa, altrimenti come fai a vedere dov’è Edin in mezzo?”. Sì, alla fine l’aveva portato. Bora aveva riflettuto a lungo se crederci o meno, ed alla fine aveva pensato che uno così non può essere diventato brocco tutto di colpo. A volte Dzeko sembrava veramente fare di tutto per convincerlo del contrario, come quella volta che si era mangiato quel gol a porta vuota contro il Palermo.

 

      In quell’istante Bora aveva pensato che il guardalinee avesse alzato la bandierina, ma il suo italiano era ancora sufficientemente buono per capire il “Non ci credo! Non è vero!” del telecronista. “In Francia gli farai vedere chi è il vero Dzeko”, aveva pensato qualche secondo dopo Bora, anche se in cuor suo sapeva che Edin non sarebbe partito titolare, perlomeno non nelle prime partite. Semplicemente, per il gioco che voleva fare, Dzeko si adattava meglio di Kalinic, e per di più se si fosse veramente svegliato avrebbe avuto per le mani un giocatore capace di segnare cinque gol nell’arco di una competizione così corta. E quindi eccolo seduto lì, Edin, con quella sua faccia che sembrava sempre domandarsi se avesse chiuso il gas a casa, stretto fra Begovic e Lulic. Begovic Bora l’aveva chiamato per fare da collante. Per qualche istante gli era persino balenata l’idea di portare solo i due sloveni in porta, ma poi aveva deciso che avere nella faretra un trait d’union fra serbi e bosniaci non sarebbe stato poi così male, e così aveva deciso che nello spogliatoio a fare da spalla ad uno dei migliori colpitori di testa del mondo ci sarebbe stato lui, Begovic, suo compagno al Chelsea. Ecco, Ivanovic era uno dei pochi altri punti fermi che Bora aveva in testa. Non sapeva ancora esattamente dove avrebbe giocato, probabilmente centrale al fianco di Savic, ma di sicuro avrebbe giocato. “E in un qualche modo devo far giocare anche te”, penso Bora mentre aspirava una generosa boccata di fumo guardando Pjanic, beatamente stravaccato e sorridente in fondo alla tavolata. “Quel volpone di Mario ne prenderà un bel po’ di punizioni lì davanti…mi raccomando Miralem”. Probabilmente alla fine avrebbe optato per un 4-4-2 alla Simeone, usando dei centrocampisti centrali anche sulle fasce. “Nemanja e Modric in centro, Pjanic un po’ più largo a sinistra e Rakitic un po’ più largo alla destra…tanto davanti Mario copre per dieci e dietro abbiamo due cavalli”. Bora aveva pensato in un primo momento di far giocare Vrsaljko a destra e Aleksandar dall’altra parte, anche se negli ultimi giorni aveva visto la voglia di vincere negli occhi diDarijo-Srna-111111-Anthem-R-300 Srna. Darijo era stato il primo con cui aveva parlato, ben prima del ritiro. Era andato in Ucraina per parlargli. “Darijo, so che per te è difficile, so che tuo padre è rimasto orfano a tre anni per colpa di quelli là, ma so anche che questo potrebbe essere il messaggio migliore in un periodo come questo”. Darijo gli era scoppiato in lacrime davanti, l’aveva abbracciato e dopo qualche secondo con la testa fra le mani gli aveva detto di sì con gli occhi ancora rossi. Le prima parole che Bora aveva pronunciato quando aveva avuto i 23 davanti a lui su di un campo verde erano state “Buongiorno ragazzi. Sono contento che siate qui. Io e Ivica abbiamo deciso che il nostro capitano, vostro e mio, sarà Darijo.” Non doveva chiedere l’approvazione di nessuno Bora, ed istintivamente dall’ala croata era partito un applauso a cui subito si erano uniti tutti convintamente.

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      Sì, Ivica. Proprio ora stava tornando dal bagno, con il suo solito sguardo di chi nella vita le cose non le ha mai dovute ripetere due volte. Bora l’aveva voluto a tutti i costi accanto a sé in quell’avventura, sapeva che erano ventisei anni che Ivica Osim aspettava questa possibilità di riscatto. Lo sapeva da quando aveva letto una sua intervista per Sports Illustrated. “Ogni tanto penso ad Italia ’90, a quello che sarebbe potuto succedere se avessimo vinto contro l’Argentina. Forse sono ottimista, ma nella mia personalissima illusione mi chiedo cosa sarebbe successo al paese se la Jugoslavia avesse giocato la semifinale o la finale. Forse non ci sarebbe stata la guerra se avessimo vinto la Coppa del Mondo. Non penso che le cose sarebbero cambiate in questa maniera, ma ogni tanto ci penso. Ogni tanto non riesco a dormire, e penso che le cose sarebbero potute andar meglio se avessimo vinto”. Ed ora eccolo lì, Ivica, ventisei anni ed un ictus dopo. Bora sapeva benissimo che non poteva dargli molto sul campo, sapeva che gli erano state sconsigliate emozioni forti, ma Ivica aveva voluto esserci. Ivica sapeva come ricreare un universo a parte fra ventitré persone. “Organizza una cena Bora, lascia che bevano, ridano, si conoscano”. E così era stato. Spegnendo la sigaretta sul posacenere accanto a lui, Bora si volse verso Ivica. “Che te ne pare? Secondo te ce la stiamo facendo?” “Stai facendo un gran lavoro, Bora.” Bora lo guardò con gli occhi più veri che avesse. “Stiamo Ivica, stiamo facendo un gran lavoro.” E girandosi dall’altra parte per non fumargli addosso, prese di nuovo dal taschino il portasigarette di Mexico ’86. “Ceci n’est pas un problème, Monsieur Milutinovìc”.

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