A Michael Laudrup, anima pura – Storia incompleta del danese che non volle vincere l’Europeo

Fino a prima che il Leicester di Ranieri vincesse la Premier League, se si pensava a un’impresa calcistica. I primi due esempi che esaltavano l’immaginazione del calciofilo medio, senza per questo essere necessariamente le due favole più belle da raccontare, erano la Danimarca del ’92 e la Grecia del 2004.

490021_w2.jpgQuella Danimarca poi, ripescata solo per coincidenze astrali e geopolitiche difficilmente ripetibili, è da sempre una delle storie preferite dalle penne sportive. Come tutte le storie raccontate troppe volte, anche quella dei vichinghi è finita per venire trasfigurata, dapprima nei particolari, poi anche in quelle caratteristiche che più la definiscono. Ed è così che oggi nel nostro sentire comune ci è rimasta l’immagine di questa ammucchiata rossa, piena di capelli biondi, che festeggia il gol decisivo contro la nazionale tedesca che indossa la maglietta più bella di sempre. Peccato solo che, nella cruda realtà dei fatti, il giocatore danese più forte di sempre (nonché scandinavo, e sì, sappiamo benissimo che Ibrahimovic è nato in Svezia) avesse deciso di non prendere parte a quell’Europeo. Avete capito bene: Michael Laudrup quella coppa non l’ha mai alzata.

 

Ogni volta che metto la penna su un foglio mi chiedo “Ma se dovessi raccontare il giocatore tal dei tali a qualcuno che di calcio non ne sa nulla, come glielo descriverei? Come farei a trasmettere a quella persona le sensazioni che io provo per questo calciatore?”. A volte questa domanda ha una risposta così difficile che non riesco nemmeno a trovarla, e quelli sono i fogli appallottolati e accartocciati dentro al cestino. Con Laudrup invece ci ho dovuto pensare circa mezzo secondo: l’essenza di cosa per me sia Michael Laudrup sta tutta nel gol contro l’Argentinos Juniors in Coppa Intercontinentale.

Esattamente, che cosa stava chiamando il portiere con la mano alzata?

79649409La palla viene ribattuta dalla difesa argentina dopo una punizione, Michael la raccoglie fuori dall’area, apre verso Platini e poi si butta nello spazio per chiudere il triangolo. Il portiere sudamericano si vede arrivare incontro questo cervo biondo, e fa di tutto per proteggere la sua porta, gli si para davanti, prova ad appendersi a una spalla, prova a prenderlo per un piede. Ma Michael ha troppa forza in quelle gambe, Michael sta in piedi. Per non crollare dopo questo assalto a mano armata però ha dovuto necessariamente allargare il pallone, allontanarsi in maniera eccessiva dallo specchio della porta. Tutti gli attaccanti del mondo, tutti, sarebbero caduti per terra. Buona parte di loro perché non avrebbero avuto forza sufficiente nelle gambe per restare in piedi, i restanti perché sarebbe stato più facile lasciarsi cadere e prendere un sacrosanto rigore piuttosto che restare in piedi e tentare una conclusione da posizione defilata in equilibrio precario. Invece Michael no, lui sta in piedi, sta in piedi e segna pure.

Michael non si sarebbe mai lasciato cadere per due ragioni: perché sapeva che lui quel gol avrebbe potuto segnarlo, e perché era un’anima pura. Questo suo essere candido si rifletteva in ogni sua movenza. Anche mentre sta per franare sotto i colpi del portiere argentino, Michael mantiene una grazia innata, che potrebbe quasi sembrare offensiva nei confronti di chi non ha avuto lo stesso dono. Poi se ne torna a metà campo, quel ciuffo biondo da “Gli eroi son tutti giovani e belli”. Michael Laudrup è un cigno, e con questo gol fa capire come si comportano questi animali così puri.

Maradona-Laudrup-PlatiniMichael Laudrup è uno di quei rari casi in cui sono contento che il tal giocatore sia uscito dai nostri confini calcistici. Un calcio troppo incatenato da schemi e preconcetti il nostro per poter lasciare a “Michelino”(così chiamava il suo gioiellino dai capelli color paglia Trapattoni ai tempi della Juve) la libertà di esprimere la propria arte. Non a caso un altro “Michelino”, un francese col dieci sulle spalle che di Palloni d’Oro ne ha messi tre in fila, ebbe a dire che “Laudrup è il migliore al mondo, in allenamento.”, salvo poi ripiegare parzialmente su di un “Peccato non abbia mai sfruttato a pieno le sue potenzialità in partita”. Un vero peccato che le strade di Michael e della Juventus si sia incontrate nel momento peggiore. I bianconeri avevano da poco alzato la Coppa dei Campioni più triste, un ciclo si era concluso, Torino non era pronta ad un talento tanto cristallino quanto fragile era la sua anima. Proprio quella Torino che in fondo a Laudrup piaceva, soprattutto se paragonata a Roma dove aveva trascorso due anni in prestito sulla sponda biancoceleste, perché gli ricordava Copenhagen. Laudrup si raccontava come un ragazzo calmo, a cui piaceva trascorrere le giornate in casa con la sua ragazza, fra un disco di Bob Dylan, un piatto di spaghetti ed un film di Woody Allen. Perché noi danesi non siamo noiosi – diceva – siamo solo più calmi, più riservati. Secondo me Michael tutta questa frenesia legata alla competizione agonistica non l’hai mica mai capita.

 

Arrivati Michael_Laudrup_i__1015184a.jpga questo punto dovreste aver capito che ricevere una telefonata dal proprio idolo è un’emozione indescrivibile per un ragazzo del genere. Ora immaginate se l’idolo in questione ci aggiunge pure un “Senti, ti andrebbe di essere allenato da me l’anno prossimo?”. Michael fa armi e bagagli e va da Johan Cruijff a Barcellona. Lui, Ronald Koeman e Hristo Stoichkov sono i tre stranieri ammessi dal regolamento spagnolo che compongono la spina dorsale del “Dream Team” che nel giro di cinque anni vincerà quattro Liga consecutive (dal ’91 al ’94), due Supercoppe di Spagna, una Coppa del Re, una Coppa dei Campioni (in finale contro la Sampdoria di Mancini e Vialli) e una Supercoppa Europea.

In che ruolo gioca Michael? Bah, avrei difficoltà a spiegarvelo. Dovessi inquadrarlo nei canoni moderni, forse direi trequartista. Michael nell’arco di un paio di anni diventa il miglior dribblatore ed il miglior passatore del mondo. Prende la finta di corpo del suo mentore e la porta a vette che non verranno mai più raggiunte. Prendete l’esplosività delle gambe di Cruijff, la capacità di fare la finta di tronco di Pirlo e l’adesione della palla al piede di Figo ed avete la finta di corpo di Michael Laudrup. Tutti sanno che la fa spesso quella finta, nessuno capisce come fermarlo quando la fa. Il corpo si sbilancia tutto dalla parte del piede che non ha la palla (solitamente dunque dal lato sinistro), poi l’altro piede spinge velocemente il pallone verso Il lato da cui il corpo è sbilanciato. Quando il difensore si rende conto di cos’è successo, Michael è già cinque metri più in là. La cosa che più mi piace della finta di corpo di Laudrup è quel modo tutto suo che ha di sollevare le gambe per scavalcare l’avversario che è entrato in scivolata, lieve come neve, non irrisorio solo perché sai che è Laudrup, uno così corretto da non aver mai preso un cartellino rosso in vita sua.

Questo video dura quasi otto minuti, quindi potete anche guardarlo dopo aver letto l’articolo, nessun problema, ma dovete vederlo. Qua c’è tutto quello che dovete sapere su Laudrup, compresa un’ampia gamma di quelle finte di corpo di cui vi parlavo.

Di lui ai tempi di Barcellona i compagni dicevano “Tu corri, non ti preoccupare, Michael troverà un modo per farti arrivare il pallone”. Uno stile immaginifico, “Made in Laudrup”, come lo chiamano i media spagnoli. Uno stile che ammaliò chiunque, anche lo stesso Cruijff, che di lui diceva

Se fosse nato in un ghetto brasiliano o argentino, in preda alla povertà, con il pallone come unica via per uscirne, oggi sarebbe riconosciuto da tutti come il più grande genio della storia. Gli manca quell’istinto da ghetto, ecco cosa.

1yu78w.pngI suoi compagni si affidavano totalmente ai suoi passaggi no-look (“Li faccio solo perché gli avversari non li capiscono”), a quei suoi filtranti scucchiaiati in mezzo all’area che ti mettono solo davanti al portiere e recano la scritta “Spingimi dentro”. Guardiola, suo compagno di squadra, lo incorona come migliore di sempre, Romario lo mette solamente dietro a Pelè, Maradona e se stesso (sempre stato umile il ragazzo), Iniesta lo reputa il motivo per cui ha iniziato a giocare a calcio.

Se devo essere sincero, non ho mai capito perché Johann abbia lasciato Michael fuori dalla finale di Atene contro il Milan. E’ vero, la regola dei tre stranieri tra campo e panchina era feroce ed uno fra lui, Koeman, Stoichkov e Romario doveva star fuori, ma perché proprio Michael? Eppure Johann doveva sapere quant’è forte il sentire romantico di un cigno, lui che dopo essere stato destituito da capitano dell’Ajax c’aveva messo quindici minuti netti a decidere di andare al Barcellona. Forse Johann se l’era già dimenticato cosa significasse sentire in maniera diversa, essere albatros atterrati per sbaglio sul ponte di una nave in mezzo all’oceano.

Questo era Laudrup a 22 anni. Fate un po’ voi.

 

Eppure Johann non l’ha capito, e lo lascia fuori ad Atene. “Quando Michael gioca così, come un sogno, come un’illusione, determinato a mostrare a tutti le sue incredibili qualità, non c’è nessuno al mondo che può avvicinarsi ai suoi livellaudrup-real-madrid58-1197842_478x359li”, diceva di lui dopo la vittoria per 5-0 del suo Barcellona sul Real Madrid solo qualche mese prima. Non c’è partita, una squadra di alieni contro dei novellini. La cosa buffa è che l’anno successivo Michael quella partita la giocherà con la camiseta blanca, e finirà 5-0 per il Real. Michael gioca di nuovo come un sogno, come un’illusione. L’anno prima Zamorano era un brocco che non riusciva a segnare, con Laudrup alle spalle ne fa 31 in un anno e vince il titolo di Pichichi.

E sì che Michael l’aveva fatto capire come ci si doveva comportare con lui. Tutti sanno che il suo amore per la nazionale danese è molto alto, e dimostrazione ne è il fatto che giocherà con la nazionale fino al ritiro, trascinando la nazionale danese ai quarti di Francia ’98 dove capitoleranno immeritatamente per 3-2 contro il Brasile. Ma dopo che Møller-Nielsen sostituisce sia lui che il fratello Brian nella partita di qualificazione ad Euro ’92, Michael sbotta, non ce la fa più, stufo di quel 4-4-2 che uccide sia lui che il fratello con inutili movimenti sempre identici a loro. Quella doppia sostituzione è solamente la goccia che fa traboccare il vaso, mondi troppo diversi fra loro per capirsi quelli di Møller-Nielsen e Laudrup. Ent
rambi i fratelli decidono di sospendersi volontariamente dalla nazionale, per la Danimarca si apre un baratro. No Laudrup, no Europei. La Danimarca chiude seconda in un modestissimo girone di qualificazione dietro la Jugoslavia.
Poi la guerra, la storia che tutti conosciamo, il 30 maggio ’92 una risoluzione ONU squalifica la Jugoslavia e la Danimarca viene invitata a partecipare ad Euro ’92. Møller-Nielsen diventa immediatamente di burro, bacia i piedi ai due Laudrup, ma solo Brian ritornerà all’ovile. Michael non capisce come sia possibile che una squadra venga estromessa da un torneo calcistico per ragioni che distano anni luce dal pallone, ringrazia ma rifiuta, “La mia nazionale ora è il Barcellona”. Tutti sappiamo come finirà quell’Europeo, con una Danimarca che dà libertà all’estro del più piccolo, sia per età che per talento, dei due fratelli. Michael tornerà agli ordini di Møller-Nielsen solo l’anno successivo. 

Dopo quell’Europeo, la Danimarca piano piano si ridimensionerà fino a tornare quella nazionale scandinava difficile da affrontare ma ben lontana dalle vette più alte: quelli sono posti che spettano ad altri. Ai danesi basta così. Quella del ’92 rimarrà un’impresa che i connazionali di Andersen si tramanderanno di generazione in generazione. E poco importa se il loro condottiero fu il Laudrup sbagliato. L’importante, nelle favole, è che vissero tutti felici e contenti.

Forse con un assist così lo facevo anch’io il gol più veloce dei Mondiali per uno entrato dalla panchina.

 

 

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