Günter Netzer – Come Fly With Me. Le mille vite del Gastone con l’accento tedesco

“Adesso gioco”. Günter Netzer occupa il campo visivo di Hennes Weisweiler solo per qualche secondo mentre sveste la tuta da riscaldamento, camminando verso il centro del campo. Weisweiler non reagisce nemmeno, sa che è la cosa migliore da fare. D’altronde, Günter è così, nessuno lo conosce meglio di lui. Weisweiler non si era stupito nemmeno quando, all’intervallo, Netzer si era rifiutato di entrare. “Preparati, ora entri” “Io? Nemmeno per sogno”.

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Tua madre ce l’ha molto con me, perché sono sposato e in più canto, però canto bene e non so se tua madre sia altrettanto capace a lamentarsi di me

Weisweiler non aveva detto nulla. Semplicemente non riteneva che quella fosse l’occasione adatta per una nuova, ennesima, discussione tra lui e il suo numero dieci. Anche perché quella discussione sarebbe stata comunque l’ultima. Sia lui che Netzer sapevano già che quella finale di Coppa di Germania contro gli acerrimi nemici del Colonia, giocata a Düsseldorf in un caldo pomeriggio del giugno ’73, sarebbe stata l’ultima partita di Günter in Germania. Quell’iniziale panchina era stato il modo di Weisweiler per dire a Netzer che non approvava la sua scelta di andare a giocare nel Real Madrid. Poi a metà partita doveva aver pensato che la punizione era stata sufficiente, e col punteggio fissato sull’1-1 disse a Netzer di prepararsi per scendere in campo. “Nemmeno per sogno”.

 

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Mettetegli addosso una maglia della Reggina, del Brescia, dell’Inter, del Milan o della Juve. Chi vi ricorda?

Odi et amo. Quel legame affettivo tra Netzer e Weisweiler che andava ben oltre il mero rapporto lavorativo era cominciato più di nove anni prima, quando l’allenatore aveva accettato l’incarico di guidare il Borussia Mönchengladbach, compagine della Seconda Divisione Tedesca nelle cui fila militavano un paio di giovani interessanti. Uno di questi era un ragazzo del luogo, figlio di un fruttivendolo, alto, con lunghi capelli biondi che gli cadevano sulle spalle. Di scarpe portava il 47. Correva poco, ma quando portava palla, alto, robusto, quei capelli che ondeggiavano al vento, quando portava palla dicevo, sembrava un dio greco.

Quel biondone, però, aveva tanto talento quante stramberie per la testa, questo Weisweiler l’aveva capito sin dal primo momento. Di lui si diceva che fosse “schiavo della lettera F”: “Frauen, Ferraris, Feiern, Frisur und Fussball”, che in italiano suona qualcosa del tipo “Donne, Ferrari, Feste, Parrucchieri e Pallone”. Le strade della tranquilla Mönchengladbach l’avevano già visto sfrecciare alla guida di una Mercedes, di una Porsche 911 e di una Jaguar E-Type, che vendette solo quando s’innamorò di una Ferrari Dino gialla.

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Netzer e la Dino Ferrari con cui ebbe un tragico incidente che gli fece perdere Mexico ’70

Mentre i suoi compagni ascoltano “Schlager Musik”, canzonette pop da quattro soldi, Günter ascolta Bob Dylan e i Rolling Stones. In un’epoca in cui i giocatori tedeschi hanno ancora qualcosa di rurale, di provinciale, Günter frequenta salotti pieni zeppi di artisti, ballerine, poeti. “A Monaco c’era una sola stella a quel tempo, e il suo nome era Günter Netzer. Quello che non tirava fuori a volte! Non aveva nulla da invidiare ad un Rod Stewart”, così Berti Vogts, suo compagno al Borussia. Mentre Beckenbauer gira ancora con la fidanzata del liceo, lui ha appuntamenti solo con top-model. Solo quando decide di comprarsi la Ferrari Dino gialla, solo allora Netzer vende la Jaguar. E la vende a Beckenbauer.

Il ragazzo aveva un piede destro, questo è fuori dubbio. Per i germanofoni, a 0:19, prima di iniziare a calciare, “Ich werd wohl nichts treffen”, traducibile con un “Non segnerò manco per sbaglio”

Ma c’è poco da fare, Netzer ha un senso dello spazio e del ritmo che mai si erano visti prima d’ora. Non gli piace correre senza palla, ma i suoi lanci di quaranta metri “respirano la brezza di Utopia”, come scrisse Helmut Bottiger. Ha chiaro in testa qual è il momento migliore per imprimere il cambio di ritmo alla partita, quando si deve accelerare e quando rallentare. Non a caso, il motivo per cui lui e Weisweiler litigano più spesso è proprio la velocità del gioco dei Puledri, così sono chiamati i giocatori del Borussia. Netzer ritiene che a volte, per vincere, bisogna anche rallentare i ritmi e fare del semplice possesso, mentre Weisweilenetzer2-1024x768.jpgr vuole che si riparta subito, ogni volta che il pressing asfissiante portato dai bianconeri consente loro di recuperare la palla. “Potremmo vincere di più se non giocassimo sempre così”, pensa Netzer, ma Weisweiler non ascoltava ragioni, tanto che un giorno, ad un giornalista che gli chiedeva di dare la definizione più breve possibile di fuorigioco, se ne esce con un “Fuorigioco è quando quello stronzo di spilungone ci mette troppo a passarla”. E nonostante Netzer ritiene che avrebbero potuto vincere di più, partendo dalla Seconda Divisione i due insieme vincono due campionati e una coppa di Germania. Giugno ’73 (però canto bene e non so se tua madre sia altrettanto capace a lamentarsi di me), “Nemmeno per sogno”.

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“Papà, ma tu te lo ricordi Netzer?” “Sì. Era biondo.”

E in realtà il palmares di Netzer è ben più ricco, ma non è questo il punto. L’eredità di Netzer è il suo essere iconico, il suo essere Re Mida, il trasformare in oro qualsiasi cosa che toccasse, la sua intelligenza negli affari extracalcistici, il suo essere il cugino fortunato di Paperino, e allo stesso tempo il portare sulle spalle la maledizione di non essere ricordato nonostante fosse il Platini, il Ronaldo dei suoi tempi. Perché Netzer fu anche immensamente sfortunato. Probabilmente, a Netzer mancavano solo un paio di partite per diventare immortale.

Una di queste partite si giocò a Mönchengladbach il 20 ottobre 1971. Nella cittadina della Renania arriva l’Inter scudettata, l’Inter dei Mazzola, dei Facchetti, degli Jair e dei Corso. E ci arriva con la sicumera di chi sa che vincerà. Tribune in legno, giocatori giovani, “Poi di questi all’Azteca ce n’era uno solo e li abbiamo battuti pure se erano più forti”. Qualche ora e sui nerazzurri si abbatte un tornado. Dieci italiani ed un brasiliano in balia di dieci tedeschi e un danese col cognome francese.

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Difficile dire chi dei due sia stato dimenticato più in fretta.

Netzer è in giornata, passaggio che solo lui potrebbe fare ed Heynckes va in gol, 1-0. Attacchi continui, ma Vieri in porta fa i miracoli e sull’unico ribaltamento di fronte Boninsegna pareggia. Dura solo due minuti, il danese le Fevre punisce ancora il biscione. Son folate a cui è chiaro che l’Inter possa resistere poco. Al 29′, Il fattaccio. Una lattina di Coca-Cola (piena, dicono gli italiani, vuota, dicono i tedeschi) colpisce sul volto Boninsegna. Bonimba si rialza, Mazzola gli urla qualcosa, Bonimba si riaccascia a terra. Sanitari, barella, fischi. Boninsegna non è più in grado di continuare. Mazzola capisce subito tutto, Corso e Facchetti lo fanno ben presto. “Arbitro, bisogna sospenderla, non si può continuare”. E’ l’unico modo per uscirne vivi. L’olandese Dorpmans sulle prime crede che quella di Boninsegna sia solo una sceneggiata, e lo confermerà anche quarant’anni dopo in un’intervista per la UEFA. Sia lui che il guardalinee, l’inglese Busby che era a due passi da Boninsegna durante l’accaduto, sono per la prosecuzione dell’incontro. “Guardi, guardi”, Mazzola porta subito la lattina di Coca-Cola incriminata all’arbitro, ma come confesserà lui stesso solo anni dopo l’ha chiesta a tre tifosi italiani che erano nelle prime file. Niente da fare, si gioca.

w85wrs5qi3I nerazzurri cercano ancora più insistentemente di far innervosire i tedeschi, ma nulla. Netzer è di ghiaccio. Si prende il corner del 3-1 con un’azione personale, punizione dai 25 metri per il 4-1, accelerazione per il 5-1. Riposo. Quando sei già uno dei migliori al mondo, una partita così ti può consegnare alla leggenda. Ancora di più se nel secondo tempo recuperi palla a metà campo, ne salti uno, la scarichi, sbuchi all’improvviso al limite dell’area avversaria facendo perdere la marcatura a Corso e concludi di esterno con un pallonetto sul secondo palo che Bordon, entrato al posto di Vieri, può solamente guardar entrare. Netzer non veniva sostituito quasi mai, ma quella volta Weisweiler volle regalargli l’abbraccio della sua città prima che potesse battere il rigore che poi verrà trasformato da Sieloff per il 7-1. Le proteste di Corso per quel rigore sfociarono nell’eccessività, e l’inventore della Foglia Morta cominciò a prendere a calci l’arbitro: il Piede Sinistro di Dio venne inizialmente squalificato per più di un anno, pena che verrà poi ridotta.

Scusate la telecronaca in tedesco, non ho trovato testimonianze in lingua italiana.

Quello che seguì è consegnato ai libri di storia. Prisco, la UEFA che non prevedeva responsabilità oggettiva ma comunque decise di non avvalorare le testimonianze degli colletti bianchi della gara, la decisione di ripetere la gara in campo neutro (ah, i bei tempi in cui c’erano dei Prisco e contavamo ancora qualcosa), i Puledri eliminati. Quando lo si può fare, lasciar parlare la penna di Brera è sempre l’opzione migliore. “L’Inter ha eliminato il Borussia Mönchengladbach. A tanto è pervenuta dopo tre incontri: ha disastrosamente perso il primo in Germania (7 a 1), ma per sua immeritata fortuna uno spettatore ubriaco ha avuto il ticchio di scagliare una lattina di Coca-Cola sulla capa di Boninsegna, in azione presso l’out. Subito Mazzola gli ha gridato qualcosa che poteva anche essere “buttati giù”. Boninsegna è franato perdendo i sensi e forse anche la faccia. I legali dell’Inter hanno sporto reclamo e l’UEFA ha annullato la partita. Il Borussia è poi venuto a San Siro e vi ha perso 4 a 2. Il ritorno in Germania ha avuto luogo a Berlino. I tedeschi non sono riusciti a segnare e gli interisti pure.” L’Inter si arrenderà solamente ad una doppietta di Cruijff in finale, aumentando ancora di più i riCahJ7Y9WwAIYfqwmpianti di “Jünter”, com’era affettuosamente chiamato dai suoi tifosi Netzer. “Quel giorno giocammo la partita della vita. Non ci avrebbe fermati nessuno. Avremmo battuto l’Inter anche se non ci fosse stata la lattina e Boninsegna fosse rimasto in campo. Sono
cose che succedono ogni tanto nel calcio, tutto funziona, tutto va al suo posto. Quel giorno successe a noi. Fu e rimane il più grande match nella storia della squadra”. Fra quel paio di partite che gli mancano, una Netzer l’ha pure giocata.

L’alone di misticismo che circonda Netzer è dovuto in larga parte alla risicata finestra temporale in cui l’Europa ha potuto ammirarne le gesta ed al confinarsi della sua fama al mero suolo teutonico (occidentale, per di più). Queste due affermazioni si possono riassumere con una sola evidenza: si può affermare che Netzer abbia giocato solo una competizione internazionale con la Germania Ovest, gli Europei inglesi del ’72, surgendo a stella incontrastata della Germania più bella di sempre, che aveva fra le sue fila, fra gli altri, Muller e Beckenbauer. Per i tedeschi, i quarti di finale vinti per tre reti ad una contro

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“Oh comunque, me l’hai venduta col radiatore che spandeva…”

i padroni di casa a Wembley sono quello che per noi sono ItaliaGermaniaQuattroATre e ItaliaBrasileTreADue, ed in quella partita Netzer fece il diavolo a quattro, segnando anche il rigore del sorpasso tedesco a sei minuti dalla fine. Inutile dire che i tedeschi vinsero quell’Europeo. Netzer non vinse il pallone d’oro per un solo voto, il premio andò a quello a cui aveva venduto la Jaguar.

Quando dico che Netzer accelerava quando e come voleva, intendo qualcosa come quello che fa all’inizio di questo video.

Sì, scorrendo il palmares di Günter troverete anche il Mondiale del ’74, ma

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Insomma non proprio a cantare, per quello ci sono già io, come sai

per dirla con le sue parole “non mi sento un campione del mondo”. 21 minuti totali in campo, il commissario Schon gli preferisce Wolfgang Overath, regista del Colonia, tremendamente più prevedibile di lui, ma anche infinitamente più affidabile. Netzer si presenta al ritiro della nazionale in sovrappeso, dopo una prima stagione al Real Madrid costellata di infortuni. Schon dirà anni dopo che per la finale Jünter era in perfetta forma, ma che ormai non voleva alterare gli equilibri della squadra.

 

Forse oltre gli infortuni ci fu qualcosa di più in quella prima fallimentare stagione a Madrid, a cui poi seguiranno due vittorie della Liga. “Ehi, come va con lo stiramento?”. Gennaio 1974. Da una parte della cornetta il numero dieci del Real Madrid nella sua abitazione spagnola, dall’altra il suo amico Michael Pfleghar, regista cinematografico che anni prima aveva avuto una relazione con Tina Sinatra, la figlia di The Voice. Insomma, non posso correre ancora per una settimana. Perfetto allora, preparati uno spazzoimagelino ed un vestito che domani partiamo per Las Vegas, andiamo al matrimonio di Tina. “Vegas? Sei impazzito? Sai che non ho il passaporto con me, il Real non vuole che facciamo viaggi lunghi senza il consenso delle alte sfere”, provò a ribattere Netzer, prima di sentirsi dire che all’ambasciata tedesca c’era già pronto per lui un passaporto sostitutivo, un impermeabile marrone, dei Ray Ban scuri ed un cappello a falde larghe. “Facciamo scalo a Londra, poi da lì prendiamo un aereo per Los Angeles, da lì ci viene a prendere l’autista di Frank”. Non funzionerà mai, pensa Jünter. In fin dei conti, era solamente il calciatore più famoso della squadra più famosa del mondo, portava dei lunghi capelli biondi ed il suo traballante spagnolo aveva un fortissimo accento della Renania. Günter Netzer non era esattamente irriconoscibile.onlineImage

Tant’è, tre giorni dopo, mentre i suoi compagni correvano sul terreno di Murcia, Netzer era seduto ad un tavolo del Caesars Palace insieme a Sammy Davis Junior e Neil Diamond ad ascoltare Ol’ Bue Eyes che apriva il suo primo concerto dopo cinque anni di assenza da Las Vegas con Come Fly With Me. Come se non bastasse, di lì a qualche ora i due tedeschi sedevano insieme a Dean Martin e diverse bottiglie di champagne all’Hilton di Las Vegas, davanti a loro un microfono ed un tale Elvis che cantava. I campionati del mondo erano distanti solo cinque mesi. Nessuno seppe nulla fino alla fine degli anni Novanta.

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Junter e il Kaiser ai tempi dell’Amburgo

A raccontarlo così, Netzer potrebbe quasi sembrare uno tutto talento e niente cervello, ma non era affatto così. Quando ancora militava nelle fila del Borussia, aprì a Mönchengladbach un bar ed una discoteca (la famosa Lovers Lane) a fini puramente economici. Portò a Mönchengladbach anche il “giornale da stadio”, edito da una società che lui stesso controllava. Quando smise di giocare, decise di provare la sfida manageriale, prendendo le redini economiche dell’Amburgo, che sotto la sua gestione visse il suo periodo di maggiore splendore, vincendo tre campionati ed una Coppa dei Campioni nel giro di cinque anni (perché credete che Beckenbauer abbia deciso di tornare dall’America a giocare in Germania per due anni, proprio all’Amburgo?). Stufatosi ben presto di raccogliere successi anche in questo campo, decise di buttarsi sul business dei diritti tv nel calcio. Dite ci avesse visto bene? Ora è direttore esecutivo di Infront. Come se non bastasse, fino a sei anni fa è stato il telecronista ed opinionista più apprezzato della tv tedesca.

 

Perché Günter è così, tutto quello che tocca diventa oro. Un giorno, quando lavorava ad Amburgo, trovò una lettera da un fan. “Fai gli anni do205118206.jpgmenica, questo è il mio regalo”. Günter aprì la lettera e ci trovò un biglietto della lotteria. Non capendo, Günter lasciò la busta da parte. Fu solo il giorno dopo che, leggendo il giornale, si rese conto che quel biglietto conteneva una cinquina vincente. Il tifoso, ormai da molto tempo, continuava a giocare ad ogni estrazione due biglietti con gli stessi sei numeri: Il compleanno di Netzer (14/9/44), il suo numero di scarpe (47), le sue presenze (37) ed I suoi gol in nazionale (6). Sia Netzer che il tifoso avevano vinto 150000 marchi, anche se Jünter decise poi di tenere solo un quarto della vincita totale.

Tutto, tutto quello che ttumblr_mox113V1dz1rmxfeao1_1280.jpgocca diventa ora. Giugno ’73, Düsseldorf. Borussia e Colonia sono ancora sull’1-1, stanno per iniziare i supplementari. Günter Netzer vede uno stremato Christian Kulik al centro del campo. “Ehi, ce la fai a continuare?” “No, non riesco nemmeno a rialzarmi” “Tranquillo, prendo io il tuo posto”. Kulik esce dal campo, convinto che quello sia un ordine che proviene direttamente da coach Weisweiler. “Jetzt spiele ich”, “Adesso gioco”. Günter Netzer occupa il campo visivo di Hennes Weisweiler solo per qualche secondo mentre sveste la tuta da riscaldamento, camminando verso il centro del campo. Weisweiler non reagisce nemmeno, sa che è la cosa migliore da fare. D’altronde, Günter è così, nessuno lo conosce meglio di lui. Il pubblico invoca il suo nome, Netzer risponde applaudendo. Dopo tre minuti in campo tocca il suo primo pallone, abbassandosi a centrocampo, chiude un triangolo con un compagno, ed appena entrato in area calcia di sinistro di prima intenzione sul primo palo. La palla è sotto l’incrocio, 2-1 Borussia. Il risultato rimarrà tale sino al 120′. Nessuno seppe che Günter fosse entrato in campo di sua spontanea volontà fino alla morte di Weisweiler.

Per chi masticasse il tedesco, che butti via tre minuti della propria vita. Per gli altri, minunto 2:20, lì c’è l’azione del gol.

A fine partita un giornalista gli chiese se si sentisse pronto alla rigidità delle regole del Real Madrid ed al suo codice estetico. “Potrei anche considerare di mettermi una cravatta, ma di certo non mi manderanno mai dal parrucchiere”. Oggi Günter ha 72 anni e porta ancora e suoi lunghi capelli biondi sulle spalle.

 

 

 

 

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