Jean Pierre Papin – Le Vent Nous Portera

jpp-pallone

Faut qu’on y goûte/Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien/Le vent l’emportera
(Bisogna fare ciò che si vuole /nelle profondità delle emozioni
e tutto andrà bene /il vento ci guiderà)
Noir Désir – Le vent nous portera

Il vento manipola i destini. Sa essere crudele, sadico, dolce, ammaliante. Sussurra alle orecchie del pescatore illudendolo di accompagnarlo verso il porto. Poi ci ripensa, cambia di intensità e di direzione e lo lascia naufragare tra le onde di un mare incazzato. Il vento ci impone la sua presenza ogni giorno. Scompigliandoci i capelli, deviando il volo del nostro aquilone, la piccola colonna di fumo verticale di quella sigaretta che osserviamo, esausti, dopo una giornata di lavoro. Pieni di pensieri, che il vento, se vuole, è capace di spazzare via, guidandoci verso nuovi lidi, salvo che non cambi idea in un istante.

Saranno i suoi movimenti di un’eleganza innata, docile, naturale, a tratti innocente. Sarà la sua storia costellata di alti e bassi, come un’altalena dondolata dalla corrente  (“due volte nella polvere, due volte sull’altar” scrissero di un suo illustre connazionale), sarà una canzone che da giorni mi ripiomba in mente, sarà Settembre che avanza. papin-fraNon so con esattezza cosa mi spinga da anni a leggere nella vita di Jean Pierre Papin un senso ossimorico di leggero e pesante al tempo stesso. Trionfi, celebrazioni, riconoscimenti. Sconfitte, delusioni, dolori. In mezzo un pallone d’oro, il trofeo più pesante da gestire, cullato da un vento maligno che lo ha portato con sé, senza mai chiedergli il permesso.

La carriera di Jean Pierre oscilla tra l’86, anno del suo esordio con il Marsiglia, e il ’99, anno del suo ritiro. Troppo giovane per giocare davanti a Platini agli Europei dell’84, troppo vecchio per sfruttare gli assist di Zidane nel trionfo casalingo del ’98. La luce di Papin ha brillato tra le due stelle più raggianti del calcio francese, senza mai sfiorarle, non godendo del loro riflesso.

Eric Cantona, suo eccentrico contemporaneo, non fu mai profeta in patria, preferendo il suo ego smisurato (ma per carità, più che giustificato) a un ruolo di leader che gli si sarebbe cucito addosso. E così, nonostante i trenta gol con i Bleus, Jean Pierre Papin non vinse mai nulla in nazionale, lasciando gli allori ai vari Tigana, Dugarry o Guivarc’h. Il vento che scuoteva quella maglia non era stato benevolo con lui, sbattendolo in una generazione spartiacque tra la Francia di Le Roi e quella di Zizou. Ma Jean Pierre ha imparato presto a convivere col fato. Sapeva perfettamente che la sua stella brillava vicino al mare, a Marsiglia, dove ancora oggi è ricordato solo con le sue iniziali: JPP, il più grande di sempre.papin-marsiglia1

 L’Olympique Marsiglia, semplicemente OM per i suoi tifosi, ha visto tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 la sua età dell’oro. Il giovane Papin ne era il trascinatore assoluto. Forgiatosi nel Valenciennes e nel Brugges, si presentava alla corte di Mister Goethals come una sorta di abatino in salsa transalpina. Biondino, capello corto, sbarbato. La sua eleganza sul terreno di gioco, poi, rispecchiava il suo aspetto. Aveva un dribbling fulminante, imprendibile nello scatto, capace di acrobazie di rara fattura. Il suo destro, in corsa o da fermo, era una sentenza. Elegante ma severa. Caterve di gol che riempirono a dismisura le bacheche dei trofei del Marsiglia, come nella finale di Coppa di Francia, 1989. L’OM affrontava il Monaco della giovane stella George Weah. Partita pirotecnica. 4-3 finale con tripletta di JPP e pallone a casa.

Dall’89 al ’91, oltralpe non c’era storia. L’Olympique vinceva ogni cosa: un giovane ghanese dal cognome ingombrante, Abèdi Pelè, iniziava a farsi largo; un piccolo basco, tale Lizarazu, iniziava le sue scorribande sulla fascia. E Papin sfondava le porte avversarie, più veloce del vento, che lo spingeva a vele spiegate. Fino a quella partita. 20 Marzo, quarti di Champions league. Gli uomini di Goethals ospitavano il Milan di Sacchi. “Era il nostro modello“, racconterà anni dopo lo stesso allenatore belga. Un modello che il mister aveva studiato a memoria, tanto da uscire indenne dalla gara d’andata a San Siro, quando la Scala del Calcio aveva ammirato per la prima volta il suo futuro tenore.

FOOTBALL - JEAN PIERRE PAPIN

Sacchi temeva molto le incursioni di JPP, tanto che ordinò a Baresi e Costacurta di non mollarlo neanche un istante. La coppia di centrali più granitica della storia lo tallonò per 90 minuti, ma non riuscì a impedirgli di siglare l’1-0 con il solito destro al veleno. Solo Gullit, allo scadere, salverà il risultato. Al ritorno le cose però si misero male per il Milan degli olandesi: OM in vantaggio e qualificazione a rischio, anche per via della prestazione opaca dei rossoneri. Ma quella non era una serata normale. Troppi destini si stavano incrociando: Sacchi, con lo scudetto ormai compromesso a vantaggio della Sampdoria, si giocava il posto e Van Basten iniziava a intravedere, dall’altra parte del campo, un giovane francesino troppo simile a lui. Riuscì a intravederlo fino al minuto 87, quando uno dei riflettori del Velodrome decise di spegnersi costringendo l’arbitro svedese Bo Karlsson a interrompere il gioco.

Normale amministrazione. Dopo pochi minuti infatti pian piano la luce stava tornando e la partita poteva riprendere. Ma ecco il colpo di scena. Uno scatenato Adriano Galliani si catapultò dalla tribuna ordinando ai suoi di uscire dal campo: non c’erano le condizioni per giocare. Breve perplessità di Tassotti e compagni, ma gli ordini non si discutevano. Anni dopo si scoprirà che venivano dall’alto, o dal basso se vogliamo, vabbè avete capito da chi. Il Milan fu punito duramente per non aver rispettato la decisione di Karlsson e, oltre a perdere 3-0 a tavolino, per un anno fu escluso dalle competizioni europee.

Gli dei erano caduti e lo avevano fatto nel modo peggiore. Si erano visti sconfitti e avevano provato a sfruttare un guasto elettrico. Galliani prese una dura botta in termini di immagine e decise che quell’incontro doveva servire a qualcosa. Il Milan degli olandesi aveva messo gli occhi su Jean Pierre Papin.

Il francese, intanto, continuava a segnare e la delusione di Bari, dove la Stella Rossa di Savicevic, Mihailovic, Pancev e Prosinecki si impose in finale ai rigori sui marsigliesi, venne presto ripagata. JPP era stato il miglior attaccante della competizione, con 6 gol. Intanto i mesi passavano e a Dicembre arrivò il momento di premiare il giocatore del’anno. A chi doveva andare il pallone d’oro? Secondo molti a uno dei serbi, secondo altri non aveva senso che lo ricevesse uno dei calciatori sconfitti in finale, secondo altri ancora Papin era francese, come France Futbòl, la rivista che assegnava il trofeo. Sta di fatto che ancora oggi, guardando l’albo del Pallone d’oro, il nome di Papin si inserisce nel podio, a fianco di Sammer e Owen, dei meno meritati di sempre. Polemiche soventi, quasi annuali, che il vento puntualmente spazza via.

E allora che si raccolgano quei pezzetti di memoria, in modo da comprendere che in quel 1991, mentre i carroarmati di Boris Eltsin violavano la Piazza Rossa, il vecchio Bush affrontava Saddam e Gianni Boncompagni creava Non è la Rai, Jean Pierre Papin era il miglior talento calcistico in circolazione. Con buona pace di olandesi, argentini e dei due attaccanti italiani protagonisti dello storico scudetto della Samp.

Van Basten chi?

Gli anni 90 erano iniziati. Non c’era l’Adsl, le donne e la ceretta non erano ancora entrate in simbiosi, impazzava Tangentopoli, però le squadre italiane compravano i palloni d’oro. Anche quelli più discussi. Galliani stava provando a farsi perdonare quella serata sciagurata. A giugno ’92 Jean Pierre Papin era un giocatore del Milan di Fabio Capello.

A Milano il vento soffia raramente, per la gioia di nebbia e zanzare. Quando lo fa però è particolarmente fastidioso. Scompiglia i ritmi standardizzati della vita meneghina. Crea disagi, inceppa meccanismi ben rodati, come quelli messi a punto da Don Fabio. Se anche un genio come Savicevic doveva avere il suo ruolo predefinito, per JPP si doveva escogitare una convivenza con Marco Van Basten. Le idee di Don Fabio erano chiare: il cigno non si tocca. Non si transige. Lui è fatto così.

papin-van“Migliorai molto come attaccante e assist-man, per questo fu molto positivo. La forza di una punta è crederci anche quando le cose non vanno bene e trovi gente più forte davanti a te”. 

Papin aveva accettato che il compagno, benché già martoriato dagli infortuni, fosse insostituibile. Eppure faticava a vestire il ruolo di ombra. Naturalmente ci provava e i suoi 18 gol in rossonero, compreso uno di testa, praticamente da terra, proprio alla Van Basten, non rendono giustizia all’esperienza di Jean Pierre sotto la Madunina. Ma niente, quel feeling tanto annunciato non si era trasformato in un’alchimia magica e vincente. JPP lascerà Milano con due scudetti, una Coppa Campioni, due Supercoppe e il peso di un destino beffardo che gli rese la più profonda delle delusioni dei due anni milanisti proprio contro la squadra della sua vita.

Olympique Marsiglia-Milan non può essere una partita normale, oramai è assodato. Sempre per quella storia dei destini incrociati, del vento e degli episodi strani. Sull’argomento, Adrianone Galliani deve aver accentuato il suo processo di calvizie. Finale di Champions 1993. Olympiastadion di Monaco. Il Milan è strafavorito, Van Basten zoppica ma per Capello non ci sono discussioni. Massaro fa quel che può ma l’olandese ormai è il fantasma di se stesso. Basile Boli fa 1-0. Dopo un’ora Don Fabio prova la carta Papin. A posto di Van Basten? No, non scherziamo. Fuori Donadoni e 4-3-3 d’assalto. JPP proverà in tutti i modi a far male agli ex compagni, ma il suo compito è un altro: servire Marco, o quel che ne resta. Il Marsiglia vince sul campo un trofeo insperato. Anni dopo Jean Jacques Eydelie, perno del centrocampo francese, confesserà che tutta la squadra, con l’eccezione di Rudi Voeller, era stata adeguatamente dopata. L’indomito Galliani chiederà l’assegnazione della Coppa. Il contenzioso è ancora in corso. A noi resta il vento beffardo della Bavaria, che si divertiva a giocare con Jean Pierre offrendogli un pallone d’oro tanto meritato quanto calunniato e soffiandogli (in faccia) una finale persa con l’inganno.milan_marsiglia_1993_finale_r400

Gran manipolatore di destini, quel ventaccio bastardo. Monaco di Baviera segnò non poco la carriera di JPP tanto che, al termine dei due anni agli ordini di Capello, è proprio lì che decise di trasferirsi. Ormai però l’intensità delle correnti aumentava, al pari di quella dei suoi infortuni. Troppo fisico il campionato tedesco per un abatino abituato a correre con leggerezza, spinto dalla brezza del mare. A fine campionato solo qualche presenza e un paio di gol. Stessa sorte di Van Basten, che a soli 29 anni annunciava il suo ritiro. Se Jean Pierre fosse rimasto a Milano, anche solo un altro anno, oggi, con ogni probabilità, staremmo raccontando un’altra storia.

Ma non siamo noi a decidere, ci pensa già il vento, che intanto si era trasformato in bufera. Della sua carriera ormai al tramonto a Jean Pierre importava relativamente poco ormai, era qualcos’altro a rapire i suoi pensieri. La piccola Emily, primogenita di casa Papin, nacque con una tetraparesi che le impediva qualsiasi movimento. Le parole dei medici erano tutt’altro che confortanti. Davvero Jean Pierre meritava di portare quest’altro peso? Il vento, stavolta, aveva esagerato.

Forse mosso da un soffio di pentimento se n’è accorto pure lui. Il ventaccio, intendo. Forse capita che arrivi il momento in cui ci si stanca di sfuggire a un destino beffardo e ci si aggrappa a un’ancora, a un ramo, a una mano amica. Esperta e autorevole come quella dottor Damian, luminare della fisioterapia e inventore di un metodo rivoluzionario: «Il programma che vi proporrò – disse  al giocatore e a sua moglie – è molto impegnativo. Si tratta di lavorare dieci ore al giorno, tutti i giorni, senza tener conto delle domeniche e delle vacanze». No, non c’è più tempo per il pallone, per i gol, per i Sacchi e i Capello, per le polemiche, per tutto quanto. E soprattutto: chi se ne frega di dove ci porta il vento. “Penso solo a Emily, il mio sogno è vederla sorridere“.

Tre anni con un solo scopo: un sorriso. Quello di una bambina che non era in grado di alzarsi. Quello di un papà che vede la propria figlia camminare, correre, sconfiggere la rassegnazione di una vita condannata in partenza.

papin-cuore

30 Maggio 1999. Il Velodrome ospita 60.000 spettatori, accorsi allo stadio solo per acclamare il loro beniamino nel giorno del suo addio al calcio. Un cuore gigante, come quello di JPP, accompagna una coreografia da brividi. Un cuore che può sembrare banale, smielato nel rappresentare l’amore tra una città e il suo idolo.

No, c’è qualcos’altro dietro. Qualcosa che va oltre il tifo. «9 de coeur» è il nome scelto da JPP per la sua associazione che raccoglie fondi destinati ai bambini nati con gravi lesioni cerebrali. Jean Pierre è felice, ha capito qual è la sua strada e ha deciso di percorrerla. Con Emily al suo fianco, che adesso è in grado di correre, un sorriso sempre stampato in quel viso da abatino e un pensiero che non lo abbandonerà mai: “In fondo, chi se ne frega dove ci porterà il vento?“.

Et la trajectoire de la course/A l’instantané de velours
Même s’il ne sert à rien/Le vent l’emportera
Tout disparaîtra/Le vent nous portera
(e la traiettoria del viaggio /un’istantanea di velluto
anche se non servirà a nulla /il vento lo porterà con sé
tutto scomparirà ma /il vento ci guiderà)
Ps. Questo video, probabilmente meglio delle mie parole, chiarirà ogni dubbio su uno dei Palloni d’oro più meritati di sempre. La colonna sonora potete immaginarla. Io invece non riesco a immaginare cosa stesse pensando il padrone di quella voce splendida, Bertrand Cantat, mentre ammazzava di botte la fidanzata Marie, figlia del grande Jean-Louis Trintignant. No, escluderei che sia stato il vento a guidarlo in quel folle giorno di agosto.

Jean Pierre Papin – Le Vent Nous Portera

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