Arvydas Sabonis – Back to the USSR

Avevo pochi anni, e vent’anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più

 

Francesco De Gregori, Bufalo Bill

E’ una fredda giornata di agosto a Kaunas, una di quelle che un ormai stanco sole baltico riesce ad illuminare ma non a scaldare. Gli alberi cominciano a tingersi di rosso, le camicie diventano maglioni, i maglioni diventano cappotti. Arvydas cammina lento e dinoccolato col suo zainetto sulle spalle. Come al solito arriverà all’ultimo. Sì, anche oggi, anche al primo giorno di scuola. Rivedere volti noti, sedersi al solito posto in fondo all’aula. In fondo Arvydas è contento di ricominciare, di ritrovare l’approvazione dei suoi compagni. Eccoli là, tutti insieme davanti all’ingresso. Le labbra di Arvydas si distendono, allargandosi in un sorriso bonario, per poi ritirarsi velocemente. Perché tutti lo stanno guardando così? Perché quelle bocche mezze aperte? Ragazzi, che c’è? E poi, perché siete tutti così bassi?

Dieci centimentri in sei settimane. Arvydas era cresciuto di dieci centimentri in sei settimane. “Tu continuerai a suonare la fisarmonica!”. Parole che normalmente in Lituania non si sentono prounciare, in quel paese che dalla vittoria negli Europei del 1939 non fa altro che vivere di basket. Che poi la fisarmonica era solo un modo con cui i genitori, contadini come la maggior parte dei lituani all’epoca, avevano provato invano tenere il “piccolo” Arvydas lontano dalle strade di Kaunas. Niente, proviamo con questa pallacanestro allora. Solita camminata dinoccolata, solito zaino. Questafisarmonica.png volta però Arvydas è in anticipo, ed è anche spaesato. Si ferma, annusa l’aria, si guarda intorno. Non gli era mai capitato nei suoi tredici anni di vita di non sapere dove andare. “Scusa,
dove si gioca la pallacanestro?” Il ragazzo coi capelli sulla fronte si ferma, una mano nella tasca della tuta, l’altra sulla spalla a tenere un borsone sgonfio. Lo guarda dal basso verso l’alto, come tutti. “In palestra.” E continua per la sua strada.

 

12 agosto 2011. Chi lo frequenta dai suoi tredici anni riconoscerebbe quella camminata in mezzo a mille, la camminata di chi una mattina si è svegliato improvvisamente troppo alto. Per questo giorno speciale, Arvydas ha scelto di avere al suo fianco Bill Walton, storico centro dei Portland Trail Blazers, la stessa squadra con cui il lituano si è guadagnato l’accesso alla Hall of Fame. Di solito su quel palco anche i più duri si sciolgono, piangono (qualcuno ha detto Micheal Jordan?), ringraziano tutti. Arvydas no, chi è sempre stato se stesso non ha bisogno di lasciarsi andare. Parla per soli 49 secondi. Stai per diventare immortale, e decidi di fare un discorso di 49 secondi, peraltro stiracchiando le parole perché il tuo inglese faceva schifo quando sei arrivato in America e da allora non hai sentito la necessità di migliorarlo. Scende dal palco tra gli applausi del gotha della NBA, Bill lo segue come un’ombra, lui torna al suo posto, bacia la bellissima moglie i cui tratti non riescono a nascondere il suo trascorso da prima Miss Lituania di sempre, abbraccia i tre figli, si siede. Arvydas non tornava in America da quando aveva smesso di giocare per Portland, nel 2003, e ha deciso di parlare per soli 49 secondi.

Noi del Vangelo non mentiamo mai. 49 secondi netti.

“Dovete credermi, ero lì col coach. Credevo che avrebbero riscritto le regole del basket per limitarlo. Avrà avuto una quadrupla doppia a metà partita, non lo hanno nemmeno fatto giocare nel secondo tempo!” Nella saletta dedicata ai giornalisti Bill Walton agita le mani e racconta della prima volta che ha visto giocare Arvydas, ai campionati europei del 1983. Arvydas aveva diciannove anni, era già alto due metri e ventitre e vestiva la casacca dell’URSS. Chi sente Walton parlare può pensare che stia esagerando, ma no, è tutto vero. La partita era quella contro la Cecoslovacchia, l’equivalente di un quayoung-sabonis.jpgrto di finale. A metà partita l’URSS conduceva di quattordici punti ed Arvydas aveva a referto quindici punti, tredici rimbalzi e nove assist, il tutto in diciannove minuti di gioco e
con quattro (4!) tiri tentati dal campo. All’epoca non si teneva conto delle stoppate, ma è ragionevole pensare che Sabonis ne avesse dispensate una mezza dozzina per strada, da giovane era sempre così. Walton non stava scherzando, quello là, quello in piedi a qualche metro da lui che stava rispondendo alle mille domande dei giornalisti, dopo neanche metà partita aveva praticamente realizzato una quadrupla doppia.

young-sabonis-in-macchinaChe poi, che Arvydas non sia un chiacchierone lo si sa, ma anche a rispondere sempre alla stessa domanda dopo un po’ ci si annoia. “Sabonis, cosa sarebbe potuto succedere se lei non fosse arrivato nella NBA solamente a 31 anni e martoriato dagli infortuni? Cosa sarebbe successo se fosse venuto in America a 22 anni, quando Portland l’aveva scelta al draft?” E ogni volta Arvydas tira fuori quel sorriso bonario, piega un po’ la testa e nel suo inglese raffazzonato spiega che insomma, era venuto in America solo a 31 anni, solo nel 1995, e dunque era inutile parlare di quello che avrebbe potuto essere ma non era stato, dell’eventualità nel passato. Alza un po’ le spalle, porge le sue enormi mani a quelle che fino ad un attimo prima stringevano una penna. Arvydas è un po’ come quella biondina che vestiva sempre gonne a fiori con cui sei uscito per un paio di mesi quando eri più giovane, che poteva essere quella veramente giusta per te e che poi rivedi per caso anni dopo. Che ci parli, ci bevi un caffè, vieni a sapere che è sposata, ha un figlio, sta bene. Che ti viene quasi da dirle che sai, ogni tanto penso ancora a cosa sarebbe potuto succedere se non me ne fossi andato a tremila chilometri da noi per troppo tempo, ma poi lei ti guarda, e capisci che ha capito, che sa che le tue labbra stanno per aprirsi a dire quelle parole, e il suo sguardo ti sta dicendo che non serve che tu glielo chieda, anzi, che è meglio che tu non dica nulla, che tanto ormai è andata così, e lei è comunque felice della sua vita. Arvydas Sabonis è quello sguardo.

 

Noi una vaga idea di quello che avrebbe potuto essere ce l’avremmo…sì, quello che Arvydas sta ridicolizzando è David Robinson

 

maxresdefaultQuando Bill Walton l’aveva visto per la prima volta, Sabonis era un giovane lituano che vestiva la casacca rossa dell’URSS con un’enorme rabbia dentro. Rabbia perché la sua gente aveva il pane razionato, perché per comprare una macchina bisognava risparmiare per dieci anni, fare richiesta scritta al governo e poi aspettarne altri dieci, perché sua madre e i suoi nonni erano stati in Siberia per dodici anni “perché avevano troppa terra”. Perché prima di affrontare una trasferta con la nazionale doveva sostenere un test psicologico, perché gli dicevano quali strade percorrere all’estero e quali no, perché a ognuno di loro affiancavano sempre un “uomo che veniva da Mosca”, che “mi taglio le palle era del KGB”, perché per uscire dal loro albergo di sera dovevano infilarsi nel cofano delle macchine degli inservienti. Però Arvydas giocava in una squadra lituana, lo Zalgiris Kaunas, e aveva un grande sogno: partecipare a un’olimpiade. E dunque mandava giù tutti i rospi che gli balzavano in bocca.

Evitare di prendersi un tecnico facendo la robot dance: fatto

“Come sarebbe a dire che non andiamo alle Olimpiadi?” Los Angeles, olimpiadi 1984, la risposta sovietica al boicottaggio americano di quattro anni prima non si fa attendere. E così Arvydas deve aspettare Seoul 1988. Altri quattro anni di lotte per ribadire la propria identità, per spiegare al mondo che loro erano lituani e non russi. Altri quattro anni a 350 rubli al mese, l’equivalente di cento dollari, altri quattro anni di importazione di contrabbando. “Ogni volta che andavamo in trasferta compravamo tutto quello che potevamo. Jeans, aspirine, videocamere. Se avevi i soldi per comprare un computer, lo potevi rivendere a tre volte tanto una volta tornati a Mosca”

Non fate arrabbiare Arvydas, mai. No, neanche in finale di Eurolega.

Ma ormai la lega sovietica sta stretta ad Arvydas, che gira a medie di 25 punti, 14 rimbalzi e quattro assist di media a partita per intere stagioni (e ha solo 20 anni!), guida la nazionale alla vittoria degli Europei dell’85 con 20 punti e dodici rimbalzi di media, ha gli occhi di tutto il mondo su di sé. E’ un cestista completo, gioca fronte a canestro, inventa il ruolo del lungo tiratore (oltre il quaranta per cento da tre), ha una visione di gioco incredibile, sa passare la palla dal post-basso, ha una quantità di movimenti per sCorda_c.pngegnare due punti che farebbero impallidire qualsiasi altro centro a livello mondiale. Come se non bastasse, difende a intensità altissima, ha un movimento di piedi rapido come quello di un piccolo e, cosa più importante di tutte, vuole sempre vincere. Per Walton era “un Larry Bird nel corpo di Kareem Abdul-Jabbar”, Detlef Schrempf si spinge addirittura a dire che quando aveva vent’anni Arvydas era di gran lunga il miglior centro del mondo.

Dicono che Arvydas fosse potente (potete fermarvi dopo trenta secondi di video, il resto è sproloquio)

Quando tutto sembra andare al meglio però, Arvydas si rompe il tendine d’Achille. “In nazionale ci allenrimas-kurtinaitis-valdemaras-chomicius-arvydas-sabonis-r-pozerskio-nuotr-67496380.jpgavamo troppo duramente, mi facevano giocare troppo spesso, non c’era un attimo di sosta”. Nonostante l’infortunio che sembra mettere a rischio la carriera di Sabonis, una squadra oltreoceano decide di puntare su di lui. Sono i Portland Trail Blazers, che lo chiamano al Draft con la chiamata numero 24, la scelta fino ad allora più alta mai utilizzata per un giocatore straniero. Arvydas viene a conoscenza della cosa leggendo un giornale in una pausa tra una sessione di tiri e l’altra, tanta era fitta la nebbia con cui la Cortina di Ferro copriva i propri giocatori. Dire che Sabonis venne accolto con diffidenza, sia dai giornalisti sportivi sia dai tifosi dell’
Oregon, è un eufemismo (Ve lo diciamo sempre, il Vangelo non dimentica, in un modo o nell’altro le testimonianze le tiriamo fuori, anche in un’altra lingua). Auerbach, invece, col suo solito sigarone dichiara bellamente che “infortunio o no, Sabonis è uno dei tre migliori centri al mondo”. E se dovessimo decidere se dare retta o meno ad uno che ha vinto quindici titoli NBA da allenatore e GM, tendenzialmente staremmo ad ascoltarlo. Ma Arvydas voleva giocare le olimpiadi, e dunque non poteva andarsene dall’Unione Sovietica. La versione politically correct vuole che Arvydas non si sentisse fisicamente pronto alla sfida NBA, quella complottista che ricevette minacce di ricatti verso la sua famiglia se avesse lasciato l’URSS. Ma le chiamate dagli Stati Uniti non erano finite lì per quell’anno.

Caro Segretario General Gorbachev,
Il mondo si muove più velocemente giorno dopo giorno, e spesso non si ha nemmeno il tempo di sedersi e parlare con gli altri per colpa dei nostri ritmi indiavolati. Con questa convinzione in testa, sto per venire a Mosca con la speranza di avere l’opportunità di farle visita personalmente per parlarle di qualcosa che credo possa rappresentare un’eccellente opportunità per migliorare le relazioni tra i nostri grandi paesi

Così suonava la lettera che Dale Brown, coach di Louisiana State, aveva scritto a Michail Gorbachev, segretario di stato dell’Unione Sovietica, lettera che ci sentiamo abbastanza sicuri di garantirvi sia l’unica che Gorbachev abbia mai ricevuto riguardante il tema del basket collegiale. Brown proponeva una tournée in Russia della sua squadra, completamente a spese dell’università, e chiedeva in cambio “il prestito biennale di un giovane cestista lettone, tale Arvadis, che gioca per la nazionale dell’Unione Sovietica”, di modo che Sabonis potesse conservare lo status di dilettante e giocare le olimpiadi.

Brown si spinse oltre, scrisse a Reagan per avviare lo scambio bilaterale, si recò personalmente a Mosca per un incontro che non riuscì ad ottenere mai (“Il segretario è gravemente malato”), si spinse fino ai mondiali spagnoli, dove l’Unione Sovietica venne sconfitta solamente in finale dagli Stati Uniti e dove Sabonis giocò in condizioni fisiche pietose, praticamente senza essere in grado di saltare, ma mettendo comunque a referto quindici punti, dieci rimbalzi e tre assist a partita. (“Prima del mondiale il mister ci ha portato a3747.jpg vedere la tomba di Lenin. Per stimolarci, diceva. All’epoca ovviamente non potevo dirlo, ma a distanza di trent’anni ancora non ho capito che cazzo volesse ottenere. Trattenemmo a stento le risate quando ce lo comunicò.”) Ma niente da fare, Brown non riuscirà mai a portare “Arvadis” in America. Chissà se poi ha mai capito che era lituano.

 

Arrivò il 1988, e con lui le Olimpiadi di Seoul. Sabonis ci arriva, tanto per cambiare, in condizioni fisiche pietose. L’essere stato forzato ad accelerare i tempi di recupero dall’infortunio al tendine d’Achille ha avuto conseguenze devastanti sul suo fisico, tra problemi all’anca, menischi ormai saltati del tutto e piedi con dolore cronico. Sabonis non riesce a giocare cinque partite di fila da ormai due anni, ma deve vincere quell’oro. usa_record_seoulGli hanno promesso che se darà tutto se stesso potrà andare dove vorrà. Ad aiutarlo trova quel ragazzino coi capelli sulla fronte, una mano nella tasca della tuta, l’altra sulla spalla a tenere un borsone sgonfio. Sarnuas Marciulionis, una macchina da guerra con lo stesso sogno di Arvydas: andare in America.

muggsy_bogues.jpg
Quando vi diciamo che Sabonis non poteva saltare non stiamo esagerando.

Quella nazionale sovietica è composta per i suoi quattro quinti della formazione titolare da giocatori lituani. Com’era prevedibile, sovietici e statunitensi vanno avanti e si incontrano in semifinale. Un po’ meno prevedibilmente, Sabonis e compagni sconfiggono una squadra che fino ad allora aveva perso una sola partita alle olimpiadi, ed in circostanze quantomeno dubbiose (finale di Monaco 1972, la Korea
-Giappone 2002 del basket a favore dell’URSS). Arvydas regola il centro americano, tale David Robinson, che per quindici anni dominerà le scene NBA con la maglia nerogrigia di San Antonio, con una prestazione da tredici punti, tredici rimbalzi e otto assist, giocando ancora una volta praticamente da fermo (sì, lo sappiamo che secondo alcuni in quella partita Robinson giocò meglio di Sabonis. Non vogliamo nemmeno entrare in questa discussione, Sabonis non poteva saltare. Leggetevi il report della gara dell’86 se siete curiosi, in cui entrambi erano sani, e giudicate voi.). L’URSS regolerà poi la Jugoslavia nella finale per l’oro grazie a venti punti e quindici rimbalzi del nostro.

 

 

 

 

Nel caso in cui non vi avessimo convinto del fatto che Sabonis a 22 anni era il centro più forte sulla faccia della terra

Arriva il 1989, e con lui la Caduta del Muro, il crollo del gigante dai piedi d’argilla, e nel 1991 arriva anche l’indipendenza dello stato lituano, bagnata però dal sangue dei cittadini di Vilnius nella durissima repressione sovietica che culmina nell’occupazione della torre delle trasmissione radiotelevisive. Inutile dire che, in questo clima, Arvydas non è andato proprio da nessuna parte. E’ riuscito ad andare a giocare in Spagna, al Valladolid, dove accumulava statistiche monstre (21 punti e 12 rimbalzi di media tra il 1989 ed il 1992) nonostante ormai non fosse più lo stesso di una volta. L’unico mezzo per ribadire la propria identità nazionale che il neonato stato ha è il solito: il basket. E quale occasione migliore delle Olimpiadi di Barcellona?

You don’t know how lucky you are boys…

“Volevamo andare alle Olimpiadi, certo. Il problema era che non avevamo soldi per permettercelo. Chi ci avrebbe pagato le maglie? E l’albergo?” Così i giocatori lituani scrissero degli annunci sui giornali di tutto il mondo per cercare fondi. Dopo molti piccole donazioni, la telefonata che cambia la vita. “Tiro su la cornetta, era Mickey Hart, il batterista dei Grateful Dead (uno dei più famosi gruppi di rock pA-gi0P4CAAEhrtF.jpgsichedelico di sempre, ndr).”, ricorda Marciulionis. “Cominciò a dirmi cose del tipo “Hey, ci piacete, noi amiamo la libertà e quindi vogliamo sponsorizzare il vostro team”. Due giorni dopo ero nella loro sala prove. C’era un odore di erba così forte che sperai non mi facessero alcun controllo antidoping nei giorni successivi”. Fra le altre cose, i Grateful Dead regalarono ai giocatori ed allo staff delle magliette particolari da indossare quando non giocavano.

C’era uno scheletro con la maglia della Lituania che saltava a schiacciare a canestro, e sullo sfondo un’esplosione di colori

I giocatori lituani la indossavano in ogni occasione, tranne che durante le partite. In breve, la Lituania divenne la squadra mascotte della competizione e si scatenò la caccia al gadget: una maglia, una spilla, dei calzini, tutti volevano tornare a casa con qualcosa che appartenesse alla nazionale lituana di basket. “Better Dead than Red”, lo slogan fu fin troppo facile da coniare.

Erano dei pazzi, li conoscevamo bene. Uscivano ogni volta che potevano, respiravano libertà

Chris Mullin, Dream Teamer

 

Pazzesco, c’era pollo dovunque. Mangiavamo pollo tutte le notti. Poi c’erano cose che non avevamo mai visto, come le banane, o fette di arancia servite sul ghiaccio…

Arvydas Sabonis

Una dietro l’altra, tutte le avversarie della Lituania crollano sotto i colpi dei baltici, fino alla semifinale con gli USA, il famoso Dream Team. “Semplicemente puntavamo a perdere dignitosamente. Chi di noi era in panchina scattava foto da bordo campo per avere un ricordo da mostrare ai figli.”. Lasciando al lettore scegliere quale sia la propria soglia della dignità, ci limitiamo a riportare che la Lituania perse di 51 punti. La partita della vita per i lituani fu però quella giocata l’8 agosto contro la cosiddetta “Squadra Unificata”, da leggersi anche come “Quel che rimane dell’URSS”, valevole per la medaglia di bronzo. Arvydas, ancor’oggi, non ha remore nel definirla “semplicemente una questione di vita o di morte”.

Arvydas caccia dal cilindro una prestazione da 27 punti e 16 rimbalzi, 82-78 Lituania e medaglia di bronzo. Da quel momento in poi, si entra nel reame della leggenda. Di sicuro si sa che i lituani iniziarono a bere già negli spogliatoi, cantando a squarciagola l’inno nazionale col loro presidente.

Poi, approfittando del fatto che la premiazione non sarebbe stata prima di otto ore (la finale USA-Croazia doveva ancora essere giocata), i giocatori si recarono al Villaggio Olimpico lituano,dove Sabonis ha cominciato a sfidare chiunque, e letteralmente chiunque (lottatori, pesisti, lanciatori del disco, canottieri e chi più ne ha più ne metta),

bronze
Come potete vedere, di Sabonis alla premiazione non c’è traccia

a braccio di ferro, mettendo in palio ogni volta uno shot. E battendo chiunque, uno dopo l’altro. Otto ore dopo sul podio, alla consegna delle medaglie, Arvydas non era presente. Troppo ubriaco per tornare al palazzetto. Lo ritrovarono due giorni dopo nel dormitorio femminile della “Squadra Unificata”.

 

Gli infortuni non abbandonarono mai Arvydas, tanto meno quando decise, finalmente, che era giunto il momento di andare a giocare nell’NBA. Era il 1995, Sabonis aveva ormai 31 anni. “Chiesi al medico sociale di dare un’occhiata alle lastre di Sabonis prima che arrivasse”, ricorda il team manager Whitsitt. “Mi disse che Arvydas avrebbe potuto ottenere un parcheggio per handiccapati anche solo grazie a quelle lastre”.

E questo è quello che avrebbe potuto avere il parcheggio.

Nonostante l’età e la forma fisica, i tifosi dell’Oregon finalmente imparorono a pronunciare il suo nome e capirono che, in fondo, quella scelta non era stata così ridicola. 15 punti e 8 rimbalzi in meno di 24 minuti a partita, cifre che si alzarono a 24 punti e dieci rimbalzi ai playoff. Ai giornalisti che ora ne tessevano le lodi, Sabonis continuava a ripetere che “da giovane ero una locomotiva, ora sono un carretto”. Nelle sette stagioni americane del centro lituano, i Trail Blazers arrivano sempre ai Playoff sfiorando l’anello nel 2000, quando in gara-7 delle Western Conference Finals contro i Lakers di Shaq e Kobe dilapidano quindici punti di vantaggio negli ultimi dieci minuti. “E’ una di quelle partite maledette, che ti ricordi per tutta la vita. Ce ne sono solo tre o quattro in una carriera, ma ti perseguitano per sempre.”

O dell’avere gli occhi dietro la testa

“Se l’avessi avuto con me a Portland nel pieno della sua carriera avremmo vinto quattro, cinque o sei titoli NBA. Garantito. Credetemi, era davvero così forte. Sapeva passare, sapeva tirare da tre, aveva un gioco pazzesco in post, dominava il pitoriginal.jpgturato”, disse di lui Clyde Drexler.

Come nelle favole più belle, Arvydas decise di giocare l’ultimo anno da professionista nella sua prima squadra, lo Zalgiris. Aveva 40 anni, i capelli bianchi. Il ragazzo coi capelli sulla fronte ed una mano nella tasca della tuta si era ritirato ormai da otto anni. Arvydas invece mise a referto diciassette punti ed undici rimbalzi a notte in Eurolega e vinse il Premio per Miglior Giocatore della Competizione. Solo la ciliegina sulla torta per uno che in carriera aveva vinto tre campionati sovietici, due campionati lituani, una lega baltica, due campionati spagnoli, una Coppa del Re, un’Eurolega, una Coppa Intercontinentale, un oro e due bronzi olimpici, altrettanti europei ed un oro ed un argento ai campionati del mondo.

Sì, a distanza di anni in America ancora gli dedicano canzoni.

In America quello riguardante il fiore degli anni della carriera di Sabonis rimane tuttora uno dei più grandi “What If” del basket NBA. Molti si chiedono se il mito di Sabonis oggi sarebbe ancora più grande se nell’NBA non avesse giocato mai. Ma se quella biondina che vestiva sempre gonne a fiori tu non l’avessi più rivista, probabilmente non ti sarebbe più salito in testa che sì, ogni tanto pensi ancora a cosa sarebbe potuto succedere se non te ne fossi andato a tremila chilometri da lei per troppo tempo.

Annunci

One thought on “Arvydas Sabonis – Back to the USSR

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...