Mario Kempes. L’Uragano che non riuscì a dribblare una vita da rockstar

kempes-valencia“Mi chiamo Carlos Aguilera e sono di Bell Ville”. C’era giusto un leggero venticello a sussurrare nel pomeriggio di Cordoba, quel tanto che bastava perché si potesse respirare in mezzo al caldo secco di fine estate. Il campo di allenamento dell’Instituto era soltanto a mezz’ora di autobus. Mezz’ora per iniziare un cammino che aspettava solo di essere percorso.

“Bell Ville. Ho sentito parlare di un giovane calciatore di Bell Ville. Si chiama Mario Kempes. Dicono sia un fenomeno. Lo conosci?”.

Alla risposta negativa del ragazzo, seguita da un silenzio e da uno sguardo che significavano solo un impaziente “quando si comincia?”, l’allenatore decise che era il caso di dare una possibilità a questo Carlos, malgrado non avesse mai sentito parlare di lui. Era alto, spalle larghe, parlava solo se interpellato. Voleva giocare in attacco.

Dopo 15 minuti aveva segnato una doppietta. Quattro gol totali a partita finita. Il mister e i compagni non credevano ai loro occhi. Lo spilungone capelluto aveva una potenza e un’eleganza che da quelle parti non si vedevano da anni. Una velocità impressionante abbinata a un sinistro micidiale. Doveva essere messo sotto contratto seduta stante. “Fammi parlare col tuo vecchio, Carlos. Ti vogliamo con noi”.

Durante il viaggio di ritorno a Bell Ville non mostrò alcuna gioia. Sapeva che sarebbe andata in quel modo. Non era arroganza, né eccesso di sicurezza. Sapeva distinguere, sin da piccolo, cosa era giusto e cosa non lo era. “Ma perché lo hai fatto?”. “Non so, papà. Ho pensato fosse più corretto”. Il padre, che sui campetti era cresciuto e aveva trasmesso amore e talento al figlio, non fece neanche in tempo a biasimarlo che il telefono squillò.

“Sono l’allenatore dell’Instituto Cordoba, parlo col signor Aguilera?”. “No mister, sono il signor Kempes. Il papà di Mario”.

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A Mario Kempes non è mai importato nulla della fama. Spesso lo precedeva, era più veloce di lui. Allora provava a evitarla, a scansarla, a dribblarla come faceva con i difensori che osavano mettersi tra lui e la porta. Perché al Matador quello interessava: sfondare una porta. E lo fece qualcosa come 347 volte in una lunghissima carriera, fatta di 634 partite. Solo 14 con l’Instituto Cordoba. Mario Kempes, che si era presentato come Carlos Aguilera per non influenzare il giudizio del tecnico, era troppo per quella piccola realtà. Il Rosario Central non se lo fece scappare e le sue 97 reti tra campionati e coppe giustificarono l’investimento. Quando partì alla volta di Valencia, in Argentina piansero con un occhio: dopo un decennio abbondante di anonimato, le pampas avevano finalmente sfornato una star.

kempes-crujiffNe avrebbero sfornata un’altra di lì a poco. E un’altra ancora, che avrebbe costellato quella galassia di stelle brillanti e maledette. La dinastia dei Diez, degli angeli dalla faccia sporca. Sivori, Maradona, Ortega, il nostro Romàn, Tevez. Piccoli, brutti, scuri, con gli occhi tristi di un’infanzia vissuta nella miseria, vinta solo dal talento e dalla rabbia di chi ha conosciuto la fame. In aggiunta, quel pizzico di follia che li ha trasformati in icone di stile. Non era il caso di Mario Alberto Kempes. Aspetto da rockstar, fisico da atleta puro. Cresciuto in una famiglia piccolo borghese, lontana dalle favelas di Buenos Aires e dalla sua malinconia. Specializzato nel controllo in velocità, capace di vincere praticamente qualsiasi cosa, senza mai litigare con nessuno. Senza mai prendere un cartellino. No, neanche giallo. Mario Kempes vinceva, faceva gioire, esaltava le folle. Ma non per fame. Perché era giusto così. Doveva rispettare il suo destino, educatamente, quasi senza disturbare. Del campione sregolato aveva solo il vizio del fumo, ma mai più di dieci al giorno. Sempre sottovoce, quasi marzullianamente.

– Ma come hai fatto a vincere un mondiale praticamente da solo?
– Penso più a quel che non ho fatto nel ’74 e nell’82 che a quel che ho fatto nel ‘78

Se fosse stato Bob Dylan, Kempes non sarebbe andato a ritirare il Nobel. Ma non per il “mi si nota di più se non vado” di nannimorettiana memoria. Mario non sarebbe andato perché non avrebbe ritenuto professionale assentarsi, anche per un istante, dalla sua attuale e fortunata carriera di commentatore tv. Lui fa il suo lavoro, le luci del successo non gli interessano. Così, quando la città di Cordoba decide di intitolargli lo stadio, con tanto di scritta, caso rarissimo per un personaggio ancora in vita, lui si presenta con un sorriso che nasconde, non riuscendoci, un naturale imbarazzo: “Ma non bastava una targhetta?”.

No, Mario. Hai vinto un mondiale da solo, hai sbeffeggiato in mondovisione uno dei dittatori più sanguinari del ‘900, hai regalato la prima coppa al tuo Paese, a Valencia ancora si emozionano a sentire il tuo nome, hai ceduto, senza fartelo neanche chiedere, la numero 10 a quel tuo compagno più giovane, estroso ma strambo, un certo Diego Armando qualcosa, hai girato il mondo da allenatore, pure in Indonesia hai insegnato calcio, hai ricordato a tutti che basta un sinistro baciato da Dio e si può fare ciò che si vuole, hai fatto da telecronista nelle edizioni argentine di dei vari Fifa. E soprattutto sei stato eletto dal Vangelo “calciatore coi capelli più belli di sempre”. Direi che una targhetta non basta.

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Siamo nel 1978. In Argentina non si respira un’aria buona. La brezza estiva di quel pomeriggio di fine estate di Cordoba ha lasciato il posto a un clima cupo, secco, teso. La junta militàr del colonnello Jorge Videla ha messo fine al Peronismo con modi non proprio galanti. La democrazia è andata a cercare lidi migliori già da un paio d’anni. Le madri dei desaparecidos iniziano a occupare le piazze, lo faranno per decenni, ormai anziane, mai sazie di un filo di speranza per i loro figli fatti scomparire senza magia alcuna. Il regime ha bisogno di una legittimazione internazionale e nulla come ospitare un campionato del mondo può avvicinare la dittatura all’opinione pubblica. Per l’albiceleste è arrivato il momento di vincere un mondiale. Passino gli odiati brasiliani, con tre titoli già in vetrina, ma ammirare la bacheca dell’Uruguay adornata due volte coi colori iridati no. È decisamente troppo. L’organizzazione è impeccabile e la squadra ha una struttura vincente e consolidata. Luìs César Menotti in panca. Daniel Passarella lìder indiscusso e capogruppo dei senatori Keller, Gallego e Luque. Il talento di Osvaldo Ardiles (ve lo ricordate, vero?) come contorno e il fuoriclasse in avanti, l’unico a giocare fuori i confini nazionali. L’unico, però, dichiaratamente ostile al regime militare. E no, le due cose non sono scollegate.

A Mario, naturalmente, non interessava mostrarsi come il Che Guevara in camiceta. Avrebbe potuto disertare, come “El lobo” Carrascosa, il capitano che rispose con un semplice “io questo mondiale non lo gioco”, ma sarebbe stata un’assenza troppo pesante. Troppo protagonismo. Lui voleva solo segnare, e vincere. Anche se l’amor patrio non ardeva al massimo nel cuore di quel ventiquattrenne, Kempes non aspettava altro che alzare la coppa del mondo. Chissà se era al corrente che non l’avrebbe mai fatto. Sospettiamo fortemente di sì. Lui sapeva già cos’era giusto. Sin da bambino.

Soccer - ArgentinaL’esordio non può essere peggiore. 1-0 ad opera dell’Italia di Zoff e Bettega. La vecchia volpe Menotti è fiducioso, sa a chi deve parlare. “Tagliati i capelli”, consiglia a Kempes, che sembrava il quinto Beatle. Con accento spagnolo, nome tedesco e fisico da guerriero vichingo. “Neanche per sogno, così disoriento gli avversari – risponde El Matadòr senza pensarci – però i baffi sì, quelli potrei tagliarli, non si sa mai”. Le cose si aggiustano, il gioco migliora, ma la qualificazione è ormai compromessa. Serve il miracolo. Per superare, con la differenza reti, gli odiati cugini brasiliani, bisogna vincere con almeno 5 gol di scarto la gara contro il Perù. Ed è lì che subentra un elemento che disgrega l’equilibrio etico e mentale di Kempes, oltre a scrivere una delle pagine più brutte del calcio internazionale. È un elemento di disturbo, quello che Greimas avrebbe definito aiutante-oppositore, quell’incastro nel flusso narrativo che rende la storia più impura, più oscura, meno adatta alle gesta di un eroe impeccabile come Mario. Si chiama Ramòn Quiroga, argentino naturalizzato peruviano che di mestiere fa il portiere titolare della nazionale andina.
Mario gliene fa due, i compagni altri quattro. A Quiroga manca solo di sghignazzare ogni volta che deve piegarsi per raccogliere il pallone dalla rete. Non si seppe mai cosa guadagnò da quel favore alla madrepatria, qualcuno sostiene che al governo di Lima siano arrivati 50 milioni di dollari e 35mila tonnellate di grano. In Sudamerica non li chiamano biscotti. Passò alla storia come “la marmelada peruviana”. Mario capisce subito, non festeggia. Confessa a Daniel Bertoni, compagno di stanza e unico vkempes-passarella-videlaero amico in quella spedizione casalinga, che non se la sente. Troppa falsità, troppa corruzione. Non è giusto vincere in quel modo. Sta per tornare in Spagna. Un abbandono del
più forte dei suoi giocatori significherebbe uno smacco troppo forte per la nazione. Il regime ne sarebbe uscito a pezzi in termini d’immagine, ma a Mario non interessa più di tanto, come al solito.

Tuttavia siamo pur sempre negli anni 70, dove tutto è politica. O sei rosso o sei nero. In Italia come dall’altra parte del mondo. Non vogliamo credere che Passarella fosse un fascista come scrivono in molti. Ma di certo comunista non era e la junta militàr lo aveva eletto a simbolo di quella squadra. Caparbio, forte, carismatico. Alla notizia del possibile forfait di Kempes, va su tutte le furie. Né lui né gli altri senatori gli rivolgeranno più la parola.

Giocala per il tuo popolo”: solo così Mister Menotti riesce a convincere il suo bomber principe, ma il clima nello spogliatoio dei padroni di casa è teso come non mai. Gli olandesi aspettano famelici di accaparrarsi quel che avevano perso all’ultimo solo quattro anni prima e poco importa l’assenza di Cruyff. Il calcio totale doveva avere la sua consacrazione. Per fermarli c’è un solo antidoto: scatenare l’uragano Kempes. Liberarlo dalla prigione che egli stesso amava costruirsi.

Il Monumental è una bolgia. I colori bianchi e celesti, accompagnati dalle urla “A-rghe-ntina. A-rghe-ntina” contrastano con il grigiore statico dei colonnelli in tribuna d’onore. In rigoroso e militare silenzio. El Matador arpiona il pallone, si avvicina con la sua proverbiale potenza all’area di rigore e sigla l’1-0. Il pubblico è in delirio. Abbozza un sorriso pure Videla. Il ritmo della gara continua tuttavia a essere basso. Classica finale tesa, bruttina. Paura di sbagliare più forte dell’agonismo. E così al 90simo gli orange fanno 1-1, spezzando un equilibrio naturale per cui quella coppa non avrebbe mai più lasciato Buenos Aires. Si va ai supplementari e “Dannazione, Mario, il popolo. Pensa al popolo!”. Menotti sa dove deve pungere.

Ed è così che Mario Alberto Kempes prende la palla, si avvicina all’area. Fuo1jezyqri un difensore. Fuori il secondo. Sinistro. Il portiere blocca ma Mario Kempes insacca sulla ribattuta e come un uragano spazza via le tensioni con Passarella, il terrore della junta militar, la preoccupazione di perdere un mondiale in
casa. L’Argentina è in vantaggio. Vantaggio consacrato da Bertoni, servito dal solito Kempes, che incide la storia col 3 a 1.

Mario aveva fatto il suo dovere. Regalare al suo Paese la gioia più grande. Un bagliore di luce nel buio di quegli anni. Per una notte, solo per una, gli argentini stavano dimenticando i crimini di Videla. Sarà Mario Alberto Kempes, l’eroe di quella notte, a ricordarglieli. Non ci sono documenti visivi di quel gesto ma dall’indomani non si parlò d’altro. Tutti i giocatori in fila, Passarella in testa, a prendersi gli allori dalle mani sporche del Colonnello. Tutti tranne uno, che no, ha deciso che la mano a Videla non la darà mai. Costi quel che costi. Non era un sovversivo, non voleva la gloria. Non voleva che si parlasse di sé. “Ero distratto, non me ne sono accorto”, dirà poi impacciato. Non ci crederà nessuno. Anche perché Mario quella coppa non la toccherà, almeno non quella notte. Quella stretta di mano non c’è stata perché era giusto così. Il regime venne umiliato due volte. Perché Kempes non poteva essere punito, non poteva essere trattato come un desaparecido qualunque. Non poteva essere sbattuto in cella come gli altri, solo perché aveva violato un protocollo. Quell’armonia temporanea con l’opinione pubblica si sarebbe rotta subito. E Videla lo sapeva. Mario continuerà la sua brillante carriera a Valencia e poi in giro per il mondo. Il suo compito lo aveva fatto. Adesso l’Argentina avrebbe potuto venerare quell’altro, il giovanotto talentuoso e bassetto di Villa Fiorito. La 10 poteva anche prenderla lui.

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Tra le tappe della sua lunghissima carriera da giramondo, figura anche Fiorenzuola, ridente Comune del piacentino, con una squadra ambiziosa che militava in C1. Il progetto non partirà mai, eppure Mario, prima di lasciare la bassa, ritenne giusto incontrare una persona. Nella vicina Parma, ben altri palcoscenici, fatti di luci, trofei, coppe, Veròn, Almeyda e i bond della Parmalat, avevano scelto Daniel Passarella come allenatore. Il destino li aveva portati a pochi chilometri di distanza. Uno nel calcio che conta, l’altro in provincia, come doveva essere. Kempes fece quel numero più volte, aveva deciso che era arrivato il momento di mettere fine a quell’attrito di 23 anni prima, magari davanti a un bicchiere di lambrusco e a un buon culatello. Non gli rispose mai nessuno.

Caro Mario, fenomeno dai capelli più belli della storia del calcio, non è stato Passarella, neanche Maradona, neanche Videla, neanche il taglio dei baffi. Solo tu, soltanto tu, quella brezza di un pomeriggio di fine estate destinata a diventare uragano, hai provato sempre a imprigionarti in un anonimato che non era fatto per te. Vivere da ragioniere in un corpo da rockstar. È l’unico obiettivo che non sei stato capace di raggiungere. L’unico dribbling malriuscito. Nulla può l’oblio contro il destino di chi nasce per diventare il campione del mondo. Scritto in fronte a caratteri cubitali. Altro che su una targhetta.

Here comes the story of the Hurricane
The man the authorities came to blame
For somethin’ that he never done
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world

Bob Dylan – Hurricane

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