Riquelme, il Sapore di Román – Manifesto non futurista di un Vangelo laico

Si no te gusta Román, no te gusta el fùtbol – Ronaldo

Deve necessariamente essere stato in quell’inverno particolarmente freddo – mi pare fosse il 2010, ma potrei sbagliarmi – quello in cui mi chiudevo in bagno, accendevo la stufetta e cominciavo a spulciare una pagina Wikipedia. Quello in cui una volta cominciai leggendo degli anni di Alan Smith al Leeds e, solamente seguendo voci di Wikipedia, mi ritrovai mezz’ora dopo a sapere tutto della acid house music (Easter Egg: vediamo chi capisce che percorso ho seguito). Deve necessariamente essere stato in quell’inverno, dicevo, quando lessi che il gusto che assaporiamo nella nostra bocca deriva senza eccezione dalla “percezione sinergica” (Wiki, ancora tu?) di cinque sapori fondamentali: amaro, aspro, dolce, salato e…umami. Sì, sto per iniziare anche voi al meraviglioso mondo dell’umami e sì, fra poco potrete anche voi aggiungere questa freccia alla faretra del vostro arsenale da rimorchio. Ma lasciatemi spiegare, per favore. Facciamo le cose con calma.

Non è facile parlare con qualcuno che non ti risponde, o che quando lo fa emette solo monosillabi. Quindi quando ci sediamo al tavolino nel ristorante, noi due del Vangelo e il nostro giocatore totem, la conversazione stenta a decollare. Román non spiccica parola o quasi. “Vedi Román, abbiamo deciso, noi due qui, che vorremmo parlare di te ai ragazzi. Per il nostro primo anno, sai…vorremmo scrivere qualcosa su di te”. “Està bien”. I nostri sguardi, il mio e di Andre, si cercano, lo so, ma non vogliamo che Román lo noti. Io fisso il tavolo in faggio, Andre dal basso verso l’alto guarda Román, che sostiene lo sguardo con la schiena leggermente protesa in avanti e quei suoi occhi spioventi che domandano: “Bene, dunque? Perché siamo ancora qua?”. Risulta chiaro ad entrambi che non ne tireremo mai fuori nulla.

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“Ma perché cazzo ci siamo presi uno che non parla? Potevamo chiamarci “Vangelo secondo Cantona”! Cristo se ne avremmo avuto da scrivere…Perché, eh? Come cazzo ci ha convinti un anno fa?” La conversazione si sposta in cucina. Román è ancora di là seduto al tavolo in faggio, lo vedo dalla fessura della porta, si guarda le mani giunte, la schiena nella solita posizione. “Non ci ha mai parlato Andre, questa è la verità. Mai. Lo guardavamo giocare al suo gioco, quello era il suo modo di parlarci. Non ha senso cogliere Román con l’udito, lo si può fare solo con la vista. Certo, il problema è che lo hanno visto tutti…” Le mani sul piano in marmo tamburellano nervose. “Ci sono. Forse ci sono. Assecondami, ok?”

Siamo di nuovo seduti al tavolo in faggio, sempre noi tre, illuminati dalla luce calda di quel lampadario che ho imparato ad odiare nelle due ore precedenti. “Senti Román, volevamo chiederti…Oddio, non è facile spiegarsi così su due piedi…volevamo domandarti insomma, sì…se fosse possibile darti un morso.” Odo con distinzione gli occhi di Andre che si spalancano, e so senza girarmi che li ha già richiusi tentando di celare malamente, nell’ordine, sorpresa, paura per la reazione e ammirazione. Incomprensione no, quella mai, Andre ha capito benissimo. “Està bien”, con quella s che nemmeno la senti. Non credevo sarebbe stato così facile. “Beh bene”, balbetto, “Grazie!…Io allora, se posso…” Román non fa una piega. E mentre comincio a masticare, giro la testa e vedo che il mio socio sta facendo lo stesso.

Bene, ora finalmente possiamo raccontarvi qualcosa che gli altri non vi hanno mai raccontato: che gusto ha Román. L’abbiamo masticato per bene, e sì, dobbiamo dire che Wikipedia aveva ragione anche questa volta. Abbiamo riconosciuto distintamente tutti e cinque i sapori fondamentali di Riquelme.

UMAMI

Tanto lo sappiamo che è da venti righe che vi state chiedendo cosa sia ‘sto umami. Umami è un termine giapponese che significa “saporito” (grazie ar cazzo, direte voi), anche se nella teoria del gusto indica il sapore di glutammato, e quindi è predominante in cibi come la carne o il formaggio (ecco, fatene buon uso adesso).

Pensateci: direste mai di una bistecca che è amara? O aspra? Tantomeno dolce o salata, quelli al massimo sono retrogusti secondari o dovuti al condimento. Una bistecca è…saporita. Maledetto umami che mi fa pensare a ‘ste cose. Ecco, Román da giovane era…semplicemente saporito. L’abbiamo masticato a lungo, il giovane Román, eppure non siamo riusciti a capire di cosa sapesse. E’ un retrogusto di Ardiles quello che sento? E questo, che cos’è? Ricorda un buon Diego d’annata…oppure no? Niente, è semplicemente saporito.

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Guardate chi era il numero 7 e lasciatevi pugnalare al cuore

Come quel coro, “Riquelme, Riquelme” che si alzò ad una sola voce il 10 Novembre 1996 alla fine della partita che bagnò il suo debutto, un 2-0 contro l’Union de Santa Fe in cui fece letteralmente il bello e il cattivo tempo.

Cos’era quel coro? Amore, forse, o solo la speranza che quel giovane che nessuno aveva mai visto prima giocasse davvero sempre così bene? Che ci fosse del sapore, in quel diciottenne magrolino, lo avevano capito tutti dopo i primi novanta minuti. Che sapore fosse, quello ancora no. Eppure è già tutto lì, tutto il Román che conosciamo. Prima palla toccata e subito si gira dalla parte sbagliata con lo stop. O meglio, a noi sembra che si sia girato dalla parte sbagliata, non a lui. Spalle alla porta, marcato, l’uomo da servire fuori dal suo campo visivo. E che problemi ci sono?

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Il modo in cui muove le gambe quando si libera dall’avversario mi ricorda Bambi sul ghiaccio

L’andatura caracollante per il campo, il fisico troppo leggero, le gambe che sembrano eccessivamente lunghe, quel modo di calciare il pallone che sembra sempre anticipare il momento propizio o perderlo di qualche decimo di secondo, sempre col pallone in bocca, sempre così “sotto”.

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Quel ragazzino, “pibe” come continua a chiamarlo il telecronista (“como te la dejò el pibe!“), sembra quasi una reincarnazione dello strano caso di Benjamin Button, così giovane eppure guardatelo, la faccia non sembra quella di un diciottenne, la velocità in campo nemmeno, la visione poi. Ma la parte in cui di meno si capisce quanti anni abbia Román è l’intervista a fine partita. Lo stadio canta il suo nome, eppure lui non sembra nemmeno toccato dalla cosa. Sì, gli fa piacere probabilmente, ma non cambia di una virgola il suo modo di essere. “Hai giocato una partita pazzesca (un partido barbaro), gli dice l’intervistatore. “Eso pregunteselo al tecnico”, “Questo chiedilo all’allenatore”.

La vida es una tómbola, de noche y de dia…la vida es una tómbola, y arriba y arriba…

E’ lo stesso sapore indefinito che Román aveva il 28 novembre 2000 a Tokyo. Il Real non era ancora quello dei Galacticòs, ma era quello di Figo, Raul, McManaman, Hierro, Roberto Carlos. E Román li ha presi in giro tutti, uno ad uno, e metteteci sopra anche Makelele.

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Sì, è proprio Claude quel numero 24 che viene irriso.

In pochi se ne sono accorti all’epoca: la partita la decise una doppietta di Martin Palermo, a cui andò anche il premio di miglior giocatore dell’incontro senza che ciò facesse troppo rumore. In un’era in cui Internet sta muovendo i suoi primi passi e le partite della notte su Telemontecarlo sono l’unico modo per scoprire il calcio argentino, questa è la vera prima partita del Dièz agli occhi del mondo occidentale. Ma che cos’è questo Riquelme? E’ un regista? Un trequartista? Un giocoliere? Ma le cose che fa, le fa solo perché sono belle o anche perché sono utili? Siamo sicuri che non ci stia prendendo in giro tutti quanti (Geremi in primis, aggiungerei io)?

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Dicono che Geremi fosse un giocatore di pallone prima di questa partita

Credo basti riguardarsi gli highlights di quella partita per rendersi conto di quanto abbia inciso Román. L’assist per il secondo gol di Palermo è chiaramente telecomandato.

AMARO

Ho sempre provato sensazioni contrastanti nei confronti dell’amaro. Ho sempre ritenuto l’amaro il sapore per quelli che ne capiscono, per gente che se ne intende, anche se di cosa l’ho mai capito. C’è un sottile piacere nel dire “A me piace amaro”, che ci si riferisca al caffè, che sia per un digestivo alle erbe. A volte ne ho bisogno e ne vado in cerca come un cane da tartufo, altre mi sorprende quando meno me lo aspetto. In quest’ultimo caso la prima reazione che ho è immancabilmente quella di spalancare leggermente la bocca, come a far entrare un po’ d’aria. Non so se sia per rinnovare l’intensità del sapore del primo morso ad ogni chiusa di mascella o perché, in fondo, l’amaro poi non piace del tutto nemmeno a me.

Di fronte ad un giocatore di ventotto anni che voi idolatrate, che è appena tornato in Sudamerica nel pieno delle forze e segna un gol del genere in finale di Copa Libertadores, voi come vi sentite? Per quale ragione spalancate leggermente la bocca, per sentire mille volte ancora il primo morso o perché, in fondo, l’amaro poi non piace del tutto nemmeno a voi?

Persino la palla sembra andare lentamente quando la calcia Román.

Assaporando per bene Román non si può ignorare l’amaro, non ce la si fa proprio. Da un giocatore che lascia l’Argentina al solo scopo di insegnare La Nuestra nel Vecchio Continente non ti aspetteresti che torni nuovamente a casa dopo soli sei anni, per di più senza trofei fra le mani. Non da uno che poi, appena tornato, decide praticamente da solo una Libertadores, quella del 2007, e per poco non fa lo stesso anche con quella seguente.

“Riquelmeeeeaaaaaahhhh”. E’ un orgasmo, non è una telecronaca.

Dal suo ritorno in patria nel febbraio 2007 a quando lascia il Boca nel luglio 2014, ogni partita di Román è punteggiata di perle, di corse a tirare indietro le lancette del tempo, di sorrisi a mezza bocca a pensare a quello che avrebbe potuto essere e non è mai stato. Si riconosce che il cibo che stiamo masticando è ancora quello di prima, lo capiamo dalla camminata quasi da giocatore di basket, dal continuo lamentarsi della distanza non regolamentare della barriera, da come esulta buttando tutto il peso del corpo in avanti e da quel modo tutto suo in cui schiaffeggia la palla. Solo che non ci aspettavamo che la nota amara di Riquelme potesse essere così tanto amara. Lo vedete che anche voi spalancate leggermente la bocca?

SALATO

“Tu non segui i social, vero Román? Probabilmente non leggerai il nostro blog, né la nostra pagina”. Siamo quasi a metà cena, il locale è pieno, il brusio di sottofondo degli altri clienti mi costringe ad alzare la voce. Lui accenna a malapena un sorriso, accompagnato da quello sguardo triste, rassegnato. I grandi occhi neri ricordano quelli di Wagner Moura nella magistrale interpretazione di Pablo Escobar in Narcos, negli ultimi episodi, quando il re della coca si è ormai arreso alla sua fine e guarda nel vuoto. Il cameriere, che faceva slalom tra i tavoli come il Christian Ghedina dei tempi migliori, arriva verso di noi a passo lento, perché quando si tratta di Románmeitre tutto va fatto con calma. Anche se siamo ancora molto, molto affamati. All’inizio avevo pensato al salato come quel qualcosa che ti regola il gusto, che ti dà la perfezione. “Gli spaghetti hanno la giusta cottura. Il condimento è ottimo. Manca giusto un pizzico di sale”. Ma è quello sguardo, quegli occhi, quel volerci dire, con la consueta loquacità: “Io non seguo i social, non mi interessa fare la web-star”, che mi fa capire dove stavo sbagliando. Sarebbe facile e superficiale definire Riquelme un capolavoro culinario, un trionfo per il palato, l’apoteosi del gusto. Invece no. Román è quel piatto squisito a cui manca un pizzico di sale. Pochi grammi per il Nirvana dei sapori.

Ma quello che lo rende speciale, che ce lo ha fatto amare, che lo distingue dagli altri è la volontà, la sua volontà. Quel pizzico di sale manca perché lo ha deciso lui. Cosa è venuto meno perché el Mudo fosse un predestinato? Basta andare al 25 ottobre 1997, Estadio Monumental. Boca Juniors vs River Plate, El partido per antonomasia sotto l’equatore. Entra a metà secondo tempo, gli lascia il posto Diego Armando Maradona. Sarebbe stata l’ultima partita del Pibe da professionista. Quel cambio, un passaggio di consegne. Scena simile nove anni dopo: Real Madrid-Villareal. Ultima partita di Zinedine Zidane in una squadra di club. Al fischio finale Zizou e Román si incontrano quasi naturalmente, come se fosse scritto così. “E’ stato un onore ritirarmi con la sua maglia tra le mani”, dirà il francese. Una storia, quella del Mudo, che avrebbe dovuto essere costellata di allori e trionfi, senza spazio per cadute o delusioni. Bastava un po’ di sano protagonismo, di spocchia, di tenacia. Un pizzico di sale, appunto.

Non era il suo caso. Appena Román accennava minimamente a qualcosa di straordinario, doveva subito tornare tra le righe, ristabilire la normalità, il ritmo che egli stesso dettava al gioco, alla partita, al calcio in generale. Maggio 2000, Boca e River si affrontano nell’ennesima sfida per stabilire la leadership argentina. Riquelme fa letteralmente quello che vuole con la palla, con i tempi, con gli spazi. Un maestro che dirige la musica a suo piacimento. Solo che compagni e avversari suonano nella stessa orchestra. Allora decide di eccedere, di far parlare l’estro. Stop, giravolta e tunnel di suola al povero Mario Yepes, fuori due in un sol colpo. Si accentra, ne mette giù un altro, poi cambia di nuovo direzione, ne evita un altro ancora e si invola sulla fascia. Il caño ai danni del colombiano esaltò il pubblico e rimase negli annali dei derby di Buenos Aires. Román se ne vergognò: “Vincevamo 3-0. Lui anziché farmi male mi ha inseguito e chiuso in fallo laterale. E’ stato più uomo di me”.

Mario Yepes si riprese un po’ di tempo dopo. Ma giocava già nel Chievo.

El Mudo non parla, non potrebbe essere altrimenti. Sorride, con uno sguardo complice. Ha capito che con quel pizzico di sale in più sarebbe stato uno dei tanti. Ha intuito, finalmente, perché non ci chiamiamo Vangelo secondo Cantona.

ASPRO 

“Nella solitudine della sua anima era convinto di avere amato in silenzio molto più di chiunque altro in questo mondo”.
(Gabriel García Márquez – L’amore ai tempi del colera)

Parliamoci chiaro. Il mondo si divide in due. Quelli che condiscono l’insalata con l’aceto normale (di vino rosso o bianco, poco cambia) e quelli che adornano i piatti col balsamico. Nettamente più dolce, docile e delicato, il secondo, nonché più raffinato, più gradevole anche alla vista. Usato, spesso, per un abbellimento meramente estetico di una pietanza, in quei ristoranti Michelin pluristellati, gestiti da Masterchef, frequentati dai top-manager accompagnati da top-model. I primi offrono la cena, le seconde il dessert, ma più tardi. Quei posti glamour dove spendi quanto il prodotto interno lordo del Gabon per poi rifugiarti disperato, a mezzanotte e un quarto, dal buon vecchio Momo, il kebabbaro di via Meda, dove rifiutare il falafel equivale a inneggiare a Israele durante la preghiera di mezzogiorno a La Mecca.

Non che il balsamico mi dispiaccia, sia chiaro, ma quando al supermercato opto per la scelta meno cool, sto facendo, nel mio piccolo, una rivolta politico-sociale, con riflessi ieratici. Già, perché il buon vecchio aceto tradizionale, quello che ti fa contrarre i muscoli facciali quasi a far toccare occhi e zigomi, quello bistrattato, snobbato, considerato il fratello sfigato del vino, ha vissuto secoli di calunnia, sin dai tempi di Cristo, cui lo diedero per schernirlo, al posto dell’acqua. Tutti convinti di questa leggenda, tramandata nei racconti delle nonne e delle zie zitelle, rigorosamente vestite di nero.riquelme-madre

Ma quando mai? L’aceto era utilizzato dai soldati romani come dissetante. Costava poco e, mischiato all’acqua, bastava berne un po’ perché la sete si placasse. Il soldato che gli passò la spugna imbevuta non voleva schernire Gesù Cristo, voleva aiutarlo. Gesù morì così, più umano, bevendo acqua e aceto. Con quell’espressione contrita, aspra. Seguita però da una straordinaria consapevolezza di umanità.

Quante volte la storia di Román ci ha fatto stringere il volto in quel modo, quasi a trasmetterci il suo dolore. Come nel 2007. Finale di Coppa America. 3-0 secco dal Brasile. Pioggia di critiche a tutti, ma il capro espiatorio è El Mudo. Alcuni rispondono stizziti, altri si scusano. Román, naturalmente, non parla. Non si giustifica dicendo di avere la testa altrove, alla madre ammalata per esempio. Lascia la nazionale per un po’, sempre in sordina, senza clamore, a testa bassa. Solo una dichiarazione. Aspra, fredda, laconica: “Chi sono io per farla soffrire?“. Ricordo che ci rimasi male per quella prestazione e per le critiche seguenti, salvo ricordare cosa era stato capace di fare, sempre contro gli stessi brasiliani, solo un anno prima. Un’espressione contrita seguita da un accenno di sorriso. Dopo quel tacco e quel gol potevo morire in pace come Cristo sulla croce.

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Mi guarda sbigottito. Davvero ti stai paragonando a Cristo? Ma dove sono finito? Questi sono due matti. Tuttavia è a suo agio, nel suo piccolo è divertito, pur mantenendo sempre quegli occhi spenti. Le umili origini di Riquelme e la rigida educazione ricevuta segneranno non poco il suo modo di essere. Quando giocava e, sin da bambino, incantava chiunque lo ammirasse dipingere col pallone, tornava a casa e il padre puntualmente lo redarguiva per i passaggi sbagliati. Doveva ambire alla perfezione. Forse per questo non la raggiunse mai. Un velo di malinconia lo accompagnerà sempre, con periodi più miti e altri più aspri: il culmine di questi ultimi ha i colori azulgrana, l’accento catalano e le sembianze di Louis Van Gaal.

n_f_c_barcelona_varios-9054Quella a Barcellona doveva essere la consacrazione di Riquelme, arrivato nel 2002 per sostituire il grande Rivaldo, in partenza per Milano. E’ un Barcellona diverso da quello odierno, più meccanico, meno spettacolare. Van Gaal è un sergente che non ammette eccessi. Román è troppo lento per il suo gioco. Troppo indisciplinato tatticamente. Non esiste che sia un giocatore a dettare i ritmi, quello deve farlo il mister. Accusato sin da subito di passeggiare in campo, troppo abituato ai ritmi argentini, El Mudo passerà una stagione nell’ombra prima di trasferirsi al Virrareal. Anche se quella sensazione aspra di Riquelme a Barcellona viene subito placata da un retrogusto dolce, sublime, come quello che scaturisce dalle parole di un ragazzino che in quegli schemi, invece, si inserirà da Dio.

“Il miglior giocatore del mondo è Messi. Ma Riquelme è fuori concorso” Andrès Iniesta

DOLCE 

Villareal è una soleggiata cittadina sulla costa orientale della penisola iberica. A parte le piastrelle in ceramica ben poco da segnalare, specie se la confrontiamo con le vicine Valencia e Barcellona. Proprio dalla capitale catalana – siamo nel 2003 – arriva un Riquelme deluso dall’esperienza in blaugrana. La squadra, con le divise in giallo, è la classica mascotte simpatica a tutti. La chiamano El submarino amarillo, il sottomarino giallo, in onore dell’allegra canzone dei Beatles. Per El Mudo doveva essere un periodo di stasi per ritrovare se stesso, prima di ritentare la scalata a una grande, ma stiamo pur sempre parlando di Juan Román Riquelme, mica pizza e fichi, che, tra l’altro, in questa cena stonerebbero peggio di Pavarotti al Metropolitan Opera nel ’95. Già, perché tutti possono prendere una stecca. Anche quelli più bravi. Poi ci sono quelli che risorgono e sprigionano una potenza ancora più grande di prima. Román è tra questi: avrebbe potuto utilizzare Villareal come il classico trampolino di lancio dopo la stecca del Camp Nou. Decide invece di trasformarla in una favola del calcio contemporaneo.

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Il giorno della presentazione. Vi ricorda qualcuno?

Il terzo posto del 2005 non è un caso. Agli ordini di Manuel Pellegrini Román detta i ritmi di una compagine di nomi più o meno blasonati, future promesse, campioni sul viale del tramonto, qualche talento e qualche scappato di casa. Chiedere agli interisti di Diego Forlàn e Rodolfo Arruabarrena, agli juventini di Juan Pablo Sorìn, il tanto desiderato Marcos Senna e Alessione Tacchinardi, ai romanisti di Marquitos, ai milanisti e a Piero Angela di Josè Mari (Piero Angela sa sempre tutto). Ogni partita al Madrigal è una sorta di sagra di paese. La gente in massa segue i suoi beniamini e Román dirige la musica. A Villareal si balla. Si balla un lento che coinvolge undici ragazzi vestiti di giallo e 25mila persone sugli spalti, praticamente metà della popolazione cittadina. Riquelme è tornato quello del primo periodo al Boca.

Sappiamo cosa state pensando: il dolce, degna conclusione di questa cena, non può che essere la favola del Villareal. Non è proprio così, cari adepti, anche se ci siete andati vicino. Il sapore dolce di Román, quello che ce lo fa gustare appieno, è il modo in cui quel Villareal ha espresso il suo gioco, la musica, il lento. Riquelme legge le partite con un solo tocco, tiene il ritmo a livelli altissimi, ma lentamente. In modo quasi ossimorico, detta i tempi con calma ed eleganza, a testa sempre alta, come in un Tango, mantenendo il ritmo del gioco molto elevato. E’ la fortuna di quella squadra, ultimo vero spartiacque prima della deriva velocista del calcio moderno.

 

Juan Roman Riquelme
Sì amici interisti, vi siamo vicini

La lentezza è l’ingrediente che ci ha fatto assaporare Riquelme in tutta la sua dolcezza. Una dolcezza malinconica, perché l’ultima vista dal vivo in un campo di calcio, quella del ciclo dei grandi Diez. Poi solo Ronaldo, Messi, Neymar, lampade, cerette e capelli ossigenati. Ma soprattutto tanti tanti muscoli, tante azioni veloci e tanti, troppi gol. Tutti uguali. Tutti pratici, utili e banali. Ma volete mettere il piacere di assaporare veroniche, parabole, sombreri e quel Tango tanto triste quanto sensuale? Jorge Valdano è riuscito a definire questa magia meglio di tutti:

“Chiunque, dovendo andare da un punto A a un punto B, sceglierebbe un’autostrada a quattro corsie impiegando due ore. Chiunque tranne Riquelme, che ce ne metterebbe sei utilizzando una tortuosa strada panoramica, ma riempiendovi gli occhi di paesaggi meravigliosi”.

915217e3249aae27f5d7b880c5d436df_169_xlIl modo di vivere questo sport è cambiato. Per alcuni in meglio, per noi in peggio. Román annuisce, ha capito anche stavolta. Si tratta di un rapporto atavico col pallone, capire chi comanda chi. Quando giocavo, da ragazzino, il mister non faceva che ripetere: “Ricorda che il pallone è tuo amico, portalo con te e fagli fare ciò che vuoi”. Ecco, dopo Román, credo che quest’amicizia si sia meccanizzata, rovinata, abbia perso di genuinità. Josè Peckerman, allenatore di Riquelme nei vittoriosi mondiali Under 20, disse:

“Qualcuno sostiene sia lento, ma Román non è lento con la palla. E’ la palla che deve correre, non il giocatore”.

Peckerman aveva visto il suo talento sbocciare in camiceta e aveva previsto tutto. Noi ci abbiamo messo un po’. Ma ci piace fare le cose con calma, altrimenti non ci saremmo innamorati di lui. Lui che però non è convinto. Il locale è ormai vuoto, il cameriere si sta godendo la meritata sigaretta di fine serata. Se la gusta come se stesse baciando una bella donna con labbra carnose. Con desiderio, soddisfazione, calma. Stiamo per andarcene quando nel silenzio accade qualcosa di inaspettato. Román parla. Noi ci guardiamo sbigottiti, gli ultimi clienti in uscita si bloccano di colpo. Al cameriere va di traverso un tiro e si mette a tossire. Lui aspetta che smetta, ci sorride e dice: “Ragazzi, volete davvero terminare con questo lieto fine?”. Vi ricordate come proseguì al Villareal?

“Beh ma sai, noi…”, rispondiamo impacciati. Ci fa capire con un cenno che dobbiamo proseguire. Lo accontentiamo.

riq-2E’ il 2006. Il miracolo stava per compiersi. Il Villareal è in semifinale di Champions. Una cittadina di poche decine di migliaia di abitanti in una semifinale di Champions. L’Arsenal di Titì è in vantaggio ma Riquelme ha l’occasione di fare la storia. Calcio di rigore nei minuti finali. Il vecchio Lehmann sa che non ha nulla da perdere. Román si prende tutto il tempo che vuole, anzi lo ferma proprio. Tra il momento in cui posiziona la palla sul dischetto e il tiro passano una decina di secondi, o di minuti, o di anni, chi lo sa? La piazza sul lato destro, Lehmann intuisce e finisce la favola. In finale ci vanno i più forti, che perderanno contro quelli ancora più forti. Certo, magari Wenger e i suoi non si aspettavano un gol di Belletti, ma in fondo era giusto così. Román, naturalmente, non dice una parola, si chiude in casa per qualche giorno, finché non si affaccia alla finestra e non nota uno striscione, enorme, piazzato davanti al suo giardino. Solo due parole, a caratteri cubitali: “Grande Román”.

Non sono le vittorie, non i gol, né il successo. Il ricordo più dolce della sua carriera sono quelle due parole, che racchiudono la gratitudine di una città verso un artista malinconico che l’ha portata in alto, un poeta che le ha dedicato versi d’amore, un pittore che le ha dipinto paesaggi meravigliosi. E quella gratitudine è anche la nostra, che abbiamo deciso di dedicargli un blog e di buttarci in questa folle avventura che ci coinvolge con passione, impegno, dedizione e tanta, tanta calma.

Las espinas y los besos, lo ganado y lo perdido,
todo evoco sonriendo para no morir sufriendo
tirado en mi rincón
(Le spine e i baci, la vittoria e la sconfitta,
ricordo tutto sorridendo per non morire soffrendo
sdraiato nel mio angolo)
Francisco García Jiménez – A la sombra del recuerdo

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