Éder, o Canhão – Storia del mancino che spostava i cartelloni pubblicitari

Da quando vivo da solo, mentre ceno guardo sempre qualcosa di leggero. Può essere una partita NBA, un documentario su Leonard Cohen in cui lui riesce in tre minuti a rimorchiare due donne per cui altri avrebbero ucciso, può essere un incontro vecchio di trent’anni. Pochi giorni fa la scelta è caduta su Brasile-Argentina dei Mondiali dell’82. Non so perché, forse perché ero stufo di rivedere la non esultanza di Socrates al suo gol del momentaneo pareggio, la compostezza di Dino Zoff al fischio finale, Cesare Maldini che corre in campo ancor prima che l’arbitro fischi,

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Sì, Cesare Maldini è quello con la giacca azzurra che entra correndo in campo in fondo allo schermo

insomma, ero stufo di rivedere la Storia, volevo conoscere meglio l’antefatto. Non ItaliaArgentinaDueAUno, anche quello è pane masticato mille volte. Brasile-Argentina, dicevo. Falcao, Socrates, Zico, Passarella, Ardiles, Kempes, Maradona, un numero di campioni in campo di cui non ci si capacita fino a quando non si guarda la partita. Però, in fondo, pure questi, chi più chi meno, li ho visti giocare tutti un numero spropositato di volte. La partita scivola via lentamente, ai ritmi tipici del calcio anni 80, ancor più sudamericano, sferzato solo dai lampi di genio del futbol sempre improvvisato che Telê Santana predica dall’alto del suo ambone verdeoro. Poi un calcio di punizione da un’infinità di metri per il Brasile, a cui non presto molta attenzione perché sto raccogliendo dell’insalata col pane. L’urlo del telecronista mi fa alzare lo sguardo: sapevo che Zico avrebbe segnato di lì a poco, mi ricordavo la sequenza dei gol, e la mia fede in lui da uomo di Udine quale sono è incrollabile, ma non credevo potesse calciare da quella posizione.

Se ve lo steste chiedendo, sì, la telecronaca è in norvegese. Non fate troppe domande.

In realtà Zico ha segnato da pochi passi col portiere a terra, quello stesso portiere che era appena riuscito con un colpo di reni a deviare sulla traversa un vero e proprio canhão, un colpo di cannone, quel calcio di punizione da quaranta metri circa. Tiro indietro il video di qualche secondo, la telecamera viene quasi sorpresa dal pallone da quanto questo va veloce. A calciare è stato il numero 11, Éder. Certo, era un nome che avevo già sentito, l’avevo

Eder Gelato Barcellona
Anche i cannoni mangiano gelato. Barcelona, 1982.

già visto giocare e calciare da lontano in ItaliaBrasileTreADue, ma quella punizione è qualcosa di sovrannaturale. Faccio un minimo di ricerche, è stata calciata a 174.5km/h. Fosse entrata, probabilmente staremmo parlando del gol più bello di sempre su calcio da fermo. Ok, questo Éder era più forte di quanto non pensassi, o quantomeno doveva avere dei gran colpi in canna, decido di chiedere ai vecchi con cui parlo di pallone di solito qualcosa su di lui. Un paio mi dicono le solite cose, “Quelli erano giocatori, calciava benissimo, altro che Adriano” e così via, altri accendono la mia fantasia ancora di più. “Mi ricordo un suo calcio di punizione contro la Scozia, aveva lo stesso effetto di quella di Roberto Carlos contro la Francia”, così un amico di famiglia mi mette sulle tracce di un video che ormai posso con buona certezza definire inesistente perché inesistente è questo calcio di punizione. La cosa buffa è che un blog inglese, ormai morto da diversi anni, ricorda lo stesso fantomatico calcio di punizione, ma ho riguardato tutta Brasile-Scozia dei Mondiali ’82 (in cui Éder peraltro fa il diavolo a quattro e segna uno dei suoi gol più belli, inventando il pallonetto sul portiere in uscita, la cosiddetta Éder Chip) e vi posso garantire che questo calcio di punizione non esiste.

 

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Non è la fantomatica punizione, ma è comunque l’invenzione di qualcosa che segnerà il calcio. Per dirla alla Calcutta, “Non è Rio de Janeiro, ma c’è un clima fantastico”

 

Forse si riferiscono a questo suo tiro, comunque oggettivamente contro ogni legge della fisica, di un anno prima in un’amichevole contro l’Inghilterra.

 

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Il famoso tiro a banana di Holly e Benji

 

 

Sta di fatto che se questa frase mi aveva quasi convinto a scrivere su di lui, quest’altra risposta che mi è stata data lo ha fatto del tutto:Screenshot from 2017-03-30 15:17:00.png “Stavano attaccando come forsennati, era finita ormai, era il novantesimo. Guadagnano un calcio d’angolo sulla destra, va lui a batterlo. Tirava delle botte pazzesche da calcio d’angolo, se uno ci metteva la testa era gol. Non volevo guardare, quando l’ho visto spostare i cartelloni della Coca-Cola ero convinto che segnassero. Non so perché Zoff non sia uscito, non lo so…Socrates è saltato altissimo, non so come mai la palla non sia entrata. Mi ricordo ancora lui che sposta i cartelloni della Coca-Cola a bordocampo, ero terrorizzato.”

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Éder batteva i calci d’angolo sia da destra che da sinistra, ma sempre e soltanto col mancino. Col destro non riesce a far fare più di venti metri alla palla, è brutto da vedere, mette male il corpo. Sembra l’Albatros di Baudeleire, maestoso in aria e goffo non appena tocca terra. Col mancino, invece, fa quello che vuole.

Colpisco di qui, con la parte bassa dell’esterno collo del piede sinistro. E’ una cosa istintiva, che ho sempre fatto sin da ragazzino, quando calciavo a piedi nudi. Nessuna preparazione, mi viene così e basta. – Éder

Per questo tutti lo chiamano “La Bomba di Vespasiano”, cittadina poco lontana da Belo Horizonte in cui è nato, figlio di José, proprietario di un bar in paese, e Zilda, donna assai

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Anche senza volerlo, si riconoscerebbe il suo stile di battuta fra mille altri.

religiosa che crede che il pallone non sia una strada sicura per il futuro del figlio. Ciononostante, allo scoccare dei suoi sedici anni, Éder firma il suo primo contratto con l’America Mineiro, dove giocherà fino a quando non si trasferirà al Gremio, nel 1977.

A volerlo è colui che sarà la sua guida spirituale per tutta la carriera, quel Telê Santana che, guarda caso, siederà sulla panchina dell’unica nazionale brasiliana in cui Éder giocherà. Il rapporto tra i due è quantomeno burrascoso: spesso, a causa delle sue bravate, il mister non convoca il suo pupillo, come per quella partita contro il Botafogo del 1978 in cui Éder, per l’occasione commentatore per Rede Globo data l’improvvisa mancanza di impegni per quel giorno, dovette raccontare al microfono della doppietta del suo sostituto che decise l’incontro. O ancora, come quella volta che, in aperto contrasto con la rigidità dei metodi d’allenamento di Telê, lasciò il ritiro del Gremio, non prima però di aver lasciato un ricordo color marrone nelle scarpe da passeggio del mister.

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“Venderò le mie scarpe nuove ad un vecchio manichino”

La verità è che Telê era davvero preoccupato per il futuro del ragazzo, quel ragazzo che prendeva e mollava la figlia del presidente del Gremio come fosse uno yo-yo, che fumava più di venti sigarette al giorno, che frequentava brutte compagnie, le stesse che lo portarono a saltare il mondiale argentino del ’78. Un colpo di fucile al braccio rimediato in una discoteca, si dice perché fissasse troppo intensamente la donna di un altro. Con tanti saluti alla figlia del presidente del Gremio.

Al di là dei colpi di testa fuori dal rettangolo di gioco, la voglia di giocare e di stupire Éder l’ha sempre avuta. Metodi rigidi di allenamento o meno, alla fine di ogni seduta si fermava a tirare in porta da fuori area, da molto fuori area, cento tiri ben indirizzati, non uno di meno, altrimenti non se ne andava. Non a caso le vittorie e le soddisfazioni sono arrivate, anche se proprio nel momento in cui si è staccato dalla figura paterna di Telê Santana (chiamato appunto a sedere sulla panca verdeoro) per andare ad offrire il suo canhão all’Atletico Mineiro.

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Abilità “Tiro da fuori”. Porto Alegre, 1979.

Cinque anni, cinque campionati regionali, un Pallone d’Argento come miglior attaccante brasiliano nel 1983 (e come dicevamo prima, la concorrenza era piuttosto agguerrita in quel lasso temporale). Mai un gol banale, cross che fendono l’aria a pochi metri dalla porta e chiedono solo di essere spinti in rete, dribbling ubriacanti portati da due gambe che in diametro combattono con quelle di Pelè. Insomma, gli ingredienti per farsi amare da un popolo passionale e sognatore come quello brasiliano ci sono tutti. Aggiungete a questi il numero spropositato di lettere che riceveva quotidianamente dalle sue fans da bravo donnaiolo qual era, e capite perché il nome Éder fosse abbastanza diffuso in Brasile all’epoca (sì, anche l’Éder che ora gioca nella nazionale italiana deve il nome a lui e sì, l’accento va sulla prima sillaba).

Finalmente Telê Santana vede dunque sbocciarsi tra le mani il giocatore che ha sempre sognato, tanto da farne uno dei pilastri di quella che, a detta di molti, è stata la nazionale più forte di sempre, sicuramente la più forte di sempre a non aver mai vinto nulla (perdonami Johann). Éder ripaga la fiducia del mister con prestazioni eccelse e un paio di gol da antologia, come quello all’esordio contro la Russia.

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Velo di Falcao + Eurogol di Eder + Pubblicità della Gillette = cuoricino. Ah, avete presente la storia delle lettere d’amore delle sue fans? Nella settimana che seguì questo gol ne ricevette duemila. 2000.

Manco a dirlo, la palla dal piede destro non viene nemmeno sfiorata. Sì, avrebbe dovuto stopparla con quel piede, ma poco importa se te la alzi col piede sbagliato e poi, con lo stesso piede, lasci partire una parabola a rientrare di esterno che lascia di sasso Rinat Dasaev, uno dei migliori portieri del Mondiale, e poi esulti con una capriola così naïve da far sorridere. Normale che dopo una rete così e dopo il pallonetto contro la Scozia, un’intera nazione faccia affidamento su di te per il match decisivo per l’accesso in semifinale. “Hoje ele vai mandar o tiozinho do Dino Zoff para dentro do gol com bola e tudo”, “Oggi quello manda quel vecchio zietto di Dino Zoff dentro la porta con la palla e tutto il resto”. Per fortuna nostra, di Paolo Rossi e di Bearzot (Nun te reggae più è del ’78, come avremmo valutato la carriera di un allenatore che allena una nazionale per sette anni senza vincere nulla con una generazione di fenomeni?), imagem105
di Éder in quella partita rimangono solo un paio di bolidi che lo “zietto” blocca senza problema alcuno, ne aveva viste di peggio, e aveva parato anche quelle (Babbo, che eri un gran cacciatore di aquile e di fagiani, caccia via queste mosche che non mi fanno dormire, che mi fanno arrabbiare). Di Éder rimangono quei due bolidi, dicevo, e i cartelloni della Coca-Cola spostati, ovviamente.

Forse, se quella nazionale avesse vinto il mondiale spagnolo, il ricordo di Éder non sarebbe stato raso al suolo come venne raso al suolo il Sarrià di Barcellona di lì a qualche anno, ingrata fine per un catino che tale doveva rimanere ed invece venne elevato, quasi per sbaglio, a palcoscenico del girone che tutti, per ragioni e con sentimenti diversi, ricorderanno come il più memorabile di sempre. Forse però fu lui stesso a non dare ulteriori possibilità al suo sinistro di venire ricordato, perdendo da stella della Selecao (mancavano Zico, Socrates, Falcao e Cerezo) la finale di Copa America dell’anno seguente cScreenshot from 2017-03-30 15:44:52.pngontro le truppe uruguagie comandate da Enzo Francescoli, e poi finendo per fare l’ennesima bravata della sua carriera, stendere con un pugno un giocatore del Perù durante un’amichevole internazionale pochi mesi prima del mondiale messicano del 1986. Anche per il suo mentore
era troppo, e così quando la funambolica ala aveva solo 28 anni,  Telê Santana decise che Éder non sarebbe stato mai più convocato dalla nazionale brasiliana.

Quasi come una maledizione, negli anni che seguirono Éder fu vittima di continui infortuni, segnando solo una dozzina di reti nei successivi otto anni di carriera nella massima divisione brasiliana prima di ritirarsi. L’ultimo fu una delle sue punizioni, alla veneranda età di 37 anni, proprio contro quel Botafogo contro il quale fu costretto a sedersi in tribuna, anche se il gol che tutti in Brasile si ricordano è un altro.

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Non fosse un calcio d’angolo, direi che è stato calciato “alla Del Piero”. Dato che è un calcio d’angolo, dirò che è stato calciato “alla Palanca”.

Apparentemente quasi al solo scopo di voler far aumentare i rimpianti di tutta una nazione, solo qualche mese dopo al fatal pugno dell’aprile 1986, Éder regalerà l’accesso alla finale del Campionato Paulista al Palmeiras con uno dei gol più spettacolari della sua carriera, un colpo di cannone direttamente da calcio d’angolo. Non c’erano cartelloni pubblicitari vicino alla bandierina quel giorno allo stadio Palestra Italia di São Paulo

Fonti Principali
http://www.midfielddynamo.com/players/profiles/eder.htm
http://onedeadfish.blogspot.co.at/2007/01/on-football-no-5-brazil-1982.html
https://sportvintage.it/2009/07/22/il-calcio-visto-da-sinistra/
http://www.corrieredellosport.it/remember/2011/03/03-158688/Eder,+il+micidiale+mancino+dei+Mondiali+del++1982
http://terceirotempo.bol.uol.com.br/que-fim-levou/eder-aleixo-3175
https://tardesdepacaembu.wordpress.com/tag/eder-aleixo-de-assis/
http://hemeroteca.mundodeportivo.com/preview/1982/07/01/pagina-21/1145225/pdf.html
http://elpais.com/diario/1986/04/05/deportes/513036004_850215.html
 
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