Francesco Totti mi ha stancato. E anche voi.

Prima di linciarmi, minacciarmi, vomitarmi in faccia che non me ne intendo di calcio né posso capire che cosa significa e che cosa ha significato, per Roma, Francesco Totti, fatemi una piccola cortesia, una sola: leggete tutto il pezzo. Dai, se proprio non ce la fate almeno vedete di superare la metà, il 50 per cento più uno, come si dice quando si parla di sistemi elettorali. Poi, se proprio l’orticaria vi starà mangiando, almeno date un occhio alle premesse. Dopodiché mi lincerete, mi minaccerete, mi vomiterete in faccia che non me ne intendo di calcio e non ci ho capito nulla dell’amore atavico tra la Capitale e il suo Pupone.totti murales

Prima premessa: non sono romanista, né laziale. Tradotto: non sono sentimentalmente attratto in modo positivo o negativo dalla sua figura. Seconda premessa: vivo a Roma e sono perfettamente consapevole di cosa rappresenta il Pupone da queste parti. Terza premessa: sono un meridionale, ma proprio tanto meridionale. E che c’entra? – starete pensando. C’entra, c’entra, fidatevi.

Facevo zapping qualche giorno fa e mi sono imbattuto in una trasmissione, “Tre volte 10” si chiamava. Era uno spettacolo interamente condotto da Diego Armando Maradona e totalmente incentrato sulla sua vita: un’autobiografia televisiva, con qualche riflesso ieratico. C’era Salvatore Esposito, il Genny Savastano di Gomorra, mi ha incuriosito e ne ho guardato un po’. Genny ha fatto la sua gag (un’ideale formazione del Napoli coi personaggi della serie, con l’imperdonabile sostituzione di Salvatore Conte con O’ Track) e, prima dei saluti, ha voluto fargli una dedica. A differenza del personaggio che lo ha reso celebre, Esposito è una persona molto in gamba, colta e con un’ottima proprietà di linguaggio. Mi aspettavo qualcosa di particolare, di singolare, tutto fuorché l’ennesima deificazione del Pibe e del suo rapporto con Napoli. Niente, non ce l’ha fatta neanche Genny: “Non ti ho visto giocare dal vivo ma ho avuto la fortuna di vedere in video i tuoi gol”. “Grazie per tutto quello che hai fatto per Napoli”. “Mio padre – o forse era il nonno? – mi racconta sempre di te”. “Ci hai portati in alto”. “Sei il più grande di sempre“. Inchino, sorrisi, abbracci, applausi, saluti. Il resto del programma, o meglio, i restanti 7 minuti e mezzo che sono riuscito a guardare, erano una celebrazione di quell’amore, di quella magia, di quel che è stato e che non potrà più essere, di quel “come si stava bene”.totti maradona

Tutto ciò ha un nome ben preciso: si chiama saudade. La saudade non è esattamente quella che ci ha propinato Lino Banfi, quando il forte Aristoteles piangeva pensando alle spiagge assolate di Rio, paragonate alla grigia desolazione della distopica sede della Longobarda. Me lo ha spiegato un ragazzo portoghese conosciuto in Erasmus, qualche anno fa. Si chiamava Ronaldo (giuro, era portoghese e si chiamava Ronaldo) ed era matto come un cavallo. Tra una birra e l’altra mi ha raccontato che in Portogallo, dove è stato coniato il termine, per saudade si intende una nostalgia atavica di epoche mai vissute, quando i fasti del passato (nel loro caso il periodo coloniale) vengono messi a confronto con la pochezza del presente. Vanno sottolineati due aspetti per comprendere appieno il concetto originario della saudade.

ronaldo
Al mio amico Ronaldo non piaceva la luce

Il primo è la collettività del sentimento: quanto eravamo forti, quanto stavamo bene vs quanto siamo scarsi, quanto stiamo male. Il secondo è l’inerzia conseguente questa melanconia: in sostanza, prima stavamo bene, ora stiamo male, quindi continuiamo a rivangare quei piacevoli ricordi, poco importa se vissuti o meno, e guai a chi si azzarda a guardare avanti. Non facciamo nulla perché si ritorni a essere forti, tanto lo eravamo prima, ora possiamo passare il tempo a piangerci addosso. Una sera di cinque anni fa, tra una Leffe e una Karmeliet, un portoghese ubriacone che si chiamava Ronaldo mi aveva illuminato. Mi aveva fatto capire perché i meridionali non andranno mai da nessuna parte. E la colpa è di questa cazzo di saudade.totti 4 silenzio

Ribadisco, sono meridionale e fiero di esserlo. Significa che capisco quanto un popolo si possa innamorare di un eroe, anche se sportivo. Comprendo, in modo totale, l’aura di calore che unisce il Masaniello di turno alla sua gente. Quello che proprio fatico ad accettare è che ancora, dopo più di un quarto di secolo, non si faccia che parlare di lui. Solo di una parte di lui, tra l’altro. Di quella riguardante i suoi problemucci con il fisco, in un’epoca di rivalsa dell’(h)onestà, se ne fa volentieri a meno. Disturberebbe la magia di quel ricordo. Lo sa bene Salvatore Esposito, molto attivo sul tema della legalità e lo sa bene anche il sindaco Gigi De Magistris, che del rispetto delle regole ha fatto un marchio politico. Su Diego però si sorvola, che sarà mai qualche milioncino in meno all’erario dinanzi a quello che ha fatto per Napoli? Che ne sapete voi? Beh, veramente qualcosina la sappiamo, dato che ce lo ricordate ogni due giorni da trent’anni. Guardare avanti? Rispettare il passato ma concentrarsi sul futuro, magari incentrato sull’interruzione della dittatura juventina che ormai ha annoiato gli stessi bianconeri? Perché intanto il mondo va avanti, anche se il Sud non se ne accorge. Perché di veronesi che mi fracassano i coglioni con Bagnoli, vercellesi che si vantano degli scudetti della gloriosa squadra cittadina e bolognesi che non perdono occasione per raccontare di Savoldi e Bulgarelli ne ho visti veramente pochini. Maradona forse era davvero megl e Pelè. Però nel frattempo è caduto un muro, due torri, il Comunismo, è arrivato Berlusconi, se n’è andato, e il calcio italiano è passato in secondo piano perché una squadra vince, le milanesi non hanno soldi e quelle del Sud non vogliono staccarsi dal passato. Che poi, magari, vincerebbero sempre quelli là, solo che mentre gli altri discutono sull’eventualità di iniziare una gara d’appalto per l’assegnazione dei lavori dello stadio, senza terreni né costruttori, la Juventus gioca in uno stadio di sua proprietà da un lustro. Chi viaggia a gonfie vele e chi non vuol saperne di imbarcare l’ancora.totti e ilary matrimonio

Vivo a Roma, dicevo, ed è inutile che contestate: Roma è una città del sud. Calda come le città del sud. Calorosa come le città del sud. Viva come le città del sud. Affascinante come le città del sud. Sporca e caotica come le città del sud. Da vent’anni ha un re e non se la sente di vederlo abdicare. Gli ha dato i natali, lo ha cresciuto, coccolato, amato incondizionatamente. E lui ha sempre fatto di tutto per farsi amare. Più che i gol, i cucchiai, i “4, silenzio e a casa“, gli assist telecomandati, il matrimonio più mediatico d’Italia prima che Fedez si inginocchiasse ai (lunghi) piedi della Ferragni, le barzellette, i rifiuti alle grandi, la festa del 2001, i murales (uno è a due metri da casa mia), quell’accento che è la quintessenza della romanità, ai capitolini di Totti mancherà il simulacro. Prima che un calciatore straordinario Totti è e rimarrà Er Capitano, perché Roma un capitano lo cercava, lo voleva. Un leader, un punto di riferimento, un totem da venerare, contenente tutte le effigie raffiguranti le mille sfaccettature della città e della sua gente. A Roma, e al sud in generale, lo sport si identifica con il calore delle persone: diventa fede, folklore, rito, amore cieco che ogni partita si manifesta in una diversa ballata.

Roma nun vole padroni” dicevano gli amici/nemici della Banda della Magliana in Romanzo Criminale. In effetti, da queste parti i sindaci difficilmente hanno vita facile, com’è finita a Cesare lo sappiamo tutti e i sette re non è che siano stati rimpianti più di tanto dopo l’instaurazione della Repubblica. Eppure un talentuoso brasiliano di nome Falcao non ci mise molto a divenire l’Ottavo re, Giuseppe Giannini lo chiamavano Il principe, mentre a Daniele De Rossi l’appellativo Capitan futuro è stato dato decisamente troppo presto. Una città reticente verso il potere politico di un uomo solo al comando diventa mag(g)icamente bisognosa di un condottiero, un eroe di gesta sportive: un caudillo che la avvicini alle grandi, a quelle del Nord. Qualcuno ha discusso ultimamente con un amico juventino intento a citare insistentemente Platini, Del Piero o Sivori? Sui Navigli di Milano quante volte avete sentito pronunciare, di recente, le parole Zanetti o Maldini? Poche, ve lo dico io, poche. Ora applicate lo stesso ragionamento su Napoli e sulle parole Cavani e Higuaìn, oltre al sempiterno Maradona; oppure su Roma collegandolo al lemma “Totti”, spesso sostituito dai sinonimi Capitano, Pupone, Francesco. Lemma che, perennemente con un’accezione positiva, viene contrapposto al suo nemico, il termine negativo, il cattivo della storia: Luciano Spalletti. totti spalletti

Sei l’allenatore italiano che ha espresso il gioco più spettacolare degli ultimi quindici anni? Sì, ok però questo al Capitano non lo dovevi fare. Hai preso una squadra allo sbando e le hai restituito un’identità? Te lo concedo, però con Totti ti sei comportato male. Hai lavorato su un bidone di due metri ricordandogli la cosa che sapeva fare meglio, trasformandolo in capocannoniere? Chi se ne frega, ora è meglio se cambi aria. Sia chiaro, che il percorso di fine carriera di Totti potesse essere affrontato con più delicatezza sono d’accordo. E non mi schiero né con l’uno né con l’altro. Solo questa telenovela mi avrebbe anche nauseato. Il problema non è che un calciatore di quarant’anni si senta ancora in grado di giocare a pallone: fatti suoi. Il dramma è chi antepone questa discussione a tutto il resto, a qualcosina di un tantino più concreto. Tipo la tattica, gli acquisti, la difesa, la panchina corta, lo stadio. Accettare che Totti andrà via e in fondo è giusto così. E guardare avanti, risparmiandoci la perenne tiritera sui cinque minuti finali e compagnia cantante. La Roma ci sarà anche senza il suo Capitano, magari sarà più debole, magari no. Ma il mondo va avanti, basta solo accorgersene anche quaggiù.

Il momento dell’addio arriverà e tutti, e dico tutti, ci alzeremo in piedi e ci spelleremo le mani per applaudire l’ultima grande bandiera del nostro calcio. Dopodiché sarebbe bello fare un bel respiro e voltare pagina, magari provando a depennare questa parola – saudade – che forse, da qualche rigo, sta un po’ sulle palle anche voi. Ma cosa mi illudo? Mentre scrivo questo pezzo lo stesso Totti ha annunciato che non è così sicuro che il 28 maggio sia la sua ultima partita e la previsione sul prossimo tormentone dell’estate – Quale sarà il futuro di Totti? – diventa fin troppo scontata. Come quella sulla parola più gettonata, tra gli scalini di Trastevere e i bar della Garbatella, al primo accenno di crisi dei giallorossi, nei prossimi 25/30 anni.

In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità,
a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore.

 

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